Padre
Turoldo, servo e ministro della Parola
- di Gianfranco Ravasi
A
padre David Maria Turoldo ben s'adattava l'avvio del famoso testo di
spiritualità Racconto di un pellegrino russo: "Per grazia di Dio sono uomo
e cristiano, per azione grande peccatore, per vocazione pellegrino della specie
più misera, errando di luogo in luogo. I miei beni terrestri sono una bisaccia
sul dorso con un po' di pane secco e nella tasca interna del camiciotto la sacra
Bibbia. Null'altro". La sua vita, infatti, è stata proprio questo viaggio,
nella libertà del vento, oltre le frontiere delle regioni e delle nazioni,
delle chiese, oltre gli steccati delle ideologie, tenendo sempre stretta la
Bibbia e conservando alta la voce.
Proprio come aveva detto in modo lapidario il suo amico Carlo Bo: "Padre
David ha da Dio due doni: la fede e la poesia. Dandogli la fede, gli ha imposto
di cantarla tutti i giorni". E noi aggiungeremmo "in tutti i
luoghi", dalle zolle della sua nativa Coderno in Friuli fino nei
sotterranei della lotta antifascista, tra gli echi delle volte del Duomo di
Milano ma anche nella familiarità calda di Nomadelfia, dall'amatissimo ritiro
per nulla eremitico di Sotto il Monte alle sale, alle aule, alle piazze
vocianti, da un lontano e sterminato Canada fino ai piccoli centri, fino appunto
al villaggio bergamasco o pugliese.
La sua figura imponente e sanguigna, dalla quale fuoriusciva una voce da
cattedrale o da deserto, vanamente temperata dall'invincibile sorriso degli
occhi chiari, aveva proprio nella Parola per eccellenza il suo alimento vitale.
"Servo e ministro sono della Parola", si era autodefinito, consapevole
che ormai tutto il suo essere si era trasformato in "una conchiglia
ripiena" dell'eco di quella Parola infinita come il mare. A lui era
profondamente caro il verso di un altro suo amico, unito nella fede e nella
poesia, Clemente Rebora: "La Parola zittì chiacchiere mie". Per
questo un suo affettuoso ammiratore - interamente ricambiato - come il card.
Carlo M. Martini, nella presentazione del volume Opere e giorni del Signore,
aveva comparato padre Turoldo a Efrem Siro e a Romano il Melode, straordinari
autori di omelie bibliche cantate.
Forse bisognerebbe, finalmente, in modo sistematico rileggere l'immensa
produzione poetica turoldiana inseguendone la filigrana biblica. Per quel poco
che abbiamo potuto annotare nelle nostre letture, il flusso letterario di questo
"cantore delle dense ore di Dio" copre l'intera sequenza delle Sacre
Scritture, dalla Genesi, con l'irrompere della creazione dal grembo del nulla,
fino all'Apocalisse e al suo sospiro. finale del Maranathà, "Vieni
Signore", passando soprattutto attraverso l'amatissimo Salterio, la ragione
prima del mio incontro con lui e della successiva consonanza e sodalità
spirituale e umana. La pagina turoldiana è come un intarsio di citazioni,
allusioni, ammiccamenti, evocazioni bibliche: il suo è lo spartito della Parola
suprema orchestrata in parole. Per usare liberamente un'immagine dello scrittore
mistico ebreo Abraham J. Heschel, potremmo dire che ogni poesia di padre David
è da esaminare come una foglia alla trasparenza della luce solare: se il
tessuto connettivo è la storia e la vicenda personale, il reticolo che
sostiene, alimenta e impedisce ogni raggrinzimento o dissolvimento è la Parola
divina.
E' questo - io penso - il messaggio ultimo che padre Turoldo ci lascia a
distanza di dieci anni dalla sua morte avvenuta il 6 febbraio 1992 proprio qui,
a Milano, la città più di tutte a lui cara. L'amore per la Parola divina non
è stato sempre sereno e idilliaco; anzi, è stato talora tormentato e
sanguinante come la lotta di Giacobbe lungo le rive dello Jabbok. Ne è
testimonianza quel capolavoro che sono i Canti ultimi ove l'invocazione si fa
urlo muto, simile a quello della celebre tela del pittore norvegese Edvard Munch,
ove la "fede vera è al venerdì santo/ quando Tu non c'ero lassù",
ove "forse anche il peccato/ è un gesto folle per cercarti. / Pace non
c'è per gli amanti/ lo sai", ove Dio è "l'inevitabile Ospite/
sconosciuto e muto", lambito lui stesso dal gelo del Nulla, del male, del
Dolore. Proprio in premessa a questa sua ultima sconvolgente raccolta poetica
padre David aveva siglato il suo testamento spirituale e la sua autobiografia:
"La vita che mi hai ridato/ orate la rendo/ nel canto".
Pubblicato sul mensile "Il Segno", febbraio 2002
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