Sono lieto di poter salutare ciascuno di voi, carissimi membri dell'Assemblea regionale di federsolidarietà lombarda, in un momento importante del vostro cammino, perché vi preparate a effettuare una verifica del lavoro compiuto e a riprogrammare il futuro. La vostra presenza si situa in un contesto sociale difficile e delicato, un contesto dove, alle difficoltà ordinarie per la ricerca di un'occupazione, si aggiunge il fenomeno della flessibilità provocata a sua volta dalla globalizzazione. Tutto ciò fa emergere, soprattutto per le fasce deboli, ostacoli molto gravi per una collocazione lavorativa. E le analisi della realtà sociale non prevedono a breve termine un riequilibrio della situazione. Le scelte che fate sono quindi coraggiose, entrano nel tessuto sociale come una benedizione e una sorgente di speranza per quelle realtà che non trovano facilmente spazio e diritto di cittadinanza. Su tale sfondo va letto con soddisfazione il crescere e il consolidarsi della cooperazione di solidarietà sociale in Lombardia. Essa si è arricchita in questi anni di nuove cooperative sino a poter contare su circa 23.000 soci e circa 11.000 lavoratori, siano soci lavoratori o dipendenti non soci. Avete impostato cooperative attente ai bisogni e al servizio della persona; avete aperto cooperative che coinvolgono il prossimo svantaggiato, dando così opportunità reale di riscatto sociale per handicappati, malati di mente, tossicodipendenti, ex carcerati ecc. Guardo con ammirazione a questo vostro lavoro e sono contento di rivolgervi una parola di plauso e di incoraggiamento. E' in tal modo che la nostra tradizione lombarda dimostra capacità sempre nuove nel moltiplicare iniziative a beneficio di persone in difficoltà. In questo quadro di riferimento colgo l'occasione per sottolineare alcuni valori legati alla maniera in cui vivete il servizio: la partecipazione, la democrazia, il gusto per il bene comune.
Anzitutto le cooperative di solidarietà sociale riconoscono nella partecipazione la loro ricchezza, la possibilità di confronto, di sostegno, di aiuto e di crescita. L'elevato numero di soci fa pensare a una presenza continuativa, ricca di persone che dedicano danaro e tempo per progetti di collaborazione e di aiuto. La partecipazione va dunque sempre riproposta, ricordando che si appoggia sulle risorse del territorio; nella vostra tradizione nasce anzi nel territorio, ne studia i bisogni e le risorse. In questo contesto può svilupparsi quella maturazione di collaboratori capaci e autonomi che sostituiscono via via anche le guide carismatiche, guide che all'inizio hanno avviato l'esperienza con una conduzione snella ed efficiente. A lungo andare la scomparsa di tali figure potrebbe compromettere la sopravvivenza dell'opera stessa.
C'è poi il valore della democrazia. Nelle vostre cooperative ci sono dei fratelli e delle sorelle - non dei "padroni"- che sviluppano con intelligenza il proprio ruolo, secondo le competenze specifiche. Possiamo dire che su tutto c'è l'impegno di persone che si coinvolgono, discutono, decidono scelte adulte condivise per un progetto comune. E' davvero una scuola di vita. Mantenere alta una professione di democrazia partecipata, soprattutto in tempi difficili di tensione e di ritmi convulsi, è prova di grande forza d'animo e di rispetto per quanti vivono con noi. Ognuno offre il suo contributo di chiarezza e di novità.
L'aspetto fondamentale delle cooperative sociali da voi rappresentate sta nel fatto che non si pongono nella prospettiva di un profitto personale, bensì nella costituzione di un patrimonio comune che diventi garanzia e insieme continuità. E' questo il valore del gusto per il bene comune. Capisco che, a distanza di anni, l'entusiasmo iniziale possa subire qualche logorio; capisco che ci si possa sentire spinti a impostare le cooperative in vista di una sopravvivenza, in una conduzione che dia largo spazio alla logica del mercato. Capisco anche la tentazione sempre latente di porsi come soci lavoratori che guadagnano per se stessi, dimenticando gli scopi di solidarietà e di cooperazione. Tuttavia sono convinto che, sostenendovi a vicenda, la vostra grandezza può mantenersi capace di coraggio e di fiducia, nella certezza che la misericordia di Dio sostiene le nostre fragilità. E' importante che sappiate reggere questo ideale di dignità, poiché in una società paurosa ed impigrita, senza progetti e senza sogni, la vostra attività carica di sogno e di utopia attesta che è possibile continuare su progetti che mirano al bene comune.
