Su "Accompagnare la vita quotidiana" mi sembra interessante tenere desta l'attenzione per riprendere i quattro temi che toccano il nostro mondo feriale: la famiglia, la scuola, il lavoro e il tempo libero. Sono le realtà che si intrecciano ed entro cui ci confrontiamo e operiamo ogni giorno, fonte di ricerca e di problemi, situazioni entro cui le scelte del Signore e la fatica del vivere si coniugano.
L'autunno è il tempo in cui si riprendono prospettive e programmazioni. A volte (mi riferisco in particolare al pubblico impiego) ci sono anche in vista rinnovi dei contratti di lavoro con tutto il corredo di analisi, richieste, puntualizzazioni ma anche confronti, verifiche, malumori e scioperi.
I rientri dalle ferie hanno rimesso in circolazione i problemi di sempre con l'aggravio di costi, per gli aumenti del gas e della luce; il popolo dei lavoratori entra in fibrillazione poiché, insieme al rincaro della benzina e la possibile più alta inflazione, aumenteranno le spese dell'inverno per il riscaldamento.
Nella nostra realtà Ambrosiana, per fortuna, la disoccupazione riesce ad allinearsi ad una percentuale ancora passabile rispetto alle statistiche che si leggono per le altre regioni. E tuttavia si assiste ad un ampliamento della realtà dei poveri e degli esclusi socialmente. In un contesto di maggiore aggressività lavorativa, molte persone si irrigidiscono nelle proprie limitate capacità e restano "fuori dal mercato", come si usa dire oggi.
Gli extracomunitari stanno accettando di occupare i posti di lavoro lasciati liberi perché umili, disagiati e pericolosi. Si accontentano poiché la loro condizione precedente era comunque peggiore e il cambio permette, qualora riescano a risparmiare qualcosa, di diventare sostegno robusto per i propri familiari che sono restati nel loro paese di origine. Bisogna però aggiungere che, se il mondo imprenditoriale e globalmente il mondo politico (pur escludendo alcuni raggruppamenti) riconoscono il valore sociale ed economico della presenza migratoria in Italia, non si fa nulla o quasi per sostenere poi la presenza sul piano dei servizi, risultando così abbandonati: le assicurazioni non sono generalizzate e domina il lavoro sommerso, la casa è un sogno (neppure una roulotte), la sanità è in difficoltà a provvedere. Solo la scuola sta svolgendo un ottimo lavoro tra i giovani immigrati. Ma poi, a chi è straniero, non si riconosce neppure il voto comunale dove abitualmente risiede e lavora.
Nel frattempo molti si lamentano che addirittura non ci sono più lavoratori italiani con una certa capacità professionale o con un certo adattamento a lavori poveri. Bisognerebbe rendersi conto però che il calo di tali lavoratori dipende molto probabilmente dalla paghe troppo basse. Si può pure pensare all'italiano che non si adatta per il lavoro, ma va ricordato che la mentalità cambia e, nel frattempo, ai cinquantenni che stanno aumentando e che saprebbero anche adattarsi, viene rifiutata la possibilità di lavoro.
Si sta sempre più evidenziando il valore della formazione che diventa fondamentale per il lavoro, insieme alla duttilità della persona ad affrontare competenze ed esperienze diverse.
Resta quel mondo di sconfitti dalla vita, per storie familiari e personali, per solitudine, per difficoltà, per depressione. La civiltà di una società si misura dalla capacità di riconoscere a queste persone il diritto al lavoro e dalla creatività discreta di compiere insieme a loro percorsi personalizzati. Questo è soprattutto compito di cooperative, Comunità cristiane, istituzioni che interagiscono con le risorse possibili per aprire spazi e varchi. E' soprattutto in questa linea che va misurato il "Patto del lavoro a Milano": il coraggio di accompagnare gli sconfitti a cui nessuno presta più attenzione.
Sul tema della formazione professionale, abbiamo chiesto al dott. Nadir Tedeschi, Presidente della Fondazione Clerici, una riflessione sul valore della scuola professionale, che oggi diventa sempre più importante non solo per i giovani che cercano lavoro, ma anche per tutti i lavoratori che sono impegnati nel lavoro e nell'aggiornamento. Diventa infatti indispensabile continuare una formazione poiché le ristrutturazioni e i cambiamenti obbligano ad una flessibilità intellettuale e ad una disponibilità, un tempo impensabile, di "reinventarsi la vita" a livello lavorativo. Di seguito pubblichiamo un contributo di Luciano Menapace sul tema dell'orientamento al lavoro: è la sintesi di una conferenza tenuta ai giovani di una scuola media superiore.
