Settembre 2000

IL FOGLIO della PASTORALE SOCIALE e del LAVORO di MILANO n. 105

POSTA ELETTRONICA: lavoro@diocesi.milano.it

 

ASSEMBLEA ORGANIZZATIVA

Sabato 7 ottobre 2000 (ore 9,45 - 14,00) a Desio, in via S. Pietro n. 16

Abbiamo già pubblicato la sintesi dell’ultima assemblea consuntiva. Riprendendo le riflessioni proposte, possiamo confermare alcuni punti fermi e delineare qualche prospettiva di impegno.

I punti fermi

Accompagnare la vita quotidiana
Formazione dell’adulto credente
Conoscenza della realtà
Il mondo del lavoro
La parrocchia
I giovani

Va ripresa l’iniziativa di aiutare i giovani che entrano nel mondo del lavoro. Oggi, tali iniziative possono essere utili anche per i giovani studenti poiché il mondo del lavoro è assolutamente lontano e inimmaginabile.

La commissione sta precisando alcuni itinerari per adolescenti e giovani lavoratori, che sono pubblicati sul programma annuale di Pastorale giovanile.

Prospettive di impegno

I referenti parrocchiali
La presenza in azienda
Questionario - indagine

Ci sembra quanto mai opportuna ed interessante una analisi per capire come si evolvono la sensibilità e i cambiamenti nel mondo del lavoro. La proposta del questionario-indagine tra i lavoratori sul lavoro si propone come una ricerca sui temi quotidiani che s’incontrano nella propria attività.

Siamo convinti che il lavoro sia un’esperienza rilevante per sentirsi parte della società, ma oggi, per diversi motivi (differente organizzazione del lavoro, scomparsa della classe operaia, crisi di rappresentanza del sindacato, crollo delle ideologie....), non è più percepita come immediata la partecipazione alla società anche tramite il lavoro. Se però rimane vero che il lavoro è un’esperienza fondamentale della persona, a quali condizioni questo si può verificare?

Il questionario che intendiamo proporre ai lavoratori ed alle lavoratrici della nostra diocesi indaga il nesso fra individuo e società attraverso il lavoro (in termini di sua percezione, di forme d’organizzazione del lavoro, di luoghi d’accompagnamento, di cultura del lavoro, di rilettura dell’esperienza). E’ stato promosso dalla GiOC fra i giovani e noi estenderemo la ricerca anche al mondo adulto. Sarà un’occasione straordinaria per incontrarsi fra lavoratori e per raccogliere esperienze e contributi e confidiamo (come minimo) di poter avere molti questionari in tutta la Diocesi.

Ha dato la sua disponibilità a seguire il nostro lavoro il sociologo dell’Università Cattolica, Maurizio Ambrosini, che ha riformulato il questionario adattandolo anche ad una realtà adulta.

Sono già stati contattati i seguenti movimenti: ACLI, Azione Cattolica, AGESCI, Api-Colf, Comunione e Liberazione, Comunità e lavoro, GiOC, MOPP, Movimento dei Focolari, Cooperative di solidarietà sociale.

Nell’assemblea organizzativa, dedicheremo ampio spazio alle riflessioni che accompagnano tale lavoro, oltre a tutte le indicazioni concrete perché singoli, parrocchie, gruppi d’ambiente, referenti parrocchiali possano “padroneggiare” questo strumento un po’ nuovo, che ci consente di favorire la ripresa d’attenzione ai luoghi di lavoro e alle relazioni interpersonali coi compagni di lavoro o con familiari o parrocchiani lavoratori e lavoratrici.

Sarà perciò importante la presenza di tutti i gruppi interessati all’assemblea organizzativa del 7 ottobre.

Il percorso potrebbe essere così definito:

Le schede per l’approfondimento

L’ambito del lavoro, sviluppato nel sussidio diocesano “Accompagnare la vita quotidiana”, è pensato come traccia che si può completare aggiungendo via via alcune schede di approfondimento (ne sono previste 33) che stiamo preparando. Potrebbe diventare un materiale interessante che un gruppo utilizza coordinandosi senza avere particolare bisogno di un esperto. Sarebbe necessaria solo una persona che abbia un minimo di competenza e capacità di lavoro di gruppo per coordinare e aiutare.