Invito voi e le istituzioni presenti sul territorio a un dialogo costruttivo. State contribuendo egregiamente all'armonia e all'aiuto per una realtà in difficoltà da voi individuate. I vostri preziosi interventi costituiscono un patrimonio comune che avete sviluppato e che deve continuare a svilupparsi. Vi invito a leggere insieme i problemi del territorio, a sostenere gli sforzi che l'istituzione con cui lavorate o vi confrontate sta facendo o deve fare. Spetta quindi a voi venire in soccorso là dove c'è eccessiva carenza di risorse umane, così che le istituzioni trovino in voi un aiuto, senza per questo diventare controparte o sostituirvi alle responsabilità che un'amministrazione deve saper affrontare come sua attenzione al bene comune. Faccio riferimento ovviamente al mondo del volontariato che è capace di sorreggere una rete di interventi mirati e che sostiene queste cooperative, offrendosi in una collaborazione di gratuità che permette -come ossigeno- di continuare il lavoro quotidiano. Il dialogo con le comunità locali dovrebbe comunque mettere in grande onore la competenza e porre a livello alto la qualità del servizio, che rende attenti e rispettosi delle persone. Anche dalla lettera scrittami dal Presidente, ho notato con piacere che la ricchezza del vostro impegno si sta aprendo a prospettive di collaborazione con quei progetti che la C.E.I. ha proposto alle diocesi del Sud in uno scambio di reciprocità con le diocesi del Nord per aiutare soprattutto i giovani a inserirsi in un tessuto lavorativo. La competenza che le cooperative di solidarietà hanno sviluppato può dunque diventare elemento prezioso per molti giovani che cercano un posto di lavoro e vogliono mettere a frutto risorse e capacità che altrimenti resterebbero inutilizzate. Vi auguro allora buon lavoro mentre vi ricordo che tutta la società, e specialmente la comunità cristiana, vi ringrazia ed è ammirata dalla vostra operosità; conta e spera di potervi aiutare a risolvere quei due problemi sempre urgenti e assillanti che sono il lavoro e la casa. Due problemi che costituiscono un vero dramma per le realtà deboli, i giovani, le nuove famiglie, gli extracomunitari. Chiedo a tutti che anche su questo settore si sviluppino interrelazioni tra i diversi attori del sistema economico, convergenze e impegni coerenti, capaci di restituire soluzioni e speranze.
1. Sono contento di essere con voi, anzi mi auguro che il mio servizio di
Vicario mi offra qualche opportunità in più di stare in contatto con voi e di
immergermi in problematiche legate alla pastorale del mondo del lavoro.
2. Entro subito nel tema che don Raffaello mi ha proposto, a riguardo della
spiritualità del credente che lavora.
3. Le cose da dire sono tante. Tengo presente che siete in un'assemblea di fine
anno pastorale; vi troverete forse di fronte a molto lavoro svolto e
probabilmente dovrete registrare una certa scarsità di risultati.
1. Intenderei innanzi tutto spazzare via un fraintendimento molto nefasto in
forza del quale ci s'illude che, se è vero che le nostre parrocchie oggi quasi
non riescono più a educare ad un'autentica spiritualità del lavoratore e ad
una sufficiente sensibilità sociale, su altri punti invece sembra che abbiano
successo. La carenza su di un punto di pastorale mette in evidenza la carenza e
il fraintendimento anche sugli altri punti che, solo apparentemente, sembrano
avere successo. Oggi ad es. si celebra meglio la liturgia, ma incombe su di essa
la deriva del cerimonialismo.
2. Ripensare al tema della vita cristiana nel lavoro implica ripensare a tutta
la pastorale e in particolare alla capacità della comunità di suscitare
interesse al Vangelo soprattutto nei confronti di giovani e adulti, i più
inseriti nelle realtà quotidiane, che dimostrano al riguardo un crescente
disinteresse.
3. Senza entrare troppo nella tematica della secolarizzazione, mi limito a
citare Joseph Doré, Vescovo di Strasburgo, che scrive: "Non dubito un solo
istante della forza del Vangelo quale potenza di conversione dei cuori. Ma, come
molti tra noi, devo constatare che non solo la parola delle chiese, ma le chiese
stesse non hanno che un'infima possibilità di essere accolte da un numero
considerevole d'uomini e di donne, talmente costoro sono lontani, indifferenti
od ostili, a seconda dei casi" (Joseph Doré, L'Evangelizzazione nella
società attuale, Edizioni Qiqajon, 1998, pagg. 16-17).
