Maggio 2000

IL FOGLIO della PASTORALE SOCIALE e del LAVORO di MILANO n. 101

POSTA ELETTRONICA: lavoro@diocesi.milano.it

La CISL compie 50 anni

Quest’anno la CISL sta commemorando il suo 50° anno di fondazione. Essa, infatti, nacque il 1° Maggio 1950. La situazione politica e sociale viveva la difficoltà della ricostruzione del dopo guerra e i conflitti del mondo del lavoro facilmente s’innestavano nei conflitti politici, non ancora maturi nella distinzione e nell’autonomia del rispetto dei ruoli. Il disagio dell’ambiguità e nello stesso tempo la volontà di affrontare i gravi problemi presenti nel mondo del lavoro impegnarono la riorganizzazione di una nuova presenza sindacale sul territorio e nelle fabbriche, per sviluppare una tutela dei lavoratori più puntuale in merito alle condizioni di lavoro, alla libertà sindacale e agli aspetti salariali.. Oltre alla difficile situazione economica e finanziaria (c’era il grave problema dei licenziamenti come conseguenza dei processi di riconversione, in atto nelle grandi fabbriche, dalla produzione bellica a quella civile) c’era anche la questione dell’autonomia sia rispetto ai partiti che alla direzione delle imprese.

Dell’azione e del ruolo sindacale, infatti, esistevano due concezioni diverse: una privilegiava il primato della politica nelle scelte sindacali, mentre l’altra rivendicava un ruolo autonomo, privilegiando l’azione sindacale senza trascurare l’importanza della politica. La CISL così sorse dall’idea coraggiosa e lungimirante di superare un sindacalismo ispirato da correnti politiche e ideologiche, per unire i lavoratori in un’associazione che avesse l’obiettivo di esercitare il suo impegno per una solidarietà sociale, nell’interesse generale del paese.

A Milano il compito di guidare e sostenere la decisiva tappa del sindacalismo italiano toccò a un gruppo di uomini coraggiosi e idealmente motivati. Tra questi ricordiamo, in particolare, Ettore Calvi, Piervirgilio Ortolani, Demetrio Faroldi, Vittorio Meraviglia, Alessandro Pastore, Pietro Seveso. Dopo la rottura dell’unità del 1948, diedero vita al “Libero sindacato”, come allora veniva chiamata la nuova organizzazione.

La CISL di Milano dovette subito rispondere a compiti impegnativi. A rendere ancor più difficile la situazione giunse lo sfratto da parte della società proprietaria dello stabile di via Tadino 21. Questa grave emergenza fu risolta dall’intervento della Confederazione nazionale che contribuì ad acquistare l’immobile nel quale, da oltre due anni, risiedeva e svolgeva tutta l’attività organizzativa.

Mi pare molto importante ricordare quanto disse, in proposito, il Segretario Generale Ettore Calvi nella relazione in occasione del primo congresso della CISL di Milano (3-4 Novembre 1951): “Pur restando un’inquilina, la CISL milanese ha acquisito la tranquillità che deriva dall’avere una sede sicura. Per questo la Confederazione, con non lieve sacrificio, ha provveduto ad acquistare lo stabile di via Tadino. Alla nostra Confederazione vada quindi il nostro ringraziamento. Analogo ringraziamento rivolgiamo a Mons. Bicchierai, presidente della società ex proprietaria dello stabile, che generosamente ci ospitò durante il periodo nel quale eravamo nella triste condizione dei senza tetto”.

La scelta del nuovo sindacato fu possibile per l’impegno e la responsabilità spesso coraggiosa di alcuni dirigenti che, lasciando la fabbrica e quindi il lavoro sicuro, hanno creato seri problemi alle loro famiglie che si vedevano private di uno stipendio sicuro. Infatti l’impostazione iniziale non diede ad essi garanzia di reddito, date le difficoltà finanziarie che doveva affrontare il nuovo sindacato. A questa situazione di povertà corrispose invece un grandissimo entusiasmo verso una seria qualità di azione sindacale. Questa si attuò e dette frutti mediante una vera autonomia sindacale, l’impegno alla formazione dei militanti e la presenza organizzata all’interno dei luoghi di lavoro.

