Novembre 2000

IL FOGLIO della PASTORALE SOCIALE e del LAVORO di MILANO n. 107

POSTA ELETTRONICA: lavoro@diocesi.milano.it

 

UN OPERATORE PASTORALE CAPACE DI ACCOMPAGNARE LA VITA QUOTIDIANA

La proposta diocesana, per quest’anno, merita un approfondimento: cosa significa interrogarsi sull’Accompagnare la vita quotidiana?

La proposta, apparsa su “Lavorare insieme” (Diocesi Insieme”, 13/2000, p.29) incoraggia i Consigli Pastorali Parrocchiali e Decanali ad utilizzare tale materiale nel lavoro di “Commissioni o analoghi organismi decanali e parrocchiali (così come proposto ai decani” il 23/6/2000). “Si invitano i Consigli Pastorali Parrocchiali a programmare alcune sessioni sui contenuti del sussidio. Ottima cosa sarebbe se in decanato, tramite il Consiglio Pastorale Decanale e l’assemblea del presbiterio, si riuscisse a lavorare in modo programmato e convergente”.

Sorgono però sempre le obiezioni dei laici: “Siamo pochi, sempre quelli… Fate voi preti e noi obbediamo… troppa fatica, non capiamo niente”. Le obiezioni dei sacerdoti si assomigliano, ma giocano anche sul tempo: “Troppe cose, non si capisce, i laici non rispondono…”.

Il problema che si pone alla nostra pastorale può essere formulato così: “Quale laico la Chiesa propone e quale figura di laico noi stiamo formando?” Di seguito è bene chiedersi: “Quale valore ha il Consiglio Pastorale Parrocchiale per la nostra pastorale? Quale significato riconosciamo al Consiglio Pastorale Decanale?”

1. Faccio queste riflessioni avendo davanti agli occhi una figura molto concreta: chiedo che ci sia un referente parrocchiale sul tema del lavoro per ogni parrocchia (così come dovrebbe essercene uno per la famiglia, la scuola e il tempo libero, la Caritas, le missioni ecc).
Il laico a cui intendiamo fare riferimento deve essere un adulto credente la cui competenza nella vita e la sua passione al Regno lo portano ad impegnarsi in parrocchia. Ma è chiaro che non è un prete e non può conoscere le problematiche della pastorale. La sua presenza ha riferimento alla sua “esperienza di umanità” e alla sua fede che cerca di coniugare nella vita: la Parola del Signore e la sua traduzione nella quotidianità. Più si pretendono da lui risposte sulla pastorale più lo si rende muto od ossequiente, a meno che abbia fatto la fatica di un lungo apprendistato nelle problematiche pastorali. Con il rischio di ritrovarcelo però fortemente clericalizzato e intransigente. Ma è questo il ruolo a cui lo condanniamo?
La presenza del laico è in funzione di una umanità attenta al Signore, è in linea con il tentativo di soluzione e di mediazione di una Parola di Dio che s’incarni, è nella prospettiva di aiutare tutti a capire (e di essere aiutati da tutti a capire) che cosa il Signore vuole da noi, come popolo oltre che come singolo, oggi.
Il laico non è la persona che deve dire sempre, né colui che comunque difende il regista. Il laico porta il mondo nella Comunità Cristiana che, per sé, è gia essa stessa mondo ma non lo sa o non se ne rende conto o non lo vuol sapere. Così si condanna a non prendere coscienza di quello che la gente vive, i rapporti risultano artificiali, dimensionati in modo spesso formale o funzionale, e ci si impegna in problemi che sono assenti dal vissuto quotidiano.
Non è sempre stato così: nell’immaginario degli anni cinquanta il laico credente era idealizzato come cristiano tra i compagni che lo deridevano, ma fedele al mondo operaio e alla solidarietà, oppure come dirigente attento e scrupoloso, capace di una giustizia robusta, competente nel reggere una azienda ma comprensivo e preoccupato dei lavoratori, oppure ancora come un artigiano solido, impegnato nella sua categoria, buon maestro di giovani apprendisti, entusiasta e preoccupato dei soldi ma molto di più della famiglia e dei suoi operai. L’immaginario credente faceva spesso riferimento ai luoghi, agli ambienti, ai contesti di vita. E ci si giocava a forza di formazione, incontri, libri, settimane di studio. La collaborazione in parrocchia era fattiva anche se non esisteva il Consiglio Pastorale Parrocchiale. La liturgia e l’impegno missionario tuttavia, negli ambienti di lavoro, resistevano insieme come testimonianza della fede. Con una certa fedeltà a Gesù che, quando parlava del Regno, aveva sempre un vocabolario e un apparato di immagini molto concreti che manifestavano il suo passato di famiglia, di lavoro e di quotidiana esperienza per “tradurre” il Regno.