4. Potremmo dire allora che il lavoro formativo del cristiano adulto, o meglio,
il dialogo pastorale e educativo, non potrà che svolgersi su piccoli numeri,
non solo per il nostro, ma in tutti gli ambiti. Deve, in un certo senso, tornare
la passione per le persone, per i singoli. La comunità è un punto d'arrivo,
non di partenza.
5. Inoltre, in un momento in cui la prassi pastorale delle parrocchie è
piuttosto confusa perché si propone di tutto, è necessario innanzi tutto
prendere coscienza che "ciò che fa la Chiesa in quanto tale è prima di
tutto e soprattutto l'Evangelo, perché è, di fatto, lui che la raccoglie e la
costituisce in quanto chiesa, nella fede del suo Signore" (Ibidem, pag. 5).
Del Vangelo inoltre non bisogna dimenticarne il fulcro. Anche noi dobbiamo
"ritenere di non sapere altro se non Gesù Cristo, e questi
crocifisso" (1 Cor 2,2). Mons. Walter Kasher disse ai nostri preti, il mese
scorso: "Nel nostro tempo è più che mai necessario non lasciarci
distogliere, lungo binari secondari della teologia [e io direi: della pastorale]
da passatempi o contingenze quotidiane" (Walter Kasper, La Chiesa che entra
nel terzo millennio: sfide e opportunità, testo dattiloscritto, pagg. 16-17).
6. Questo significa che noi dobbiamo saper mettere a confronto, senza
camuffamenti, da una parte la proposta del Vangelo nella sua ruvida
paradossalità e dall'altra una realistica educazione alla realtà quotidiana
nei suoi drammi e nelle sue pesanti problematiche. Fin a quando, per fare dei
cristiani, faremo degli sconti sul Vangelo e li terremo al chiuso nelle nostre
sacrestie, non faremo che allargare la crisi. V'inviterei a leggere sul n. 2 di
MicroMega, un testo di Enzo Bianchi "La fede è un rischio" per
comprendere come questi temi centrali nella vita cristiana non sono centrali
nella pastorale. Quando affrontiamo i temi centrali dell'Evangelo
inesorabilmente siamo portati ad affondare i temi centrali dell'esistenza
quotidiana (compresi il tema del lavoro), perché gli uni sono relativi agli
altri. Se siamo così incapaci di interessare ad una vita quotidiana e quindi ad
una vita di lavoro da vivere secondo il Vangelo, non è forse perché abbiamo
perso un po' la capacità di educare alle due esperienze che vanno sempre
insieme: quella della vita e quella del Vangelo?
7. "Nel cristianesimo, dove la parola Dio è narrata dall'uomo Gesù, nel
cristianesimo così radicato nella storia e nella stessa carne umana, io trovo
quella totale valorizzazione dell'umano che mi porta a dire che ciò che è
autenticamente umano è anche veramente spirituale, e che criterio
dell'autenticità spirituale è il rispetto della verità dell'umano. In questo
senso io comprendo l'affermazione neotestamentaria che Gesù c'insegna a vivere
(Tito, 2,12): non nel senso che l'uomo non sappia apprendere anche da sé l'arte
di vivere, ma nel senso che l'umanità vissuta da Gesù è veramente divina, è
talmente vera da essere eminentemente spirituale, proprio mentre è semplice e
radicalmente terrena" (Enzo Bianchi, La fede è un rischio, in MicroMega,
2/2000, pag.80).