L’autonomia
Essa consistette nel rapporto d’indipendenza dal governo, dalle istituzioni esterne e in particolare dai partiti politici, in un contesto di vero pluralismo, rispettoso delle reciproche autonomie. Questo favorì il superamento - per molti lavoratori - da ogni condizionamento ideologico e culturale e fece maturare le coscienze e la capacità di sperimentare scelte e linee di valore, nella fabbrica e nella società, in piena libertà ed autonomia. Tutto ciò contribuì significativamente alla parallela e faticosa conquista di indipendenza dalle pressioni degli stessi imprenditori, che ricorsero a condizionamenti e discriminazioni, fino a promuovere “sindacati gialli”. L’autonomia culturale diventò prioritaria e fece sì che il maggior impegno della CISL si orientasse alla formazione sindacale dei militanti.

L’importanza della formazione

La presenza organizzata dei luoghi di lavoro. Con sacrifici e rischi di molti militanti sindacali, si strutturò la presenza sui luoghi di lavoro attraverso le SAS (sezioni aziendali sindacali), organismo nuovo e dinamico che s’impegnò nelle elezioni delle Commissioni Interne e si misurò come soggetto contrattuale aziendale. Tale scelta, voluta dalla CISL, fu molto apprezzata dai lavoratori che diedero ai candidati “Cislini” sempre maggiore consenso nelle votazioni delle elezioni interne. Minore fu invece il consenso delle Direzioni Aziendali, un po’ sorprese, perché “quelli della CISL facevano sul serio”. Si stabili così, nelle fabbriche, una sana competizione incline all’emulazione. Nacque da quest’esperienza la contrattazione a livello aziendale, poi sancita ufficialmente nei contratti di lavoro delle categorie. La CISL di Milano, come segno concreto di autonomia sindacale, fu la prima organizzazione a porre ed attuare la scelta dell’incompatibilità tra cariche politiche e cariche sindacali. Nel 1958 favorì le prime esperienze di unità d’azione con le altre organizzazioni sindacali, dando così pratica attuazione alla parola d’ordine di Giulio Pastore: ”Marciare divisi, ma colpire uniti”.

Gli anni 70-80 furono anni di crisi economica, ma anche di crisi dell’unità sindacale e del ruolo stesso del sindacato. Questo continuò ad essere, e lo è tuttora, interlocutore ascoltato del Governo e delle Istituzioni, mentre fa fatica ad essere attento, come in passato, alle categorie meno protette e all’area crescente degli esclusi.
Dopo tutta questa esperienza faticosa, è importante porsi la domanda del significato di tale scissione e del suo valore.
Non ogni lacerazione è un male anche se a volte può essere un dramma. Eppure, alla luce della esperienza, si può dire che il mondo sindacale, nel suo insieme, ne ha ricavato stimoli nella propria azione diretta ad affrontare i veri problemi dei lavoratori e a maturare una propria autentica autonomia; e d’altra parte tali comuni e veri problemi e le stesse condizioni di lavoro hanno aumentato l’esigenza e la fattiva collaborazione per una unità sindacale dei lavoratori nei luoghi di lavoro. In questo travaglio di ricerca, e spesso di scontro, si è riusciti a superare le pur legittime opinioni politiche creando un clima di rispetto e di stima reciproci. Il valore della solidarietà si è rafforzato e nello stesso tempo ha determinato comportamenti e impegno di grande valore che spesso hanno sacrificato perfino gl’interessi personali e di carriera sul lavoro.
Ora è il momento di chiederci dove va il Sindacato e qual è il suo futuro? Al Sindacato come ad ogni altra istituzione non basta più il suo passato, per quanto glorioso e ricco di conquiste. Esso ora deve affrontare sfide nuove e, in particolare, l’idea della solidarietà che ponga il primato del lavoro con il primato della persona, facendo si che il bene-lavoro diventi davvero un bene per la persona, di tutte le persone, nessuna esclusa.