Un tema di questo tipo non può prescindere da una breve premessa. La Formazione Professionale, così come il concetto si è andato affermando nell'Europa occidentale, è diversa rispetto a qualsiasi parte del mondo. Differente dalla società e dalle istituzioni nord americane, dove viene inglobata nel concetto d'istruzione a tutti i livelli e caso mai la parte più propriamente professionale è affidata come missione all'Università. Nel Nord America poi tutto è funzionale alla produttività, al business, al Pil (prodotto interno lordo), al successo.
L'istruzione generalizzata, come esigenza e come riferimento di valori, parte da molto lontano nella realtà europea. In una prima lunghissima fase, si è affermata per le classi privilegiate, prima la nobiltà e poi la borghesia, anche se le iniziative per istruire tutti, a cominciare dai più disagiati, sono sempre state molte: basta pensare alle iniziative delle Chiese e degli Ordini religiosi. L'istruzione diffusa come risorsa fondamentale di una nazione si afferma appunto con il consolidarsi delle società nazionali, dopo il crollo degli imperi ed il superamento delle realtà comunali intese come entità statuali. Il nazionalismo lentamente si convinse che tutta la popolazione, che abbia riferimento ad un territorio ed ad una cultura, costituisce una risorsa da valorizzare; da qui lo sforzo per alfabetizzare tutti, in modo da caratterizzare la nazione su di una base comune di comunicazione.
L'industrializzazione pose problemi nuovi ed in continuo cambiamento; progressivamente si allargò l'esigenza di un'istruzione quantitativamente e qualitativamente più alta, chiedendo agli Stati di organizzare un sistema scolastico più ampio, diversificato e funzionale alle esigenze del mercato del lavoro. Tale nuova situazione si affermerà progressivamente nel secolo ventesimo. Con il passare del tempo, venne avanti l'esigenza di istruire progressivamente i lavoratori prima di inserirli in un'attività produttiva. L'organizzazione scolastica, per sua natura, non era in grado di provvedere ad una tale esigenza e cosi si affermò il bisogno di un'istruzione praticaprofessionale che, progressivamente, diventò molto diversificata per aree e per soggetti. Furono in molti casi le stesse aziende ad organizzare sistemi di istruzione professionale finalizzata ad obbiettivi pratici della produzione.
Il cristianesimo ha permeato, in Europa, l'istruzione come fattore di crescita della persona ed ha sviluppato l'idea di lavoro, come servizio per sé e per gli altri. L'affermarsi della formazione professionale ha trovato nelle realtà, soprattutto cattoliche, un ambito di sintesi di valori di mirabile livello. Non è un caso se nella varie esperienze nazionali troviamo molte realtà cattoliche impegnate nella formazione professionale e, tra queste, intere famiglie religiose.
Tra i mezzi da privilegiare certamente vi sono le leggi e le regole. Dall'Unione Europea per arrivare alle Nazioni e alle Regioni, come nel caso italiano, il complesso di leggi e regole è sufficientemente ricco e condivisibile.
Le società moderne dell'Unione Europea, gli Stati nazionali, le Regioni rappresentano una realtà politica centrale nel mondo moderno proiettata tutta verso il secolo appena iniziato. La formazione professionale risponde ad un'esigenza tipica del cambiamento continuo e tende a mantenere, nelle persone, efficienti livelli di conoscenza e di capacità di apprendere nuovi saperi, sia per rispondere ai bisogni della produzione, sia come sicurezza personale. Una visione riferita a valori differenti rispetto alla formazione professionale ispirata ai valori cristiani tende certamente a mantenere e sviluppare in prima istanza la persona.
(Coordinatore Commissione Orientamento Distretto Scolastico/90)
L'Orientamento al lavoro è una materia complessa e poco conosciuta, ma è di grande interesse, sia per gli studenti che per i genitori e gli insegnanti.
1. Lorientamento verso i «Mercati del Lavoro» è, in tempi di scarsità di lavoro, unimpresa sempre più difficile. Le difficoltà sembrano aumentare in quanto:
la Scuola, non ha e non può avere competenze e conoscenze in merito. Là dove si fanno dei tentativi i risultati sono insufficienti. Non è previsto (a livello istituzionale) un rapporto di interscambio/collaborazione fra Scuola/Università - mondo del lavoro.
non è semplice trovare strutture o Centri in grado di fare Orientamento al lavoro a 360 gradi.