Le schede in preparazione affronteranno le seguente tematiche:

1.     Globalizzazione
2.    Lavoro domani
3.    Valore del lavoro
4.     Occupazione-disoccupazione
5.     Solidarietà oggi
6.     Sindacato
7.     Volontariato e cooperazione
8.    Etica e finanza
9.    Stato sociale
10.   Quale società oggi
11.   La questione ecologica
12.   Fede e politica
13.     Formazione permanente
14.   Donna e lavoro
15.   Gli immigrati tra noi
16.   Povertà ed esclusione
17.   Lavoro e riposo
18.   Infortuni e morti sul lavoro
19.   L’adulto credente
20.   Il lavoro nella Parola di Dio
21.   Il lavoro nella Dottrina Sociale
22.   I laici nella Chiesa e nella società
23.   Quale idea di Chiesa ?
24.   Catechesi e vita quotidiana
25.   La preghiera cristiana
26.   Fede ed impegno sociale
27.     Sacramenti e vita
28.   Il metodo del discernimento
29.   Giovani e lavoro
30.   Famiglia e lavoro
31.     Movimenti e comunità cristiana
32.   Ruolo, compiti e finalità della PdL
33.   Il compito della commissione PdL

- discorso alla veglia di Molteno
- discorso Centro Vismara (1996)

Appuntamenti annuali      

Domenica 12 novembre 2000                       Giubileo del mondo agricolo
Sabato 10 febbraio 2001                              Convegno della Vigilia
Domenica 11 febbraio 2001                          Giornata della Solidarietà
Domenica 18 marzo 2001                            Festa degli artigiani
Lunedì 30 aprile 2001                                  Veglia dei lavoratori
Martedì 1 maggio 2001                                Festa dei giovani lavoratori
Domenica 11 novembre 2001                       Giornata del ringraziamento (mondo agricolo)

Attenzioni particolari

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L'Unione Europea: una sfida aperta

Il tempo di vacanza è anche tempo di incontri e di viaggi. A Roma milioni di giovani, provenienti da 160 nazioni, hanno pregato e si sono intesi secondo lingue europee: inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, sottolineando la preminenza dell’Europa stessa. Il tema dell’Europa è una grossa sfida che ci viene offerta, tanto più che sia il magistero pontificio che quello dei vescovi se ne stanno occupando ogni giorno più vivacemente. Assieme ad alcune riflessioni presentiamo alcuni dati utili  sulle nuove politiche regionali e l’intervento che il cardinale Vlk, arcivescovo di Praga, ha tenuto quest’anno alle ACLI che hanno iniziato a Milano il loro Congresso nazionale, poi svoltosi a Bruxelles.

1. Alcune riflessioni

2. Una nuova politica regionale: concentrazione dell'aiuto, finanziamenti mirati, gestione decentrata

Obiettivo n. 1: concentrare l'aiuto sulle regioni in ritardo di sviluppo

Obiettivo n. 2: aiutare le regioni a uscire dalla crisi e stimolare la crescita e l'occupazione

Obiettivo n. 3: istruzione, formazione e occupazione

3. Per un'Europa dello Spirito

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento del cardinale Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga e Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa, al congresso nazionale delle Acli.

Il tema di un’Europa dello Spirito è vasto e, al contempo molto prossimo a noi tutti. Se lasceremo operare lo Spirito, il continente nel quale viviamo non sarà solo la nuova Europa, ma sarà anche e soprattutto un’Europa nuova. “Ecco, Io faccio una cosa nuova” è, in effetti, la parola che fonda ogni autentica “novità” della vicenda umana. Una novità che si fa storia e che perciò è affidata ad uomini e donne in carne ed ossa, ai lavoratori, alle istituzioni, alle espressioni della società civile, alle multiformi manifestazioni dell’homo faber.

Nel messaggio del Sinodo dei Vescovi sull’Europa l’annuncio è anzitutto quello di un “Vangelo della speranza” e perciò del futuro per questo antico e complesso continente.