Lorenzo Cantù

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V° Seminario CEI sui GIOVANI LAVORATORI

Loreto, 26-28 Maggio 2000

Continua il cammino di riflessione e di elaborazione per una sensibilità pastorale specifica nei confronti dei giovani lavoratori. In questi seminari nazionali, organizzati dalla Pastorale del Lavoro e da quella Giovanile insieme, si offre a sacerdoti, religiosi/e, operatori pastorali, responsabili di associazioni e movimenti giovanili e animatori oratoriani uno spazio di confronto per individuare contenuti e strumenti rispondenti ad un impegno di evangelizzazione nei confronti dei giovani lavoratori.

Quest'anno parteciperanno il regista Mimmo Calopresti, Carmio Ferri (Agesci), il sociologo Giuseppe Moro (Univ. Di Bari) e il biblista don Andrea Andreozzi (Istituto Teologico Marchigiano).

Il seminario si terrà a Loreto (Hotel S. Gabriele, via Marconi 22 - tel. 071-970160) dalle ore 16 di venerdì 26 maggio al pranzo incluso di domenica 28 maggio.

Iscrizioni: tel. 06-66398218. Informazioni in Pastorale del lavoro.

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Immigrazione e modello cristiano la proposta di legge Bossi-Berlusconi

Negli ultimi tempi, soprattutto nel territorio della diocesi ambrosiana, si sono verificati fatti inquietanti concernenti immigrati extracomunitari. Dopo la morte nel rogo di un’area dismessa di un’intera famiglia a Legnano, è avvenuto il tentato omicidio di un lavoratore a Gallarate, che aveva osato chiedere condizioni di lavoro meno disumane. Fatti drammatici, che devono interrogare le coscienze di tutti, come ha richiamato il Card. Martini, a modo loro emblematici di un disagio reale della convivenza sociale.

In questo contesto giunge la presentazione, durante la campagna elettorale regionale, di una proposta legislativa sull’immigrazione (ddl Bossi Berlusconi). Ci interesserebbe soffermarci sui contenuti di un’iniziativa sbrigativa ed oggettivamente tesa solamente a reprimere l’immigrazione clandestina, preoccupata di ridurre l’immigrato alla sola condizione di lavoratore, incidendo sul diritto all’unità della famiglia, all’assistenza, all’alloggio, alla tutela sanitaria... Oppure entrare nel merito di atti politici, quale la chiusura del centro di accoglienza della Provincia di Milano, senza preoccuparsi del reperimento di idonee alternative alloggiative. Ma quello che ha richiamato soprattutto la nostra attenzione è la relazione introduttiva alla proposta di legge, dove si contrappone ad un ipotetico modello “giacobino”, un presunto “modello cristiano” (del quale si fanno paladini gli estensori dell’iniziativa).

Chi non ha problemi ad usare la parola “cristiano”, dovrebbe sapere che non qualunque idea od atto in materia di immigrazione può dirsi “cristiano”. Soprattutto quando non è conforme al magistero della Chiesa, in materia chiaro ed equilibrato (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2241): esiste un diritto all’immigrazione che va riconosciuto come un diritto “naturale”. Nel documento in questione si parla invece di un diritto che “non preesiste: si conquista”!

Tutta la dottrina sociale cristiana pone al centro la persona, che non è vista mai solo in quanto risorsa economica (lavoratore) o come nemico dal quale difendersi, ma come vita da accogliere e sviluppare. La Bibbia ricorda che la condizione di ogni persona è quella di figlio di Dio, in cammino verso la Patria celeste, e richiama il dovere di aiutare lo straniero, insieme all’orfano e alla vedova (Deut. 24, 14ss). Di fronte all’immigrazione dunque il “modello cristiano” si cura sia della persona del migrante, sia della società in cui egli arriva, mirando a un’accoglienza regolata e lungimirante.