2. Il Consiglio Pastorale Parrocchiale ritrova al proprio interno alcune presenze interessanti che alla fine però rischiano di essere inutili poiché “il rapporto e il contratto di gruppo” non si giocano sulle competenze professionali né religiose. Destinati ad ascoltare le lunghe riflessioni del parroco su temi pastorali già problematici per il sacerdote, i laici si smarriscono delusi e i sacerdoti amareggiati sentono di essere traditi. Non è un caso che spesso il bilancio dei CPP è quello della stanchezza da parte di tutti, con il carico di sentirsi obbligati per una parvenza di popolo che partecipa.
Ma quanto si mettono sul tappeto le difficoltà che portano alla stanchezza, alla indifferenza, alla rassegnazione, al rifiuto della cultura e della scuola? Quanto si sente il bisogno di confronto tra Consigli Pastorali di una stessa zona su problemi comuni alla gente che vi abita?
Una commissione, che relazioni ogni tre mesi, per es. su obiettivi specifici, e che metta in moto competenze di vita e si prepari per far partecipi tutti dei risultati, aiuterebbe alla conoscenza e quindi a trovare soluzioni interessanti.
E in ogni Consiglio Pastorale Parrocchiale un referente, che diventi esperto in una materia specifica e tenga i contatti con altri di altre parrocchie, affinerebbe gli strumenti della conoscenza e moltiplicherebbe elementi comuni tra comunità cristiane.

3. Il Consiglio Pastorale Decanale nasce, così, dai referenti, da persone attente al territorio ovviamente più vasto di una parrocchia, con problematiche che toccano problemi comuni; e si alimenta di riflessioni che vanno dai giovani al lavoro, dalla sicurezza alla miseria, dagli immigrati alla solidarietà, dalla cultura alla politica, dalle scelte sociali agli strumenti di partecipazione.
Negli anni settanta, quando si discuteva animatamente il ruolo del laico nella Chiesa e il ruolo della Gerarchia, non si sarebbero mai fatti interventi di questo tenore: “Il Consiglio Pastorale Decanale è inutile. Decidete voi sacerdoti, che spesso vi radunate, e poi ci fate sapere che cosa noi dobbiamo fare”. Se qualcuno l’avesse detto, sarebbe stato immediatamente tacciato di clericalismo, e lo si sarebbe rimproverato di essere anticonciliare, analfabeta della fede e si può immaginare che altro. Oggi si può dire e nessuno si scandalizza più. E’ caduta, nei laici, la fierezza e nello stesso tempo l’umiltà di sentirsi chiamati in prima persona ad essere Chiesa, consapevoli di dover rispondere, pur poveramente, ma con responsabilità. Che ritorni nelle nostre Comunità l’idea che la Chiesa è un affare di preti? E’ questo il motivo per cui preghiamo per lo sviluppo delle vocazioni sacerdotali? Se sì, siamo in pericoloso regresso: oltre che per le vocazioni sacerdotali anche per la coscienza cristiana!
Eppure il Consiglio Pastorale Decanale è una risorsa eccezionale poiché può raccogliere le energie migliori sul territorio a patto che gli si riconoscano compiti di ricerca, di approfondimento e di coordinamento su problemi adatti alla competenza e all’esperienza di ciascuno. E qui ritornano i grandi temi dell’Accompagnare la vita quotidiana.

4. Mi sembrano interessanti alcuni spunti di riflessione operativa:

Il laico si forma mentre fa e riprende entusiasmo quando gli si riconosce credito nelle sue competenze.