In un recente convegno svoltosi a Vienna su temi riguardanti l’impegno politico dei cristiani nei mutamenti contemporanei e al quale hanno partecipato qualificati rappresentanti dell’Europa centrale e sud-orientale, sono emersi alcuni spunti interessanti. Dal dibattito è emersa la chiara preoccupazione per le implicazioni dell’adesione all’Unione Europea.

La prima si può sintetizzare nel senso di disagio rispetto alla formula stessa dell’adesione, quasi implicasse, essa, una convergenza persino antropologica per potersi dire europei. Ma l’identità europea è espressa dalle persone e dalle comunità dell’Europa centro-orientale al pari dei cittadini e delle società dei Paesi dell’Europa occidentale.

La seconda preoccupazione è connessa agli “standard” che l’Unione esige in termini macroeconomici e di politica economica. Nonostante non si neghi, responsabilmente, l’importanza di questi fattori, sembra che vi sia il pericolo che i cittadini di questi Paesi colgano il processo di allargamento dell’Unione Europea solo come un freddo insieme di regole e di criteri economici.

Mi sembra che, in effetti, l’Europa rischi di apparire oggi come un insieme di procedure, più che come un progetto che non è solo politico, ma anche socio-economico e culturale. Essa, cioè, rischia di presentarsi ai Paesi che intendono aderire all’Unione con i caratteri di una impersonale “legge”.

Ma quali potrebbero essere, oggi, i contenuti di un impegno per ridare davvero un’anima all’Europa? Qui possono soccorrerci le parole, a condizione che esse ci aiutino a descrivere una realtà vitale. Le parole-chiave che vi propongo sono: solidarietà, ospitalità, convivialità, comunione.

1. La solidarietà la conoscete bene: è uno dei fondamenti e delle “ragioni” delle Acli. Vengo perciò all’ospitalità. Essa è la certezza di essere accolti, di essere “a casa”, di condividere un luogo che si presenta come “crocevia di cammini”. E’ proprio questo il senso profondo del processo storico di allargamento dell’Unione Europea! Certo la costruzione di una grande “società europea” non può prescindere da regole e parametri comuni, da un senso di responsabilità. Ma come è stato scritto “al di qua della responsabilità, c’è la solidarietà; al di là, l’ospitalità” (Jabès).

Con la solidarietà, che pure è fondamentale, siamo ancora, per così dire, fuori dalle mura, dal calore, dal focolare della “casa comune”. Se invece lasciamo che l’altro varchi la soglia della casa, se adottiamo non solo l’etica della convinzione, ma l’etica della condivisione, entriamo nell’ambito molto più impegnativo dell’ospitalità.

Perché l’ospitalità? Per la semplice ragione che la stessa identità dell’Europa si fonda su quel “crocevia di cammini” cui ho fatto cenno, sulla sfida di coniugare identità e differenza, unità e molteplicità. Il Santo Padre, nella sua omelia al Sinodo dei Vescovi sull’Europa, ha detto che è “urgente” una “cooperazione fraterna” in questo periodo storico in cui il continente sperimenta una nuova fase di processo di integrazione e una sua “forte evoluzione in senso multiculturale e multietnico”. Questo multiculturalismo non dobbiamo intenderlo, appunto, solo in senso etnico. Tutta la storia dell’Europa è “multiculturale”, fatta cioè, come si diceva in Italia nel Risorgimento, di “molte repubbliche e pochi regni”. L’Europa si è faticosamente costruita (e il suo cammino è ben lungi dall’essere concluso) sulla sua capacità di rendere “dialogiche” le differenze.

A me sembra, perciò, che questa nuova epoca della storia europea non possa essere definita solo in termini di “europeizzazione” dell’Europa o di “riunificazione” dell’Europa. Essa richiede una visione ben più ampia: non si tratta per dei popoli e delle comunità di “aderire” a qualcosa di pre-esistente (come l’Unione Europea), quanto di dare avvio, insieme, ad un rinnovato “progetto” europeo. Qualcosa che solo insieme i popoli europei possono fare, a partire dalle loro diversità.

Un dialogo che, grazie alla grande apertura dell’ospitalità delle culture, non è solo “epifania dell’altro”, ma anche e soprattutto “epifania del noi”. La scoperta, cioè, che solo l’unità tra le culture restituisce a ciascuna la sua profonda identità.