8. Se tutto questo è vero per l'esistenza e i suoi problemi considerati
globalmente lo sarà anche per il problema specifico del mondo del lavoro e
della professione. Se da una parte c'è da scuotere tutta una prassi pastorale
ilemorfica, dall'altra c'è da educare, fin dall'età di catechismo, ad
affrontare il mondo e quindi il lavoro e la professione con lo sguardo del
Vangelo e il paradosso della croce. Catechesi, predicazione, colloqui
penitenziali, direzione spirituale forse sono un po' da reimpostare! Insegnare
la teoria del catechismo o insegnare a vivere, a ricercare il proprio ruolo nel
mondo, secondo il Vangelo? Avviene nella ricerca della professione e nel suo
esercizio quello che avviene nell'ambito dell'amore: si è trascinati dagli
istinti, dalle mode e soprattutto da una concezione utilitaristica
dell'esistenza. Il lavoro è tradito, ovviamente non perché si passa da un
lavoro ad un altro, ma perché è vissuto nell'esclusiva logica del profitto
(poco o tanto che sia). La redenzione di questo mondo è legata a quella di
tutta l'esistenza. Negli anni a venire forse le cose, su scala mondiale,
peggioreranno. Tuttavia lo scandalo sarà maggiore se le nostre parrocchie
perdessero ulteriormente la capacità di insegnare a vivere e quindi a lavorare
nella logica della croce. In fondo il nostro compito è proprio questo: far sì
che nel mondo non manchino gruppi, anche piccoli, di cristiani, che pienamente
inseriti nel loro tempo e nelle sue problematiche, vivano e lavorino, come sale
della terra e luce del mondo, secondo il Vangelo, mostrando che "non c'è
nulla di meglio al mondo, nulla di più travolgente dell'appello di Gesù
Cristo" (Leszek Kolakoski, Valori cristiani o Chiesa totalitaria, in
MicroMega 2/2000, pag. 128).
- 1 Re 19,19-21
Elia ha bisogno di collaboratori e quindi di successori, dice il Signore, per
continuare l'esperienza e la missione. La vocazione chiede una disponibilità
totale nella sequela. Il passaggio dalla vita quotidiana alla sequela è segnato
da un banchetto (richiamo all'eucaristia): apre sempre a nuove esperienze e
articola nuova forza
- Mt.5,33-37:
"Non giurate...": sono solo la tua parola e la tua coerenza che
diventano garanzia per l'altro. Occorre uno stile di vita pulito e propositivo
soprattutto nei rapporti sociali poiché la verifica di una ricchezza e
solidità di valori si scopre attraverso la relazione con l'altro.
- Il problema primo per una evangelizzazione è quello della conoscenza della
realtà e, all'interno del proprio contesto, la conoscenza dei problemi della
gente.
- Si tratta quindi di offrire un servizio competente ed essenziale: comunicare e
rendere partecipe dei risultati la comunità cristiana.
- La vita oggi è sempre più misurata secondo il parametro del danaro che si
enfatizza con l'investimento in "borsa" e con il tentare la fortuna
con l'Enalotto e tutto l'apparato che lo accompagna.
- Occorre una solidarietà aperta che va ricostituita poiché risorgono
diffidenze e lacerazioni ideologiche; le frantumazioni anche a livello sindacale
rispecchiano più forme di neocorporativismi che sostegno delle realtà più
povere.
- Si può ancora parlare di unità sindacale? Eppure in molte situazioni
continua ad essere preziosa per affrontare i diversi "tavoli" di
contrattazione e di decisioni.
- la parrocchia
. i progetti pastorali difficilmente riescono a richiamarsi alla
dimensione quotidiana (lavoro...)
. alcune indagini proposte in occasione della "Giornata della
solidarietà" sono andate a vuoto. Probabilmente non c'è un rapporto di
fiducia e coerente con i laici e manca la capacità di valorizzare i dati
oggettivi che soli fanno prendere coscienza della realtà. In fondo anche la
Pastorale soffre il limite comune del soggettivismo e della precarietà emotiva
. ci sono tante cose in parrocchia, ma manca la evangelizzazione come
opera fondamentale di proposta a cui ci si prepara e per cui ci si impegna con
tutte le proprie energie, in piena sintonia e secondo le proprie vocazioni:
clero, religiosi e laici.
- La testimonianza sul lavoro sarà comunque essenziale. Sempre più, infatti, il lavoro cambierà la vita della gente, e non avendo più la valorizzazione di un tempo diventerà via via, per i più, solo occasione di stipendio. Attrezzati alla flessibilità, rischieremo però di essere senza radici.
- I gruppi parrocchiali appaiono sempre impegnati in una corsa individuale, sviluppando una presenza in un volontariato che rischia di intravedere solo la dimensione e i bisogni individuali, senza approfondire le cause e il contesto sociale.
- Risultano sempre più importanti per un lavoro pastorale i referenti parrocchiali i quali, coinvolti in competenze proprie per il lavoro fatto o per conoscenze acquisite nella loro quotidiana esperienza, troveranno probabilmente e finalmente fruttuosa e ricca la collaborazione nei Consigli Pastorali e nei gruppi parrocchiali.