E’ bene poi imparare ad allargare lo sguardo: le migrazioni sono un fenomeno che ha da sempre interessato popoli e stati (la stessa Lombardia deve il suo nome ad una migrazione!). L’esperienza e gli studi dell’ultimo secolo segnalano che qualsiasi iniziativa che incida sulle cause dell’immigrazione (sottosviluppo, conflitti e violazione dei diritti umani...) ha scarsi effetti; anzi è a seguito dell’aumento dello sviluppo che si registra una maggiore propensione a migrare, per migliorare ulteriormente le condizioni di vita. Dunque il fenomeno migratorio va orientato ma non si può credere di risolverlo del tutto “aiutandoli a casa loro” (neppure con l’azione missionaria, che va comunque incoraggiata per il suo indubbio valore).

I dati documentano che l’Italia  ha una presenza di stranieri molto minore che in altri paesi europei. E nonostante la nostra situazione demografica sia tale da rendere prevedibile che l’immigrazione sarà una realtà “ordinaria” per molti decenni, tale fenomeno viene percepito come momentaneo, da fronteggiare in modo emergenziale, nell’illusoria speranza di disfarsene al più presto.

Senza nascondersi i problemi di convivenza esistenti, è bene chiarire la prospettiva dalla quale guardare all’immigrazione. Essa rappresenta un’occasione preziosa per un reciproco arricchimento culturale, sociale ed economico (l’apporto di manodopera, di gettito tributario e di contributi previdenziali dagli stranieri è tanto cospicuo quanto taciuto). Affrontare le questioni che l’immigrato pone (lavoro, casa, istruzione, religione, relazioni familiari e sociali...) significa adeguare le politiche sociali e contribuire a risolvere alcuni problemi strutturali della società italiana.

E’ una sfida che impegna tutti e ci chiama a rimuovere nel quotidiano quel presupposto non detto ma interiorizzato, sul quale si fondano nostre comode certezze e superiorità: che cioè gli stranieri sono estranei e diversi, poveri e pericolosi, dipendenti e passivi... e non invece persone come noi, donne e uomini che hanno innanzitutto i nostri stessi problemi ed esigenze. Ciò è più responsabilizzante che non la rozza enfatizzazione e caricatura dei problemi, giocata strumentalmente sull’emotività e sulla paura dei cittadini.

Francesco Brugnatelli e Lorenzo Cantù

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Un lavoratore legge le beatitudini

(riflessioni liberamente rielaborate da don Raffaello Ciccone - settima parte)

1.  Ci sono molte parole non più molto utilizzate. Ma alcune addirittura fanno storcere il naso. “Misericordia” è una di questa: nessuno la usa se non in clima di Chiesa o di assistenza e per questo ha un sapore di vecchio e di untuoso. Ti ridono in faccia i miei compagni di lavoro se uso questa parola per convincere qualcuno a non comportarsi in modo indecente (in fabbrica si dice in modo diverso). Perciò, anche se in Chiesa ascolto volentieri una riflessione sulla misericordia, legata alla reciprocità, al Padre nostro, al “fai agli altri quello che vorresti che gli altri facciano a te”, in azienda me ne guardo bene di inserirla in quel vocabolario che spesso è fatto di 300 parole in tutto. Finché un giorno un extracomunitario, interpellato sulla sua religione con domande che sapevano di curiosità e di nascosto sarcasmo, osò pronunciare in azienda, per la prima volta, la parola “misericordioso”. Parlava di Dio e si spiegò così: “E’ il primo attributo di Dio. Dio è prima di tutto misericordioso”. Vidi i miei compagni guardarsi un po’ stupiti e guardare me. “Ma Dio è giudice. La nostra religione mette al primo posto la giustizia. Il bene si premia e il male si condanna e si castiga”. Così il mio amico Fabrizio aveva incominciato e finito con aria di trionfo, stupito di averlo fatto di getto, un discorso tutto teologico. Per darsi un tono, fece in più una risata per aggiustare la riputazione di fronte agli altri.