Quest’anno il suggerimento del valorizzare l’operatore pastorale non faccia perdere il contenuto dell’Accompagnare la vita quotidiana.  Si possono anzi coniugare insieme poiché l’uno diventa concretezza e verifica dell’altro: “la figura dell’operatore pastorale a quale profilo di laico risponde? E quanto è formata e incoraggiata nella capacità di accompagnare con fede la complessità della vita personale, familiare, lavorativa e sociale di una persona adulta?”.

Don Raffaello

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Un sostegno alle aziende in difficoltà

Ricordiamo che l'Ufficio per la vita sociale e il lavoro e il Rotary International Distretto 2040 hanno firmato una convenzione per il sostegno a piccole aziende in difficoltà. In pratica, il Distretto 2040 del Rotary mette a disposizione alcuni tutori di provata esperienza azien-dale i quali, gratuitamente, offrono consulenza all'azienda in crisi, per verificarne la solidità o per suggerire trasformazioni e verifiche. I casi vanno segnalati attraverso il servizio SILOE (Tel 02-58431212).

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SINTESI ASSEMBLEA CONSUNTIVA

Introduzione

Don Raffaello offre un breve commento al Magnificat. Il Cantico è un’esplosione di gioia, che nasce da una fedeltà totale al progetto di Dio. E’ una lode al Signore nella realtà quotidiana, pur nella consapevolezza della propria povertà. La forza del Signore, unita alla nostra povertà e disponibilità, fa succedere grandi cose. Quali sono le azioni grandi di Dio? Per descriverle vengono usati 7 verbi, quasi ad indicare la completezza dell’annuncio e della sua azione: il Signore è colui che sa ridimensionare la potenza e ridare dignità agli umili. E’ un discorso rivoluzionario e sempre attuale…

Accompagnare la vita quotidiana di lavoro e l’indagine-questionario

Introducendo i lavori, don Raffaello ricorda che l’impegno del cammino diocesano di accompagnare la vita quotidiana sul lavoro si presenta come un itinerario di autoformazione: da qui la scelta di predisporre 33 schede per l’approfondimento.

Il questionario può rappresentare una grande opportunità di presa di coscienza e di riflessione sul proprio lavoro e sulle relazioni tra lavoratori. Queste realtà sono ambiti importanti, ma normalmente ignorati dai nostri interrogativi sulla fede cristiana.

Per il cammino della pastorale del lavoro (e per la buona riuscita della ricerca) sono essenziali i referenti parrocchiali, che possono essere di stimolo e di aiuto ai Consigli Pastorali e fare da raccordo con le proposte dell’Ufficio. Una proposta concreta di lavoro viene indicata a pag. 29 di LAVORARE INSIEME dove si suggerisce che: “le Commissioni o analoghi organismi decanali e parrocchiali potrebbero riflettere sulle questioni più specifiche del loro servizio, magari a partire da quanto espresso dal Consiglio pastorale durante l’auspicato dibattito sugli ambiti considerati in Accompagnare la vita quotidiana (famiglia, scuola, pastorale sociale e sport).

La sempre necessaria presenza in azienda può trarre un grosso stimolo dal questionario, in quanto offre l’occasione di rileggere la propria e l’altrui situazione lavorativa in termini cristiani. S. Pietro ci ricorda di “essere ferventi nel bene… pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto” (1 Pt. 3,15). La seconda parte (quella della dolcezza e del rispetto) non la si ricorda mai.

Il dott. Ambrosini, oltre alle indicazioni di metodo per somministrare il questionario, sottolinea i possibili obiettivi:

In conclusione si ricorda che i questionari compilati devono tornare all’Ufficio della Pastorale del Lavoro entro metà novembre, per poi inserire ed elaborare i dati.

Tutto questo lavoro si spera possa convergere nella Giornata della solidarietà con l’analisi dei dati emersi (a livello giovanile e adulto) e con una riflessione pubblica ed ecclesiale sulle questioni del senso del lavoro, della partecipazione sociale, dei nodi che si pongono ad organizzazioni collettive e di rappresentanza.

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"Quale impegno pastorale per le comunità ecclesiali di fronte all'immigrazione?"