- La presenza visibile di cristiani in azienda si riduce sempre più in
corrispondenza della frantumazione delle grandi aziende. Resta sempre importante
tuttavia poter individuare una persona con uno stile espressamente credente che
sappia prendere posizione con sapienza nei vari momenti di scelta e di
responsabilità. Concretamente è la presenza discreta di un testimone che può
incoraggiare e sostenere uno stile credente anche in altri.
- Vanno comunque riscoperte e valorizzate le singole persone presenti
- L'esperienza dice che è interessante ripartire dalle situazioni concrete
(benedizione natalizia, Venerdì santo, commemorazione di un collega defunto),
coinvolgendo le stesse RSU (Rappresentanza Sindacale unitaria).
- Sembra utile la distribuzione della "catechesi sulla Messa"
pubblicata sul Foglio.
- Per quanto riguarda gli itinerari per i giovani è importante andare oltre la
occasionalità e l'episodicità.
- Il tema della presenza laicale nella Chiesa va ripensata, poiché si tende
a regredire nel piccolo e nel privato (recupero del Concilio Vaticano II).
- E', quindi, fondamentale una preparazione responsabile degli adulti che non è
possibile improvvisare, semplicemente perché si è dato loro un compito
pastorale. Solo la fiducia, il moltiplicarsi di occasioni, l'ascolto paziente,
una continuità di strumenti possono preparare, a distanza di anni, le persone
ad una responsabilità adulta nella Chiesa.
- Si sente l'importanza di sviluppare un tema tipicamente laicale che è quello
della responsabilità verso il creato, poiché si collega con lo sviluppo, il
progresso, il consumismo, il futuro sostenibile. E' una realtà con cui dobbiamo
velocemente fare i conti, soprattutto, nel nostro mondo occidentale.
- E' certamente utile la proposta del questionario-indagine tra i lavoratori sul
lavoro che si propone come una ricerca sui temi quotidiani che s'incontrano
nella propria attività.
- Occorre riflettere di più sul tema della precarietà del lavoro, realtà che
spesso rende precaria la vita.
- Con i ritmi che si stanno sviluppando e che non tengono conto della giornata
festiva per tutti, diventa importante riflettere sul rapporto riposo/lavoro.
Va sempre più ripensato e sostenuto il lavoro che le
parrocchie compiono poiché è un mondo prezioso e capillare che raggiunge sul
territorio, potenzialmente, tutti. Il nostro compito è quello di un servizio
intelligente e attento.
- Riprendere il raccordo con i referenti parrocchiali (completando il quadro e
contattandoli) significa offrire alle parrocchie uno strumento interessante di
collaborazione e di analisi che può far crescere sensibilità e attenzione
verso la dimensione quotidiana della vita e quindi verso la concretezza in cui
tradurre la fede.
- Aiutare quindi ad impegnarsi sul "far conoscere" i problemi comuni
è un servizio fondamentale.
- La pazienza è lo stile che ci deve guidare nel nostro impegno poiché ci
obbliga a non essere superficiali.
- La presenza di una propria visibilità credente in fabbrica è indispensabile
poiché traduce, pur nella pochezza della nostra testimonianza, la presenza e i
criteri di Gesù nel mondo contemporaneo.
- Va ripresa l'iniziativa di aiutare i giovani che entrano nel mondo del lavoro.
Un tempo si sviluppavano degli incontri e si utilizzavano le schede per la
"Leva del lavoro". Oggi, tali iniziative possono essere utili anche
per i giovani studenti poiché il mondo del lavoro è assolutamente lontano e
inimmaginabile.
- Il sussidio della Diocesi "sull'accompagnare la vita quotidiana"
può servire per approfondire la tematica in gruppetti anche autonomi. Lo schema
è pensato come traccia che si può completare aggiungendo via via alcune schede
di approfondimento (ne sono previste circa trenta) che stiamo preparando. Oltre
tutto vi si può collaborare.
- Molto opportune e interessanti sono l'elaborazione e prima ancora la raccolta
di dati di un questionario che unisca insieme giovani e adulti nella riflessione
sul lavoro.
- Il moltiplicarsi di casi di precarietà conclamata mette in crisi il nostro
modo di vivere e di affrontare la vita soprattutto per le nuove generazioni poco
acculturate. La quasi metà della popolazione ha solo, come titolo di studio, la
terza media: oggi è troppo poco per un lavoro qualificato.