2.  Nessuno fiatò, neppure il mussulmano che però mi guardò con una silenziosa domanda negli occhi poiché, qualche giorno prima, avevamo parlato da soli sul problema del perdono e avevamo commentato insieme la preghiera del figlio di Moro, al funerale del padre, che aveva perdonato le Brigate Rosse e la preghiera della vedova di una guardia del corpo di un magistrato ucciso che aveva detto: “Vi perdono, ma voi dovete cambiare”.

3.  Mi resi conto che bisognava avere il coraggio di rimettere a posto le cose, almeno sul concetto di misericordia e sul senso della giustizia di Dio, del Dio cristiano ovviamente. Infatti chi aveva parlato era cristiano e, in quei giorni, con il bambino che si preparava alla Prima Comunione, era stato coinvolto nella riflessione sul valore del sacramento. E se era rimasto sconcertato dal significato che il catechista aveva dato all’Eucaristia, aveva, con rispetto, certo, ma anche con convinzione, rivendicato il significato della giustizia nel mondo e aveva portato ad esempio la responsabilità della polizia per tenere l’ordine e l’impegno puntuale della RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie) in azienda per frenare i soprusi, e della necessità delle carceri. Aveva continuato sicuro, sotto gli occhi del figlio a disagio per un padre così certo e così determinato.

4.  Dissi che il problema non era così ovvio e rimandai la discussione ad altro tempo poiché, nel frattempo, era finita la “pausa pranzo”. Fu appassionante la ricerca che facemmo, ovviamente fuori dell’orario di lavoro, ma ci volle del bello e del buono per arrivare a riflettere seriamente. Durante il lavoro sentivo il mio amico Fabrizio, all’inizio, lasciar cadere le sue battute acide sul buonismo, sull’andazzo in cui tutti si fanno i loro affari, sulle chiacchiere del perdono, sul “Vorrei vedere se gli ammazzano un figlio”. Stava diventando una vera ossessione.

5.  Lo costrinsi a pensare una prima volta quando, discutendo e scontrandoci con i suoi luoghi comuni, gli dissi: “Ma come fai a parlare di Dio se non sai neppure il significato del Padre Nostro?”. Si offese all’inizio poiché gli avevo detto questa frase davanti al nostro collega mussulmano. Lo ritenne un affronto e si mise in disparte, in silenzio, per qualche tempo. Era scontroso, ma lo sentivo perplesso e desideroso. Finalmente accettò che gli offrissi un caffè per potermi dire: “Ma possibile che il mondo debba totalmente capovolgersi?”. Gli dissi che potevamo studiare insieme il Vangelo e appena potei gli regalai il testo fotocopiato del servo spietato (Mt. 18,23-35). Lo colpì la parabola, poiché ad un primo momento colse l’aspetto della giustizia e mi sbandierò sotto il naso il testo dicendo: “Hai visto che la parabola condanna chi si è comportato male?” Ma poi incominciò a riflettere sulla gratuità del dono iniziale, del debito condonato di parecchi miliardi al servo disumano, in confronto al debito di pochi milioni di un altro servo che lo implorava. E sentì che la condanna era stata data per la mancanza di “pietà”. “Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno come io ho avuto pietà di te?”. Ci restò male e, scorrendo il brano, si trovò a leggere la domanda di Pietro: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Sette volte?” E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”.

6.  Da quel giorno fu un tormento la parola  e il significato della misericordia. Gli procurai qualche libro e scoprì che in ebraico la parola derivava dal seno materno e richiama, al plurale, le viscere. Ma facendo un’analisi puntigliosa della parola si accorse che misericordia aveva al suo interno la parola “cuore” e la parola “misero” e questo lo incuriosì e lo turbò. Ci furono discussioni su chi è misero e sulla impossibilità di pensare al disonesto come un misero. Si dibatteva per cercare di capire, ma era onesto nella sua lotta.