Durante una recente seduta del Parlamento europeo, un deputato ha chiesto al Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, dove finisce l’Europa. Prodi aveva appena annunciato, infatti, un’ampia strategia di “allargamento” dell’Unione Europea a diversi Paesi, parlando anche di Turchia ed auspicando un rapporto preferenziale con questo grande Paese proteso tra due continenti e due culture. Dobbiamo comprendere lo sgomento di quel deputato dinanzi ad un ampliamento dell’Unione Europea dal Baltico al Mar Nero.

Il paradosso è che un continente inizia e finisce dove “pensiamo” che inizi e finisca. E la visione dei confini tra le culture cambia perché gli uomini cambiano, si incontrano, talvolta si scontrano, ma sempre interagiscono in modo nuovo, diverso, imprevedibile. E, saggiamente, il Presidente Prodi ha risposto alla domanda sui confini dell’Europa dicendo che è finalmente giunto il momento di porsi proprio questo tipo di domande. E’ un buon inizio: spesso le domande giuste sono più utili delle risposte giuste. Io penso che sia bene anche ribadire la grande libertà degli uomini e delle società di accantonare, talvolta, le carte geografiche.

L’Europa, non dimentichiamolo, è anche un progetto culturale. La sfida è anzitutto far dialogare, al suo interno, la cultura latina, quella germanica, quella anglosassone, quella nordica, a cui presto si aggiungerà quella slava. In questo senso, l’Unione Europea dovrà riscoprire la propria radice, che è quella di essere “plurale” pur all’interno di un progetto comune. Ma l’Unione Europea dovrà anche intessere un rapporto più vitale con la cultura mediterranea e araba.

Ora se guardiamo con attenzione a questo complesso scenario, a me sembra che più che di confini dovremmo parlare di fini. Se l’Europa vuole davvero crescere e non solo allargarsi, deve sapersi responsabilmente ridiscutere e darsi nuovi obiettivi comuni. Sarebbe un errore storico pensare che l’allargamento si possa fare semplicemente estendendo ai nuovi membri le regole e gli obiettivi attuali.

Mi pare che le perplessità che persone e comunità dell’Europa centro-orientale nutrono su questa nuova tappa di integrazione, rivelano, forse, l’insufficienza del progetto politico e la carenza di quella “visione del futuro” così necessari alla democrazia. Il tema è anche più complesso di quanto appaia. In campo economico, ad esempio, non ci si dovrebbe, forse, limitare ad una scelta tra diversi modelli di capitalismo.

Ciò che è sicuro è che le “vie” della politica e dell’economia non sono solo tre (capitalismo, socialismo, socialdemocrazia). Ove collocare, infatti, le nuove forme organizzative e le nuove concezioni economiche come il “consumo critico”, la “finanza etica”, l’economia leggera, l’ecologia del denaro, il terzo settore e l’economia di comunione? Temi che, nei nostri Paesi, stentano a trovare uno spazio di dibattito spassionato.

2. Ma c’è un’ulteriore dimensione, che solo “soggetti spirituali”, siano essi persone o comunità, possono effettivamente costruire. E’ la dimensione della convivialità. Se con la solidarietà apriamo la porta e ci rechiamo incontro all’altro, se con l’ospitalità condividiamo un luogo comune, anche immateriale, cioè condividiamo le ragioni dell’altro, con la convivialità facciamo un altro passo: non solo condividiamo un “luogo” ideale, lo spazio, ma anche il tempo e cioè la memoria, tutta la nostra vicenda umana.

Non a caso il Presidente della Commissione Europea, nel suo messaggio al Sinodo dei Vescovi, ha evocato la memoria come dimensione dell’incontro, come elemento propedeutico alla speranza. E nell’esperienza cristiana è proprio la Memoria (“...fate questo in memoria di me”) quella che crea l’autentica comunità, l’ecclesia, e che fonda la Speranza. Condividere lo spazio e il tempo significa anche affrontare un’altra dimensione del confine, non più esterna, ma “interna” alle nostre società.

E’ la presenza di un confine “escludente” (spaziale, mentale, culturale, ideologico) la condizione che trasforma qualcuno, anche se nostro concittadino, in un “estraneo”. Il confine si sposta così dal campo della geopolitica a quella della antropologia politica. Il confine diviene  “interno” e attraversa le compagini umane, anche a prescindere da un riferimento spaziale.