Come contributo alla discussione sul problema dell’immigrazione, offriamo ampi stralci della relazione di  Fredo Olivero, responsabile della Caritas di Torino, al Seminario su “ VANGELO, LAVORO E MIGRAZIONI”, svoltosi a Bologna nei giorni 29-30 settembre. E’ la sintesi del “Vademecum” in preparazione come aiuto alle Comunità cristiane.

1. PREMESSA

Troppo spesso si parla solo di questo ultimo aspetto, dei costi in termini di sicurezza e di oneri sociali, di prostituzione e di traffico di droga, di violenze e di irregolarità e non dell’aumento del numero dei collocati nell’industria e nel terziario, dell’assistenza e della cura degli anziani garantita da migliaia di donne filippine, peruviane, rumene, dell’aumento dei lavoratori autonomi e della crescita dell’imprenditoria etnica, dell’aumento di famiglie e delle nascite, della scolarizzazione crescente.

2. IDENTIKIT DELL’IMMIGRATO

Chi è il cittadino straniero che arriva e vive in mezzo a noi?

I dati delle anagrafi, dei collocamenti, della scuola, del Ministero dell’Interno, delle ricerche sul campo, rimandano ad un’immagine di popolazione immigrata che è:

3. IMMIGRATI E LAVORO

Di fronte ad una crescita sostenuta del mercato del lavoro italiano, soprattutto al centro-nord, il mercato del lavoro immigrato nel ‘99 segna un passo avanti significativo. Nell’arco dell’anno gli avviamenti al lavoro hanno superato il numero dei disoccupati: 218.232 rispetto a 204.573, ciò significa che mediamente ogni disoccupato ha avuto più di una possibilità.

Il dato nuovo che sta emergendo è che in molte regioni sono ormai esaurite le quote di ingresso per lavoro e l’offerta da parte di aziende industriali, servizi, agricoltura, cura della persona non riesce ad essere coperta.

Il lavoro interinale ha reso possibile l’ingresso di uomini e donne nelle grandi aziende ed i tassi di conferma sono elevati. Si tratta normalmente di lavori manuali, con richiesta di tecnici e operai specializzati. Domanda e offerta nei servizi alla persona si equivalgono.

Per riflettere:

Quali proposte pastorali?

4. I VOLTI DELL’EMERGENZA

Non possiamo nasconderci che c’è anche il volto dell’emergenza, i cui elementi talora vengono letti in modo sbagliato.

5. LE RELIGIONI DEGLI IMMIGRATI: POLICENTRISMO DI PAESI E RELIGIONI Prendendo come base di calcolo al 31 dicembre dello scorso anno, 1.490.000 stranieri regolari e utilizzando le percentuali dell’appartenenza religiosa riscontrata nei paesi d’origine si perviene a questa mappa delle diverse religioni:

Stima Migrantes Fine 1998% Stima totale Fine 1999% Stima totale 1999
Cattolici 29 363.000 27,4 407.000
Altri cristiani 21,9 274.000 22,1 328.000
Musulmani 34,9 436.000 36,5 544.000
Ebrei 0,3 4.000 0,3 5.000
Religioni orientali 6,6 83.000 6.5 96.000
Religioni tradizionali 1,4 18.000 1,4 22.000
Altri/non classificati 5,9 72.000 5,9 88.000
Totale 100,0 1.250.000 100,0 1.490.000

Tutti i gruppi religiosi sono aumentati numericamente: i cristiani (cattolici, ortodossi e protestanti) di circa 100.000 unità e altrettanto i musulmani; per gli altri gruppi l’aumento è più contenuto.

I musulmani sono aumentati anche percentualmente (quasi due punti) rispetto allo scorso anno e costituiscono un terzo del totale. A questo aumento ha certamente influito il provvedimento di regolarizzazione del 1998, in quanto ai primi posti per numero di prenotazioni risultano gruppi nazionali a prevalenza musulmana (Albania, Marocco, Senegal, Bangladesh, Pakistan, Tunisia, Egitto, Algeria).

I cristiani nel loro complesso sfiorano, comunque, la maggioranza assoluta (735.000 persone) con questa ripartizione interna ogni 10 presenze: 6 cattolici, 2 protestanti e almeno 2 ortodossi. I protestanti provengono per lo più dai paesi dell’Europa occidentale e dall’America del Nord (così anche gli ebrei), mentre gli ortodossi sono originari dei paesi balcanici e dell’Est europeo.