7.  Scoprimmo insieme che la misericordia suppone un primo momento di analisi, di scoperta della debolezza e della povertà. Non sempre è così facile e così lampante. Spesso la malvagità nasconde e adultera il cuore e il volto delle persone. La debolezza e la povertà si ammantano di furbizia, di orgoglio, d’inganno e il cuore della debolezza viene corazzato. Davanti si presenta un mostro. Vediamo la paura dentro di noi e il mondo deturpato dal male fuori di noi. Anche il perdono ci sembra un tradimento della bellezza e dell’amore

8.  La misericordia ci chiede di condividere, di provare compassione. La misericordia chiede di accettare di diventare fratello e sorella, non giudice, non dominatore, non vincitore. L’altro, mai come in questo momento, è mistero di fronte a cui solo chi ha scoperto il volto paterno di Dio e la strada per raggiungerlo può immaginare il senso della compassione. E sa quale grande e faticosa strada deve fare per ricuperare le scelte del Signore, per raggiungere la liberazione del cuore.

9.  La misericordia infine accetta di trovare strade nuove, di portare sostegno e aiuto. La misericordia si attrezza e si educa a scoprire la debolezza per sostenere e far ritrovare la forza. A volte sembra assolutamente inutile e impossibile. Ma il Signore ha bisogno di noi, della nostra misericordia perché nel mondo si possa ancora scoprire il perdono e la misericordia. Il Signora sa il valore della concretezza e della generosità e desidera che si sperimenti, si sveli come garanzia e come presenza. La nostra fede ci ha aperto gli occhi sulla misericordia di Dio attraverso Gesù. Noi siamo ricchi della compassione di Dio poiché ce lo ha svelato. La nostra fede ci mette in questo mondo di novità e di perdono. Per questo la fede apre gli orizzonti dello stile nuovo e della nuova accoglienza.

10.Il mio amico Fabrizio si appassionò della lettura del vangelo e a poco a poco scoperse da solo brani e ricerche. Mi portava ogni tanto qualche giornale che raccontava gesti di misericordia e lui stesso mostrava meno intransigenza anche se, per suo conto, divenne sempre più attento ai compagni di lavoro. Con il compagno mussulmano fece amicizia e si aiutavano con rispetto. Si guadagnò molta stima e sapeva essere generoso, mai violento anche se a volte lo si vedeva tesissimo.

11.L’incidente stradale occorso al figlio che andava in bicicletta svelò il cammino che aveva fatto in questi mesi. Investito da una macchina, il bambino cadde e il guidatore dell’auto, dissero i testimoni, si fermò un momento e poi accelerò per una fuga precipitosa. Il bambino si salvò poiché non si fece gravi lesioni, ma restò bloccato per alcuni giorni. Fabrizio era infuriato: non era tanto l’incidente quanto il mancato soccorso. Non accettava la fuga e persino il dire che, dopo tutto, era ancora andata bene lo metteva su tutte le furie. Non è possibile mettere a rischio la vita di una persona senza fermarsi.

12.Fu trovato il colpevole per la segnalazione di un passante che aveva preso il numero di targa. Ebbe la possibilità di andare a vederlo mentre era trattenuto in caserma. Raccontò poi che era andato infuriato, deciso a fare del male come segno della sua vendetta e della sua paternità tradita. Quando fu accanto a lui, seppe chi era: una persona sola, abbandonata dalla famiglia, senza un lavoro fisso, triste, rassegnato, impaurito e disgustato dalla vita. Gli si aprì davanti una strada strana. Cosciente che il figlio non avrebbe avuto conseguenze, si dedicò particolarmente all’analisi dei suoi sentimenti per scoprire che cosa si stava sprigionando in sé. Con sorpresa si accorse che via via gli mancavano le forze della recriminazione e si aprivano invece sentimenti nuovi di compassione, di attenzione ai bisogni dell’altro, di disponibilità a dare una mano in caso di necessità. Si guardava dentro e scopriva che il suo guardare si trasformava. Si trovò a ringraziare il Signore di avergli usato misericordia poiché il figlio sarebbe guarito; e si trovò a ringraziarlo poiché il suo cuore si apriva; e tutto questo meritava la speranza per quello sconosciuto che improvvisamente era entrato nella sua vita.