La città di frontiera, ad esempio, non è sempre una città che “sta” su un confine, ma quella che è meta della mobilità umana. E’ una città dove provare a comprendere e affrontare quell’insieme di questioni come l’immigrazione, l’occupazione, la gestione delle risorse, la cittadinanza, che vengono necessariamente a trovarsi a cavallo tra la dimensione locale, quella metropolitana e quella internazionale, intrecciandosi profondamente e condizionandosi a vicenda. Le nuove esclusioni e le nuove emarginazioni sono aspetti di questo “confine interno”.

Ma è un’esclusione che non si limita solo alla dimensione economica. Infatti, dice la Commissione Europea, il fenomeno dell’emarginazione sociale “si manifesta con diverse forme di disagio e di barriere, che, da sole o insieme, impediscono la piena partecipazione in ambiti come l’istruzione, la sanità, l’ambiente, l’edilizia residenziale, la cultura, l’esercizio dei diritti o l’assistenza familiare, nonché la formazione e le opportunità di lavoro”.

Ma è soprattutto, io credo, la dimensione della convivialità quella che ci può guidare nell’opera di abbattimento anche di questo nuovo, insidioso, invisibile “muro” che attraversa le nostre società.

3. Credo che dovremmo forse recuperare anche il concetto di “comunità”, che nella sua forma fraintesa, ha finito per designare un contesto chiuso, esclusivo ed escludente, confondendosi con la discriminazione dell’altro e forme di etnicismo e nazionalismo. In realtà la comunità viene da “cum - munus”, e cioè il fatto di essere accomunati da un dono (munus). Per questo la comunità non può concepirsi come un corpo in sè “completo” ed appagato. Una comunità che sia dono reciproco al suo interno non può cotraddirsi, non può non essere “dono”, non può non “traboccare” anche verso l’esterno. Altrimenti non è autentica comunità.

Questa idea potrebbe forse essere indicata, all’interno dell’Europa, come il passaggio dall’Unione Europea all’unità europea. Si tratta di far coincidere in questo progetto due realtà: una struttura a servizio di un popolo, un fatto di governi e un fatto di persone e comunità che intrecciano una miriade di rapporti fecondi.

Per dirlo con l’ultima parola programmatica che mi sono proposto di utilizzare, un “Europa della comunione”, la “Comunione europea”. Oggi l’Europa deve fare, per così dire, un esercizio di ”ermeneutica”: rivolgere uno sguardo ampio sul suo passato, sul suo presente e sul suo futuro (e secondo un’etimologia Europa significherebbe “colei che guarda lontano”). Da questo sguardo essa può cogliere forse il significato della sua esperienza: il difficile apprendistato di essere “relazione”.

E’ proprio questo sforzo di “imparare”, ma soprattutto di “vivere” l’unità nella pluralità e la pluralità nell’unità, il dono semplice ed inestimabile, che l’Europa può offrire al mondo e a se stessa (“ama il tuo prossimo come te stesso”).

E’ questa l’autentica Europa dello Spirito: l’Europa “trinitaria”.

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Un lavoratore legge le beatitudini

(riflessioni liberamente rielaborate da don Raffaello Ciccone - parte nona)

Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio (Mt. 5,9)

1. Questa beatitudine mi mette proprio in difficoltà. Credo che ciascuno di noi voglia cercare la pace e che ciascuno di noi si sforzi di trovarla nel proprio cuore e nella propria vita. Eppure questa pace è più frutto di un’attesa, è più frutto del caso, è più frutto di una fortuna piuttosto che di un impegno e di una ricerca. Noi ci aspettiamo la pace ma speriamo che avvenga tutto sulla nostra testa, nonostante noi. Eppure la prospettiva che Gesù ci offre e che le beatitudini ripropongono è il non metterci in un angolo, incapaci di operare in questo mondo, ma è quella di metterci al centro, “operatori, facitori di pace”

2. Ho letto, tra i documenti che si propongono per il Giubileo, un brano che il Papa ha scritto nella lettera “Tertio millennio adveniente” (1994): “alle soglie del nuovo millennio i cristiani devono porsi umilmente davanti al Signore per interrogarsi sulle responsabilità che anch’essi hanno nei confronti dei mali del nostro tempo”. E più avanti “tra le ombre del presente” il Papa segnala: “la corresponsabilità di tanti cristiani in gravi forme di ingiustizie e di emarginazione sociale”. Nella stessa lettera il Papa ricorda un altro capitolo doloroso della storia del cristianesimo, cioè “dell’acquiescenza manifestata, specie in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e perfino di violenza nel servizio della verità” ( n. 35 ).