Durante i gruppi di studio e poi in assemblea si è cominciato a presentare il programma operativo dell'anno prossimo, incentrato particolarmente sulla realizzazione di un questionario circa il senso del lavoro e la partecipazione sociale dei lavoratori. Siamo convinti che il lavoro sia un'esperienza rilevante per sentirsi parte della società, ma oggi, per diversi motivi (differente organizzazione, scomparsa della classe operaia, crisi di rappresentanza del sindacato, crollo delle ideologie....), non è più percepita come immediata la partecipazione alla società anche tramite il lavoro. Se però rimane vero che l'attività lavorativa è un'esperienza fondamentale della persona, attraverso cui questa realizza le proprie aspirazioni personali e può riconoscersi in una dimensione più ampia (gruppo, classe, società?) a quali condizioni questo si può verificare? La campagna, promossa dalla GiOC fra i giovani, che intendiamo estendere al mondo adulto e associativo (Acli in primis, ma anche AC, Cl ), indaga il nesso fra individuo e società attraverso l'impegno lavorativo, le forme d'organizzazione in azienda, i luoghi d'accompagnamento, di cultura, di rilettura dell'esperienza. Ha dato la sua disponibilità a seguire l'elaborazione di questa nostra ricerca il sociologo dell'Università Cattolica, Maurizio Ambrosini, che ha riformulato il questionario adattandolo anche ad una realtà adulta. A Desio, subito, abbiamo così cominciato a visionare le domande del questionario, fornendo alcune utili indicazioni. In questi mesi estivi verificheremo ulteriormente l'ipotesi formulate, chiamando a coinvolgersi e a progettare con noi per tale percorso Acli, Azione Cattolica, Comunione e Liberazione e altre realtà organizzate di gruppi, associazioni e movimenti che possono essere interessate. Nell'assemblea d'inizio anno, dedicheremo ampio spazio alle riflessioni che accompagnano tale ricerca, oltre a tutte le indicazioni concrete perché singoli, parrocchie, gruppi d'ambiente, referenti parrocchiali possano "padroneggiare" tale strumento un po' nuovo, che ci consente di favorire la ripresa d'attenzione ai luoghi di lavoro e alle relazioni interpersonali con i colleghi/e, con familiari, con i parrocchiani lavoratori e lavoratrici. Per chi fosse interessato, in ufficio sono disponibili le bozze (la formulazione e la scelta delle domande richiedono un'attenta analisi e mediazione fra esigenze "tecniche" proprie dell'indagine sociologica e obiettivi pastorali che si vogliono raggiungere) del questionario. Quello che chiediamo fin d'ora è di cominciare a pensare all'utilizzo che potremo farne (come singoli, sui luoghi di lavoro, nel nostro gruppo, in parrocchia, in famiglia ), e a come questo strumento può aiutarci ad "Accompagnare la vita quotidiana" di lavoro di tante donne e uomini nella nostra società.
1. Le beatitudini si pongono sulla soglia dell'incontro con il Signore e soprattutto questa sesta beatitudine nasconde, e neppure troppo, una profonda nostalgia del volto di Dio: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio.
2. Sono stato abituato a leggere questa beatitudine pensando ai problemi giovanili dell'educazione cristiana che toccano il mondo della sessualità o l'impegno a rispettare il proprio corpo nella castità. Sono stati moltissimi i richiami nella mia vita di adolescente, tutti orientati in questo senso. La castità era un elemento fondamentale di verifica che misurava la serietà e l'onestà della persona. E le prediche spesso tonanti di sacerdoti, che rimproveravano la gioventù, normalmente erano riferite ai vestiti indecenti e ai comportamenti sessuali dei ragazzi e delle ragazze. Ci siamo fatti così l'idea che questi problemi fossero i più importanti in assoluto, più di ogni altro impegno sulla responsabilità del lavoro o sulla giustizia, sul rispetto dei diritti delle persone o sulla correttezza del comportamento nella società. Probabilmente ci ha anche aiutato nei momenti turbolenti e ci ha sostenuti contro la tentazione dell'imborghesimento, della superficialità, dell'accettare gl'istinti come regola di vita. Probabilmente ci avrebbe anche salvati dalla droga che a quel tempo non esisteva nell'immaginario giovanile ma ci siamo ritrovati spiazzati quando in fabbrica abbiamo combattuto contro le ideologie presenti e non ci sentivamo attrezzati con un corredo di valori più globali. Il nostro orizzonte era piccolo e fragile. Abbiamo faticato molto a ripensare in termini più ampi e più maturi. Ancor oggi sento la povertà di questa impostazione nel nostro mondo cattolico: mentre una mentalità radicale ha ridicolizzato e ridimensionato l'impostazione etica tradizionale appiattendo le sensibilità, non sembra si sia provveduto o si sia riusciti ad ampliare e armonizzare i valori di un cristiano adulto. Così, tra le tante fatiche e disorientamenti, sono facili i qualunquismi, il vuoto di significati, l'individualismo, la diffidenza verso la parola della Gerarchia.