13.Quando tornò in azienda, dopo i giorni di congedo che si era preso, era trasformato ma non disse nulla al principio. Era più generoso, più attento, più disponibile e, cosa curiosa, sorrideva molto di più. Mi sorprese soprattutto questo. Quando discretamente gli chiesi come stava, mi rispose: “Ho scoperto che un sorriso sincero aiuta ad avere compassione e a sentirsi capito”.

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La legislazione del lavoro di fronte alle nuove figure contrattuali

In questi ultimi anni la legislazione del lavoro si è soffermata molto sulle modalità di inserimento nell’attività lavorativa ed ha costruito svariate tipologie contrattuali ciascuna delle quali dovrebbe rispondere da un lato ad esigenze particolari dell’impresa e dall’altro favorire l’ingresso nel mercato del lavoro di figure professionali definite.

Tra queste ricordiamo per esempio:
- il contratto a tempo indeterminato
- il contratto a tempo determinato
- il contratto a tempo parziale
- il contratto di apprendistato
- il contratto di formazione lavoro
- le assunzioni di lavoratori in CIGS
- i lavoratori socialmente utili
- l’inserimento lavorativo per i disabili
- assunzioni dei tirocinanti
- tirocini formativi-stage
- azioni positive per l’imprenditoria femminile
- svariate forme di incentivazione della imprenditoria nel mezzogiorno
- borse lavoro
- il lavoro interinale
- lavoro dipendente presso cooperative
- socio lavoratore di cooperative.

Per favorire l’integrazione lavorativa di chi si trova in una condizione di difficoltà a ricercare una occupazione, di chi appartiene alle cosiddette fasce deboli, si devono ricercare nuove forme di sostegno adeguate: formazione, incentivi alle imprese, adattamento di forme contrattuali alle reali condizioni del prestatore d’opera, e così via. La legge di riforma del collocamento dei disabili L.68/99 è una testimonianza della quantità di strumenti messi a disposizione per creare percorsi personalizzati di inserimento lavorativo.

Questa legge però non comprende le aree di disagio, peraltro difficilmente inquadrabili in una tipologia definita. Proprio per queste ragioni è anche difficile ricercare una norma generale di sostegno, efficace, valida per ogni situazione. Oggi una norma legislativa specifica a favore dell’inserimento lavorativo delle fasce deboli, non c’è.

Il patto per il lavoro di Milano, tra i tanti possibili incentivi, ha scelto il contratto a tempo determinato. L’utilizzo di questo strumento ha determinato un vivace dibattito ed un senso esplicito fra le organizzazioni sindacali.

Va inoltre ricordato che si sta discutendo in Parlamento il conferimento della delega al Governo al fine di recepire la direttiva Comunitaria 1999/70 costruita sulla base dell’accordo quadro CES, UNICE E CEEP su lavoro a tempo determinato. Il lavoro a tempo determinato nel nostro ordinamento è oggi regolato dalla Legge 230/62 e da alcune modifiche successive, in base alla quale il contratto di lavoro viene considerato, in linea generale, a tempo indeterminato, salvo i casi in cui si sia in presenza di esigenze particolari come per esempio :

- la natura stagionale dell’attività lavorativa
- la sostituzione di lavoratori assenti per i quali è prevista la conservazione del posto
- l’esecuzione di un’attività straordinaria o occasionale definita nel tempo
- nel settore del commercio e del turismo per l’esecuzione di servizi speciali, per un giorno
- per i lavoratori in mobilità per un massimo di 12 mesi.