I cattolici rivelano una provenienza più diversificata, che spazia dall’Estremo Oriente (le Filippine sono, infatti, la prima comunità cattolica con circa il 15% del totale), all’Europa dell’Est e dell’Ovest (circa la metà), all’America Latina (più di un quarto del totale).

Le principali comunità nazionali sono le seguenti:

cattolici: Filippine, Polonia, Francia, Perù, Brasile, Spagna, Usa Croazia;
protestanti: Usa, Gran Bretagna, Germania, Svizzera, Ghana;
ortodossi: Romania, Jugoslavia, Grecia, Albania, Macedonia, Serbia;
musulmani: Marocco, Albania, Tunisia, Senegal, Egitto, Algeria, Bangladesh, Somalia;
religioni orientali: prevalgono i buddisti e gli indù, ciascun gruppo con 30-35.000 unità.

A differenza di quanto avviene in altri paesi europei, l’Italia si presenta non come una babele, bensì come una realtà policentrica anche sotto l’aspetto religioso. Secondo alcuni studiosi le migrazioni costituiscono l’opportunità per un più profondo radicamento del rispetto della libertà di coscienza (anche nell’ipotesi di coppie multireligiose) e per una comune accettazione della società laica da intendere come contenitore rispettoso di tutte le differenze religiose.

PER RIFLETTERE

 

6. IMPEGNO PASTORALE

A) IL LAVORO CON I NATIVI

Occuparsi di immigrazione significa prima di tutto occuparsi dei nativi e occuparsi delle relazioni interculturali.

Esiste un primo modo, molto semplice, per superare la paura del diverso ed è quello di incontrarlo, di conoscerlo da vicino, di stabilire relazioni di prossimità. Tutte le ricerche ci dicono che mentre nei nativi è diffusa la paura dello straniero in senso lato, si riconosce e si valorizza  nel singolo straniero la “persona” quando questo diventa il compagno di scuola o di lavoro, il vicino di casa, di banco, l’amico e si stabiliscono con lui relazioni alla pari.

   Questo primo passo del conoscersi da vicino è fondamentale anche se non sufficiente per costruire relazioni interculturali tra le persone. Una relazione interculturale è basata sul riconoscimento reciproco dell’altro e sul suo rispetto.

 

Cosa può fare una comunità, una parrocchia per favorire relazioni interculturali e far superare o ridurre atteggiamenti di intolleranza al proprio interno?

 

B)L’ACCOGLIENZA DEI NUOVI CITTADINI

La prima tentazione di una comunità che voglia essere accogliente è quella di aprire uno sportello di tipo assistenziale. Se è vero il profilo dell’immigrato su descritto, è a quell’immigrato che dobbiamo dare risposte adeguate per essere efficaci. Cosa possiamo fare dunque con lui o con lei? In tutti gli interventi dobbiamo renderlo soggetto attivo e non solo oggetto.

Il nostro compito è garantire ai nuovi cittadini i diritti essenziali (diritto alla salute, al lavoro, alla casa, allo studio, alla libertà, alla stabilità, a vivere nella famiglia, a vivere una vita dignitosa nel nostro paese, a progettarsi un futuro). Tutto questo possiamo farlo creando una cultura dell’accoglienza, stimolando lo Stato a fare leggi adeguate ed applicabili, gli enti locali a creare le condizioni per l’inserimento e l’integrazione nel tessuto della società civile.

1. A livello di Diocesi, le indicazioni della Migrantes e della CEI sono date da tempo:

2. Il lato più problematico è a livello di comunità parrocchiali.

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Intervento dell'Arcivescovo per il 50° della CISL Milano, 21 ottobre 2000

Sono contento di trovarmi tra voi mentre celebrate il vostro cinquantesimo, commemorando il passato e valutando il presente. La parabola evangelica che spontaneamente mi viene alla memoria è quella dei talenti (Mt 25,14‑30). Ad alcuni uomini furono dati, 50 anni fa, dei talenti da valorizzare. Si trattava di talenti civili e sociali, ma anche di talenti spirituali e forti ideali.