2. Eppure lOrientamento al lavoro assumerà sempre più una rilevanza decisiva, sia per limpatto negativo che spesso si riversa sui candidati al lavoro, sia per i tempi lunghi della sua ricerca.
Occorrono delle conoscenze che mediamente non ci sono e di cui non ci si preoccupa, se non alla fine delliter scolastico o nel momento della ricerca di un lavoro.
Ma spesso si sottovalutano le conseguenze esistenziali e psicologiche che si creano, quando si sbaglia persino lapproccio con gli iter verso il lavoro (Curriculum, Domanda, Test, Concorsi, Selezione, Colloquio).
Così si inviano centinaia di Curriculum Vitae/Domande, in fotocopia, così generici da risultare spesso inutili (ne servono invece pochi, ma precisi).
3. Il modo più corretto ed efficace per fare ricerca del lavoro, consiste nel:
prepararsi con impegno ad affrontare il mondo del lavoro, con le sue regole, valori, difficoltà e contraddizioni
avere idee chiare su come e dove indirizzarsi, senza cercare scorciatoie, o inseguendo superate quanto inutili raccomandazioni
decidersi su cosa si vuol veramente fare, piuttosto che cercare a caso, pur di avere un lavoretto
conoscere al meglio le realtà lavorative (Aziende) a cui ci si rivolge, in modo di poter personalizzare al massimo la Domanda e così «mirare» lobiettivo lavoro (mansione, funzione, attività), tanto da renderla gradita e interessante per chi la riceve
formarsi continuamente tramite i Corsi professionali esistenti o quelli mirati al lavoro del FSE (Fondo Sociale Europeo), o effettuando un Master
convincersi che non può risultare facile e semplice trovare un lavoro soddisfacente in tempi brevi, almeno tenendo conto della elevata quantità di giovani che lo cercano. Eppure, molti sperano di trovarlo in fretta, anche senza esperienze lavorative e nonostante che la realtà smentisca clamorosamente questa possibilità, se non per i lavoracci che però solo pochi sono disposti ad accettare.
4. Perché molti giovani si comportano e pensano ancora così?
La Scuola non prepara e non informa sul lavoro e la famiglia non è in grado di svolgere appieno questa funzione.
Un tempo molti facevano esperienze di lavoro durante le vacanze-studio. Erano momenti duri e faticosi, che tuttavia consentivano di attuare (magari inconsapevolmente) un «auto-orientamento implicito».
Sino a 20 anni fa (circa) non era un problema il posto di lavoro e non si sentiva la necessità di un orientamento. Ma oggi tutto è complicato e cambiato. Tuttavia si spera sempre che la situazione migliori, che qualcosa cambi, che non andrà sempre così, che il diavolo non è brutto come lo si dipinge: questo non favorisce certo la presa di coscienza della serietà di una situazione che va affrontata con mezzi-azioni-iniziative adeguate.
5. Alcune considerazioni conclusive
a) Tutte queste valutazioni ci dicono che non ci siamo preparati in tempo né
adeguatamente alla realtà che cambiava irreversibilmente e rapidamente;
è mancata la volontà e forse la consapevolezza di dover affrontare strutturalmente il problema.
Anche
oggi si fanno molte pensate, si individuano dei buoni e positivi rimedi,
ma si fa fatica a mettersi nella logica di dover cambiare complessivamente
le «regole del gioco» per
unassunzione piena di responsabilità da parte di tutti. Del resto la
mentalità corrente, in generale, resta quella di arrendersi/adeguarsi
alla realtà esistente e alla situazione, piuttosto che comprenderne i
cambiamenti e aggiornarsi seriamente, al fine di governare i processi in atto.
Ciò non aiuta, anzi, frena e rallenta ed ostacola levoluzione in atto.