3. So di aver imboccato una strada difficile di riflessione ma mi sembra urgente che i cristiani ripensino un cammino educativo adatto agli adulti del nostro tempo in cui tutti, sacerdoti e laici, filosofi, teologi ed educatori, economisti e sociologi e via via le professioni più varie trovino tempo e volontà per ritrovare criteri, propongano esperienze, suggeriscano itinerari e ci aiutino a leggere e a scoprire la Parola di Dio che si traduca nella nostra vita di oggi.
4. Da tempo mi hanno aiutato alcuni amici sacerdoti e un gruppo di ricerca ad approfondire, per quanto mi è possibile, all'interno della Scrittura stessa, il significato delle parole che spesso mi capita di incontrare. Ho infatti scoperto che la nostra cultura e i nostri criteri ci tradiscono quando affrontiamo un testo biblico. Abbiamo alle spalle tempi, civiltà e ideologie che ci condizionano e ingannano nel confronto poiché immettono concetti e interpretazioni che sono solo nostri. Così ho imparato ad essere cauto nel cercare i significati di parole chiave nei testi della Parola di Dio. Per esempio, nella Scrittura, il "cuore" non è tanto il centro del mondo affettivo ma molto di più; il cuore è al centro di ogni vita personale, intellettuale, volitiva ed emozionale. E' anche il centro che origina e dà unità ai rapporti con Dio e con l'umanità. A sua volta "puro" è ciò che è conforme alla volontà di Dio, al suo mondo, a ciò che è gradito a Lui. Così parlare di "cuore puro" significa sviluppare un rapporto profondo con la Parola di Dio superando ogni ambiguità e accettando di essere purificati dalla sua volontà e dal suo Spirito. Ezechiele dice riferendo le parole di Dio: " Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo; metterò dentro di cui uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne " (Ez. 36, 25-26 ).
5. Davide, quando si rese conto del male che aveva fatto, chiese perdono al Signore e pregò così: "Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi della tua presenza e non privarmi del tuo santo Spirito. Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso" (Sal. 50,12-14).
6. Un altro testo della Scrittura su cui spesso mi sono soffermato quando, a messa, cantiamo il Santo, mi riporta alla straordinaria esperienza di un profeta, Isaia, che incontra nel tempio, in visione, il Signore e, come prima sensazione, sente uno spavento terribile perché ha le labbra impure. "Io sono perduto perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito. Eppure i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti". Poi, dopo essere stato purificato con il fuoco, udii la voce del Signore che diceva "Chi manderò e chi andrà per noi?" e io risposi: "eccomi, manda me" (Is. 6,1-6). Questa vocazione sorge come risposta generosa di un cuore purificato e il Signore, che mendica un rappresentante, accetta di essere portato da un uomo disponibile a vivere secondo il progetto di Dio.
7. Ho fatto un bilancio e ho cercato di immaginarmi una persona che in azienda possa rappresentare lo stile di un "cuore puro". Credo che debba, tra l'altro, avere queste caratteristiche. Deve mostrare di conoscere l'umanità e di saper compatire, fidarsi degli altri e non sorprendersi quando si è traditi, sperare stando con i piedi per terra, dare una parola e mantenerla, trovare gli aspetti positivi anche quando per tutti ci sono catastrofe e fallimento, saper accogliere le persone quando tutti emarginano, difendere i deboli, non aver paura dei prepotenti, saper mantenere l'equilibrio e la calma quando si vive nel caos, saper sorridere senza prendere in giro nessuno, saper lottare senza odiare, dire la verità anche se scomoda ma non mostrarsi né rigidi ne incuranti, sapersi prendere in giro con simpatia.