Va inoltre tenuto presente che la Corte Costituzionale ha, di recente, dichiarato inammissibile la richiesta di referendum popolare teso a liberalizzare i contratti di lavoro a tempo determinato, con la motivazione secondo la quale l’obbligo di conformazione dell’ordinamento nazionale insorge all’atto dell’emanazione della direttiva e quindi non può essere ammesso un referendum che confligge con i principi della direttiva stessa.

Sapendo anche che il recepimento di direttive comunitarie può anche avvenire salvaguardando le condizioni di miglior favore per i lavoratori, esistenti nella legislazione degli stati membri.

Per queste ragioni sembra fondato il timore che nella fase di applicazione del patto per il lavoro si possa aprire un contenzioso che metta in discussione le lodevoli intenzioni dei promotori.

Di qui l’esigenza di esplorare la possibilità di introdurre nel nostro ordinamento giuridico, altre forme di incentivazione per sostenere l’ingresso nel mercato del lavoro i lavoratori più deboli.

Si apre così il problema che riguarda la legislazione del lavoro, che nel nostro paese si è storicamente basata sul principio di eguaglianza di tutti i lavoratori. E laddove esistevano oggettive condizioni di inferiorità si è costruito un sistema di protezioni per creare condizioni di pari opportunità nella corsa della vita. Ma le pari opportunità è il minimo che uno Stato liberale e democratico può offrire ai suoi cittadini, da sole non dovrebbero essere sufficienti ad appagare la  nostra sete di giustizia e di EGUAGLIANZA, dovremmo anche occuparci dei risultati finali, di quanti cioè tagliano il traguardo e di chi inevitabilmente non ce la farà mai.

Ci sono delle differenze che non possono nemmeno essere imputate alle leggi di mercato. Nella nostra società sono i lavori più appetibili quelli più pagati, quindi non si tratta di applicare la legge della domanda e dell’offerta, perché se così fosse i lavori più umili, meno appetibili, per i quali si fatica a trovare manodopera, dovrebbero essere pagati di più. C’è qualcosa di più profondo che ci costringe a riflettere ma anche ad assumerci le responsabilità ed a schierarci.

Oggi la legislazione esistente sembra essere insufficiente ad affrontare i nuovi problemi del mondo del lavoro contemporaneo, la storia della legislazione del lavoro in Italia è fatta sostanzialmente di interventi di sostegno all’azione contrattuale fra le parti. Sarebbe di grande interesse per tutti se le parti sociali che più avvertono questo problema tentassero di mettere a fuoco una strumentazione articolata, di incentivazione all’assunzione delle varie categorie di lavoratori, oggi non ancora adeguatamente protette.

In Parlamento giacciono proposte di legge che potrebbero essere riprese e adeguatamente emendate in questo senso, con beneficio di tutti i lavoratori.

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Una convenzione a sostegno delle piccole aziende

L'Ufficio per la vita sociale e il lavoro della Curia di Milano e il Rotary International Di-stretto 2040 hanno firmato una convenzione per il sostegno a piccole aziende in difficoltà.

La convenzione si delinea nel "Programma Virgilio", del quale è responsabile il dr. Gian-carlo Massobrio, il cui obiettivo è la creazione di un servizio permanente di assistenza gra-tuita all'imprenditore per aiutarlo a superare la fase critica dell'impresa.

In pratica, il Distretto 2040 del Rotary mette a disposizione alcuni tutori di provata espe-rienza aziendale i quali, gratuitamente, offrono consulenza all'azienda in crisi. I casi saran-no segnalati dall'ufficio diocesano per la vita sociale e il lavoro attraverso il già costituito servizio SILOE (Servizi Integrati Lavoro Orientamento Educazione) che da tempo svolge un'azione di sostegno per particolari situazioni di difficoltà.

La firma della convenzione è avvenuta in Curia Arcivescovile martedì 15 febbraio u.s. hanno firmato don Raffaello Ciccone, responsabile dell'ufficio per la vita sociale e il lavo-ro della diocesi e il dr. Benito Chiucchini, governatore Distretto 2040 Rotary international.

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