b) Se lesposizione fatta apparisse in qualche misura troppo pessimistica, vuol certamente dire che non si conosce a fondo la realtà. Tuttavia non serve e non bisogna lasciarsi prendere dallo sconforto o diventare fatalisti o perdersi danimo, almeno per questi buoni motivi:
ci sono tante persone e realtà (docenti, strutture, Enti, organizzazioni ecc.) che si occupano con serietà e competenza di queste problematiche. Sono in atto, infatti, molte sperimentazioni, progetti e iniziative, anche da parte degli Enti Locali e della Scuola
lOrientamento diventerà una questione imprescindibile per tutti e di grande interesse anche per le Aziende, tantè che la riforma scolastica in corso (finalmente) lo valorizza e lo prevede significativamente come programma obbligatorio
gli Studenti sempre più scopriranno quanto sia importante un buon Orientamento, ma soprattutto che auto-orientarsi è già una strategia vincente e un obiettivo possibile a tutti
in attesa che ciò si attui pienamente, è bene sapere che esistono molte realtà pubbliche e private che svolgono e offrono «un servizio gratuito» di conoscenza del mercato del Lavoro, di informazioni sui meccanismi previsti dalle Leggi per favorire le assunzioni e di incontro tra domanda/offerta di lavoro, anche tramite «banche dati, annunci, inserzioni, agenzie»
esistono inoltre «pubblicazioni e sussidi» sul Lavoro, redatte da Enti pubblici e realtà private (purtroppo poco conosciute), utili per conoscere ed orientarsi nel mondo del lavoro.
c) Bisogna essere convinti di potercela fare a scegliere bene. Nel frattempo occorre: studiare seriamente, ascoltare esperti e competenti e fare qualche esperienza lavorativa.
| LA CASA IN AFFITTO: UN PROGETTO CORAGGIOSO DI SOLIDARIETÀ RIFLESSIONI SU DISAGIO ABITATIVO, ECONOMIA E POLITICHE PER LA CASA Milano, 10 novembre 2000 |
Anche oggi siamo nel tempo dei martiri: ma si testimonia Gesù, mi sembra, soprattutto quando si prendono le difese dei poveri.
2. Questa beatitudine risente, se non sbaglio, del clima di persecuzione che la Comunità Cristiana viveva nel primo secolo. Gesù risorto aveva lasciato i fratelli e le sorelle in una situazione di perplessità e di dramma. Soli, senza riferimenti solidi di garanzie e di potere per potersi scavare una nicchia e difendersi, con una religiosità esigente ed un maestro segnato da due condanne (religiosa e civile), questi cristiani vivevano nelle urgenze della Parola del Signore, diffidati dal proprio contesto poiché creavano sospetto e disagio.
3. D'altra parte anche Pietro, nella sua prima lettera così umana e così fiduciosa nella fede che sostiene e che rincuora, incoraggia ad avere pazienza. "Se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questa infatti siete stati chiamati poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio perché ne seguite le orme" (1 Pietro 2, 20-21).
4. Ho scoperto che Pietro parlava ai servi (a quel tempo schiavi) di padroni esigenti e mi sono fatto rapidamente uno schema mentale che tenti di tradurre questa beatitudine. Per qualcuno significava la resistenza paziente che sceglieva di mantenere equilibrio e collaborazione nonostante il comportamento ingiusto del proprio padrone. Ci voleva una libertà interiore profonda per continuare a comportarsi bene perché il Signore gradiva così e non perché doveva ingraziarsi il padrone. S. Pietro poi arrivò ad esagerazioni proprie di un linguaggio radicale della fede: "E' una grazia, per chi conosce Dio, subire afflizioni soffrendo ingiustamente" (id 2,20). 5. Ma ho scoperto che questa beatitudine può sorreggere anche la forza e la lotta di persone che si espongono coraggiosamente contro poteri perversi che ingannano e schiacciano i poveri. Sto pensando ai martiri del nostro tempo. Il secolo XX è stato il secolo dei martiri che, con la vita e quindi con la propria totale offerta di sé, hanno testimoniato il rispetto e l'amore per i poveri accettando di vedere in loro il volto di Gesù sofferente.
6. Abbiamo parlato molto, con altri compagni di lavoro, di quei fatti di sangue che sconvolgono il Sud per la camorra, la 'ndrangheta e la mafia: la morte di Falcone e Borsellino con altri magistrati di Palermo ci ha fatto toccare con mano la tragedia della testimonianza. Qui il martire non è chiamato a testimoniare e a scegliere, davanti al magistrato, se stava dalla parte di Gesù o dell'impero, se immolava o no agli idoli. Se nel nostro immaginario ci siamo abituati a ricordare i martiri così: adulti e ragazzi, donne giovani e anziani, nobili e schiavi, oggi il martire è colui che fa scelte nuove a servizio dei poveri come il vescovo Romero in San Salvador. Fu ucciso con una fucilata nel 1980 mentre celebrava una messa poiché denunciava le ingiustizie del potere contro innocenti.
7. Martire è don Puglisi, parroco che si era impegnato a combattere la criminalità organizzata con la scuola per i giovani e la sua presenza coraggiosa, capace di denuncia e disarmato amico dei rassegnati. Spesso non si concepisce che si debba difendere una persona debole. Questo suscita scandalo e risentimento: il debole deve restare al suo posto e deve essere sempre uno sconfitto.