8. Credo che si faccia fatica a trovare persone con queste caratteristiche tra le persone del proprio ambiente di lavoro. E' come se il mestiere di ogni giorno fosse capace di sporcare, irrigidire, intorpidire il cuore. Essere "puri di cuore" è un'utopia, una nuvola bianca nella tempesta, un raggio di sole nella fuliggine.
9. Eppure ricordo una ragazza, unica donna tra tanti uomini nel mio reparto, un po' rozzi, sguaiati e petulanti, alcuni anni fa quando venne a lavorare da noi. Non ce lo disse mai, ma probabilmente ci aveva trovati duri, insignificanti e superficiali. Avevamo vergogna e paura di manifestare sentimenti, di esprimere gusti che non fossero tutti appiattiti alla moda del momento. Pensavamo e dicevamo che il danaro fosse l'unico valore; accettavamo che le foto porno fossero il vero segnale di maschilità e liberalità, e accettavamo le bestemmie come il vero e piccante linguaggio adulto. Vedemmo tra noi Rosanna, impacciata all'inizio ma consapevole e qualcuno cominciò a scommettere che non avrebbe resistito. Nessuno era disposto a cambiare, così sembrava, e tutti pronti a renderle la vita difficile. Essa incominciò, me ne resi conto, con una certa paura. Però, se era disposta ogni volta a chiedere, per favore, e qualcuno glielo faceva pesare, sapeva aspettare ma restava determinata fino in fondo. Era attenta alle responsabilità per cui chiedeva scusa ma non era disposta a sopportare che gli altri ne approfittassero.
10. Tra noi c'era un giovane handicappato più mentalmente che fisicamente e su di lui si scaricavano barzellette e doppi sensi. Se lo si prendeva in giro, era per fargli scherzi pesanti e obbligarlo a lavori duri non sempre adatti alle sue capacità. Capitò varie volte che vedevamo Rosanna fremere. Non si ribellò mai ad alta voce poiché avremmo scoperto, in questo caso, un divertimento più sottile e perverso. E lei lo aveva avvertito. Si sostituiva invece, via via, con libertà al lavoro dell'altro, accettava con intelligente ironia lo scherzo senza drammi e solo dopo parlava chiaro. A qualcuno il sorriso si spegneva sulle labbra eppure non umiliava. Imparammo a rispettarla, a non dire parolacce in sua presenza e s'incominciò a rispettare anche l'altro perché scoprivamo con l'handicap la fraternità e la paternità. L'estraneità stava cedendo il passo ad uno stile di rispetto e di amicizia e, se prima qualcuno lasciava gli armadietti aperti che traboccavano di immagini di donne nude e di ritagli di giornale pornografici, poi imparammo a togliere quelle foto che potevano dare fastidio. Si arrivò persino a chiedere consiglio tra noi: "Secondo te va bene questa o quest'altra qui dentro?". Rosanna divenne ai nostri occhi il segno del rispetto della femminilità delle mogli, madri, figlie e sorelle. Io ero giovane e guardavo divertito e stupito il cambiamento. Si imparò un linguaggio più arguto, più simpatico, più gioioso. S'iniziarono discorsi seri mentre slogans e luoghi comuni perdevano il diritto di cittadinanza. Si cercava infatti di capire, di discutere i perché; si riusciva persino a no dir più: "Perché a me va bene così" anche se non sempre risultava così facile. Si scoprirono più facilmente le cose importanti, ci si salutò con maggiore simpatia, ci si preoccupò di più della pulizia del proprio posto e dei problemi del vicino, dei compleanni e delle vicende dei figli dei colleghi.
11. Dopo qualche anno, com'era arrivata, se ne andò, non prima di averci avvisato che aveva scelto di fare la volontaria laica in Africa. Non ci meravigliammo molto ma la notizia, che ci rattristò, ci permise di collegare episodi e fatti diversi. Quando festeggiammo l'ultimo giorno di lavoro, eravamo un po' tutti commossi, essa ci ringraziò perché ci disse di avere imparato a vedere Dio, ogni giorno, nelle nostre persone. Restò un mistero quella frase che non fu mai fatta affiorare nei ricordi quando parlavamo con ammirazione di Rosanna. La seguimmo con lettere e qualche aiuto. Si disse di lei che era "trasparente, coraggiosa, coerente". A me ora si è affacciata questa immagine evangelica.