E il giubileo? Che cosa porta, quest'anno di nuovo al primo maggio, ovviamente per i credenti? 

La domanda è d'obbligo poiché chi non è credente può guardare con perplessità a questo rimescolamento di religioso e di laico. Ed è importante allora non solo dare una motivazione profonda e seria a questa celebrazione per non far sembrare un pretesto pasticciato tale collegamento, ma soprattutto delineare il rapporto tra il momento di rivendicazione sindacale e la ricerca religiosa che si concretizza nella prospettiva del giubileo. 

Infatti, se il 1° maggio impegna sulla solidarietà e la ricerca di un corretto lavoro umano, il giubileo, ancor più, allarga gli orizzonti e richiama la liberazione dalla schiavitù e la dignità di un'autonomia che riconosca il valore d'ogni uomo partendo dalla condizione del povero, del diseredato, dell'indebitato. Il giubileo ebraico impegnava particolarmente i credenti ad una scelta sociale che ricordasse e facesse celebrare il vero significato della loro liberazione dall'Egitto: l'amore per ogni connazionale e l'impegno a rispettare ed amare la sua libertà. 

Per Gesù la prospettiva della liberazione si allargò a tutti gli uomini e a tutti i poveri poiché giubileo, per Lui, è annuncio lieto e condivisione per la letizia d'ogni povero della terra. La conversione del cuore non si esaurisce perciò a forme intimiste di preghiera e di pellegrinaggio, ma l'una e l'altro s'innestano su un'attenzione sul progetto di Dio che vuole un mondo nuovo, vivo, rispettoso d'ogni persona. 

Per il mondo italiano, la vasta esperienza del lavoro è passata attraverso le varie stagioni: dalla grande fabbrica alla piccola impresa, dal lavoratore dipendente al lavoratore autonomo, dall'imprenditore al finanziere. Tutto ciò ha portato a ripensare e a vivere le varie stagioni con responsabilità e distacco. Il lavoro non assorbe più la vita anche se si continua nell'impegno per ore e ore, bloccati in stress pesantissimi eppure lontani dagli interessi veri. Ora le speranze e i progetti sono altri, costruiti su prospettive nuove, di benessere, di svago, di attese miliardarie, impostate sulle vincite al lotto, superenalotto, totocalcio, i cavalli, il casinò. Non è così tutto il mondo italiano, ma così giocano i sogni e così si infittiscono la cultura, i tempi, gl'interessi, le discussioni tra amici, i rotocalchi. 

Il giubileo ci riporta con i piedi per terra e ci parla di povertà e di tre/quarti della popolazione nella difficoltà di vivere, mentre una grandissima parte di questa addirittura muore di fame. Il mondo degl'immigrati è la testimonianza della fuga da una realtà senza speranze prossime e il nostro vivere in benessere ci mette a confronto con l'emarginazione e la sofferenza. I milioni d'emigranti italiani dell'inizio del secolo e del nostro dopoguerra potrebbero, guardando gli occhi di questi immigrati, ritrovare la loro stessa tragedia, le loro stesse sofferenza e speranza, la loro stessa attesa. Eppure, nonostante il nostro benessere, gli extracomunitari ancora oggi affollano le aree dismesse delle fabbriche e non trovano diritti e casa, non possono vivere con le loro famiglie, non incontrano riconoscimento della loro situazione e fiducia. Come tutti coloro che hanno abbandonato la loro terra alla ricerca di un meglio, sono coraggiosi, pazienti, disponibili e umili. Si arrangiano come possono, ma, contrariamente a quello che si propone in giro, la loro condizione, che porterebbe a disperazione chiunque, non sviluppa la delinquenza oltre lo stesso tasso degli italiani. 

 

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