8. Ci hanno raccontato che, durante la guerra, un nostro ingegnere aveva preso le difese di un lavoratore davanti ad un dirigente ed era riuscito a fermare una grave accusa di sabotaggio. Ma, dopo qualche settimana, in una retata fu fermato e mandato in Germania in un campo di concentramento. Ci raccontarono che per lui nessuno mosse un dito per aiutarlo: eppure era un ottimo lavoratore. Si scoprì dopo che quella retata era stata sollecitata apposta. Quando ritornò dalla Germania lo trovarono cambiato nel fisico, quasi irriconoscibile, ma, ripreso il lavoro, ebbe il coraggio di non vendicarsi. Come se non fosse avvenuto nulla. Creò un tale scompiglio nel furore delle epurazioni che l'episodio addolcì le vendette di molti altri e portò rapidamente ad una pacificazione, impossibile da pensare in altre condizioni.
9. Oggi ci sono tragiche situazioni di ingiustizie e di persecuzioni il cui volto peggiore si manifesta nella criminalità della malavita organizzata. Un mostro che si ramifica e che non si riesce a debellare, dato per morto, risorge più vivo e più tenace che mai.
10. Eppure tutto questo è possibile poiché la mentalità mafiosa è il volto criminale di una diffusa mentalità di privilegio, di dilatazione di interessi che prevaricano sul diritto, di una ricerca pressoché generalizzata di potere che pretende di dominare e tenere sottomesse persone e cose.
11. Fenomeni paramafiosi filtrano nel rifiuto di responsabilità, nel comportamento che ignora la legge o la irride, nel giocare sulla paura degli altri che temono di perdere ciò di cui hanno diritto e strisciano ai piedi dei loro persecutori nella illusione di ottenere. E se ottengono sono poi schiavi e debbono continuare una riconoscenza che è servilismo.
12. Anzi, esiste una mafia che ha strumenti raffinati di influenze e di ricatti, che non usa armi, ma gioca sulle tangenti, sugli schieramenti, sulle emarginazioni. E si creano fasce di potere dove i coraggiosi se ne vanno e la formalità fa da paravento.
13 .Così s'incancrenisce il tessuto sociale. Da una parte si sviluppano luoghi e tempi di guadagno su cose che non si sarebbe immaginato: le ultime scoperte sono gli scafisti, ma prima si è sviluppata la tratta di ragazze schiave per la prostituzione, si sono rapiti i bambini vendendoli ai pedofili, si è fatto un mercato colossale per la droga, e un commercio per la vendita di organi. Non si riesce a raggiungere la delinquenza e le operazioni di criminalità che subito ne emergono altre, come da un mare tenebroso il volto di mostri sempre nuovi.
14. Dall'altra si riscontrano reti di sfruttamento di potere che utilizzano il livello di autorevolezza e di prestigio raggiunti in modo legale, ma che sbarrano la strada e fanno il deserto attorno a sé. Si gioca sul fatalismo degli altri, sulla loro rassegnazione, sulla solitudine in cui ognuno si può trovare, sulla paura di perdere anche quello che si è conquistato, sulla derisione fatta balenare, sulla legge che, monca o non sviluppata, non riconosce diritti se non in dipendenza di decisioni di altri. Ma esattamente questi si fanno persecutori e negano il diritto. Ma allora il diritto diventa discrezione.
15. Quanto più si fa difficile la lotta, tanto più è necessario smantellare i legami e smascherare i giochi di potere. Per la rozza mafia della lupara ci vuole la società civile che intervenga e faccia da muro ed è necessaria la scuola di cui la delinquenza ha paura perché sviluppa la capacità di riflettere e di confrontarsi.
16. Per l'altra mafia, quella raffinata del potere, della borghesia e della cultura, sono necessari il coraggio di rischiare, l'impegno della competenza e delle verifiche, le alleanze di chi accetta di ritornare a lottare, il costituirsi una rete di attenzione e di speranza e un lavoro continuativo. Ci si accorge che l'obiettivo non è per sé o non solo per sé, ma si lotta per un clima nuovo, per una democrazia trasparente, per la ricerca di motivazioni coerenti, per un rapporto adulto di responsabilità.
17. Il sindacato dovrebbe poter dare questo spazio e questa collaborazione. E' sorto per lottare contro la sopraffazione per i diritti di tutti, ma mai nulla si raggiunge una volta per sempre.