3. Nelle beatitudini ci sono due categorie di beati: ci sono, da una parte, i rifiutati, i falliti, gli incapaci, gli afflitti, i miti, coloro che hanno fame e sete di giustizia. Ci sono poi, dall’altra, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia. Questi secondi non sono necessariamente poveri. Potrebbero essere potenti, ricchi, ma hanno fatto una scelta dei poveri e si sono messi coraggiosamente al loro fianco diventando, in questo caso, cercatori e facitori di pace.

4. Il regno dei cieli è il luogo di Dio, è la sua presenza che sarà un giorno il Paradiso per coloro che lo hanno cercato e che Lui stesso accoglierà. Ma il Regno di Dio o dei cieli è già presenza sua tra noi, presenza ed accoglienza. Dio abita presso la casa del povero, oppure offre la sua casa ai Figli che in questo caso sono i “costruttori di pace”. Abitare la casa di Dio è possibile a chi non ha potere e per chi si mette accanto ai poveri per incontrarli e per vivere un rapporto nuovo di dignità con ogni persona rifiutata. Una volta, quasi scherzando, spiegavo a un mio collega di lavoro che per noi cristiani l’indirizzo di Dio è la casa dei poveri. Non vi dico i sorrisi, le battute e i sottintesi che venivano fuori. Però, scoprivo che la cosa li aveva sorpresi e, con l’uno o con l’altro, si ritornava sull’argomento e mi accorgevo che mi guardavano in modo particolare se cercavo di essere gentile con una donna di colore che veniva a fare le pulizie, dipendente da una scassatissima cooperativa e si stupivano che mi preoccupassi di fare pulizia sul mio tavolo per rendere più facile il suo lavoro.

5. Tutta l’impostazione della nostra società si è costruita sull’interesse e la nostra stessa mentalità è stata incoraggiata a perseguirne le attese, senza preoccuparsi delle conseguenze. Ci si è illusi che “una mano invisibile” mettesse a posto le cose e coordinasse il bene per tutti. Sono le riflessioni che A. Smith scriveva nel 1776 (ho udito questi pensieri in una conferenza e mi hanno molto colpito); garantiva che dal gioco degli interessi privati derivasse il bene di tutti per l’intervento di questa “mano invisibile e provvidenziale”. Così rassicurava dai mali che il proprio egoismo e il perseguimento degli interessi economici potevano causare. La storia ha smentito tutto ciò. Una prova sono i conflitti e le guerre che si sono generati anche a causa delle tensioni sugli interessi particolari. Quando scriveva nel secolo XVIII esisteva un fiorente mercato di schiavi e si iniziava un pesantissimo periodo di invasioni coloniali. Usciti dalla seconda guerra mondiale speravamo, infatti, che non ci fossero più guerre e per questo ci si sforzò di costruire un’Europa di popoli, ma ho scoperto, da una ricerca neppure molto particolareggiata, che dal 1945 ad oggi si sono svolte più di 150 guerre, certo non mondiali, (le chiamano locali), ma pur sempre guerre, con milioni di morti spesso sconosciuti nel modo sterminato dei poveri.

6. Sul tema della guerra ci siamo finalmente smaliziati e abbiamo capito che non esistono guerre di religioni, anche se ammantate da suggestive letture fondamentaliste. Esse sono, spesso, paravento di realtà interessate al dominio, alla rapina, alla sottomissione di popoli e territori per ricchezze nascoste: e si parla di petrolio, di diamanti, di uranio. A volte la guerra nasce anche dalla disperazione, ma quello che inizialmente era vera ricerca di giustizia poi spesso viene stravolto e diventa violenza, crudeltà, sopraffazione, comunque vadano le cose.

7. Ho letto molti testi che nella Scrittura parlano della pace. La pace è un dono di Dio, è armonia, è bellezza che va custodita. La pace è un regalo di Cristo dopo la sua morte, nella luce della Pasqua. Pace è un dono messianico che i profeti hanno annunciato come il sogno più grande per Israele, torturato dagli eserciti e dalle sconfitte e disorientato della propria debolezza di fronte ad un Dio potente, che non sfida e non vince gli dei falsi e gli eserciti orgogliosi.

8. Alla pace bisogna credere e per la pace bisogna lottare. È molto curioso questo linguaggio, ma spesso pensiamo che la pace debba essere un divano, un televisore, una partita con la propria squadra che vince, una birra fresca e molti amici che tifano con te

9. La pace spesso richiede fatica e sofferenza. Per Gesù la pace da Lui portata ha significato morte terribile e umiliante, l’esatto contrario della pace come vittoria, come riduzione del nemico alla ragionevolezza. Così la pace per Gandhi è costata la lotta prima contro gli inglesi e poi contro i suoi connazionali e correligionari indù, poiché intese prendere le parti della minoranza mussulmana

10. In azienda la pace ha molti volti. Va dall’impegno verso chi è in difficoltà per inserirsi nei ritmi normali di produzione fino al sostegno delle persone che spesso sono prese di mira ed entrano in depressione in quel girone tragico di solitudine che i medici chiamano “mobbing”. La pace si costruisce ridimensionando le pretese di un capo officina o chiedendo scusa quando ci si è comportati male. Ma pace è soprattutto chiarezza di fronte all’ingiustizia, perché la paura non prevarichi sui deboli e sulle persone fragili. Pace è accettare la giustizia come valore per tutti. Pace è sognare una realtà diversa che tu puoi contribuire a realizzare. Essere Figli di Dio significa far parte di quella famiglia di cui Gesù, il figlio maggiore, è “la nostra pace” (Ef. 2,14 ss) e che Isaia preannunciò “Principe della pace” (Is. 9,6).

11. Mi ricordo di una trattativa di lavoro di qualche anno fa. Lo scontro era durissimo e le richieste non parevano neppure esigenti. Ma erano sorti puntigli e paure. Scoprimmo che volentieri si sarebbero dati soldi, ma non il diritto di fare delle assemblee in fabbrica in orario di lavoro. Noi speravamo molto in questo strumento che ci permetteva di condividere momenti di riflessione e di responsabilità comuni. Ci veniva negato in tutti i modi. Ricordo le notti passate a convincere i miei compagni di lavoro che queste scelte erano migliori dei soldi che ci volevano dare in cambio e ricordo la fatica che ci volle per far capire alla controparte l’esigenza di queste ore come un diritto per sentirci persone e concordare insieme delle linee di lavoro. Ogni scelta di riflessione e di comprensione veniva e viene vista ancor oggi come pericolosa. Ci fu un capo che sbloccò la situazione, che si stava prolungando per mesi con scioperi e sofferenze angoscianti. Si mostrò un uomo di pace poiché accettò la sfida e disse: “In fondo in ogni cosa bisogna rischiare, poiché tra persone deve pur esserci la possibilità di fidarci. Se non si accetta di rischiare, andiamo incontro al disastro”. Non so se queste parole erano in rapporto alla produzione che mancava o ad una riflessione più profonda. Poiché fu leale nel mantenere i patti, io penso di più a una interpretazione coraggiosa di pace.

12. Ma penso ai tanti mediatori di pace, ai tanti tavoli di trattative, ai coraggiosi che rischiano per portare la pace, a tante persone sconosciute che osano salire le scale dell’oppressore e le scale degli sconfitti, per portare agli uni e agli altri alternative e novità che costruiscano rapporti nuovi. Scopriremo, io credo, tantissime persone che avranno, davanti a Dio, la gloria di essere stati profeti di un mondo nuovo. Avranno evitato tante guerre, avranno portato tanta pace, serenità e fiducia, giustizia e solidarietà. Scopriremo un mondo che sotto i nostri occhi è andato intramandosi di una rete preziosa di gesti e di segni che hanno fatto il mondo migliore.

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