Non dobbiamo dimenticare infatti che al sorgere della CISL ci fu una grande matrice cristiana, data in particolare dalle ACLI. Essa costituì il retroterra formativo e ideale delle vostre scelte e dei vostri valori. L'impegno fu vissuto con motivi spirituali profondi e per qualcuno fu come una vocazione di vita, ispirata dal Vangelo, desiderando portare solidarietà attraverso coerenza e competenza. Si avvertiva la giustizia come molla interiore, come segno concreto di testimonianza, come richiamo di evangelizzazione, pur in una giusta scelta di Sindacato laico. Per questo molti affrontarono grandi sacrifici in un mondo che, uscendo dalla guerra, sognava ideali mentre viveva in povertà.

Bilancio

Cinquanta anni sono un periodo meritevole di bilancio. Che cosa ne avete fatto di questi talenti? E un bilancio suppone di scoprire prima di tutto le realtà belle e le scelte che si sono rivelate coraggiose e vincenti. Di queste ringraziamo Dio. Ma poi un bilancio suppone scoprire fragilità, povertà e limiti della propria azione, talenti trascurati o rimasti sotto terra, per confidare nella misericordia del Signore e riprendere la strada con maggiore lucidità per una maggiore giustizia.

Molte le parole chiave che vi hanno mosso ("autonomia", "formazione" "contrattazione aziendale e nazionale") ma determinante è stata la parola "solidarietà", che è elemento fondamentale di ogni Sindacato e che s'instaura nel cuore stesso della vostra azione nel mondo del lavoro. La concretezza, che vi ha sempre distinto, vi ha quindi impegnato in questi cinquanta anni a portare un contributo notevole allo sviluppo della nazione, coinvolgendovi sempre più nel tessuto sociale delle aziende e poi via via nel tessuto sociale del territorio, impegnandovi, a volte, persino nella prospettiva delle riforme della casa, dei trasporti, della sanità e della scuola.

Oggi stiamo affrontando sfide inedite che vanno dalla globalizzazione alla flessibilità della organizzazione del lavoro, dall'innovazione continua all'incertezza di fronte al cambiamento, dalla perdita del senso del lavoro alla piaga della disoccupazione o sottoccupazione.

E mentre ci si verifica nel cammino, l'incontro odierno spinge anche alla lettura di "frontiere" ampie e diverse, inimmaginabili probabilmente cinquanta anni fa e che sono state richiamate e sviluppate nelle relazioni proposte. Ci portano alla ricerca di nuovi mondi di lavoro che superano i confini italiani per arrivare a quelli europei e ancor di più a quelli internazionali.

Tali problemi e la loro complessità domandano profonde riflessioni e risposte adeguate e pongono in difficoltà un po' tutti, compreso il Sindacato stesso, mettendone a rischio la coesione e la stessa solidarietà.

Compiti

Questo dice che il Sindacato, nella propria vocazione, ha come prospettiva non quella di chiudersi in interessi di parte ma di collaborare con la forza che viene dalla base e dalla coscienza di un popolo per portare, rispettando limiti e competenze, un contributo di solidarietà per il bene di tutti.

Così si capisce sempre più l'importanza di uscire dai condizionamenti o dalle strettoie che contingenze storiche possono imporre per aprirsi ai problemi dei più disagiati, alle difficoltà di altre nazioni e di altri sindacati, alla cooperazione per altri paesi.

Di fronte ad una ideologia selvaggia di consumismo, di sfruttamento e di libertà senza limiti anche quando si esplica a danno degli altri, noi richiamiamo la responsabilità della libertà che è benessere per tutti, rispetto delle culture e delle differenze, attenzione ai più deboli.

Per il Sindacato, mi sembra, che suo primo compito sia di essere sentinella a quel diritto al lavoro che è fonte di fiducia ed elemento di coesione sociale nel tessuto della convivenza.

In questi cinquanta anni si è passati da un impegno di solidarietà per un lavoro che era anche sfruttato e spesso non garantiva un minimo di riconoscimento e di dignità a una stagione che ha fatto lentamente emergere una coscienza che ha reso possibile il raggiungimento di obiettivi importanti sul diritto e sulle garanzie di cittadinanza. Si è poi entrati nella fase in cui il lavoro è messo in crisi dalla ristrutturazione, dalla concorrenza, dalla tecnologia avanzata, da un diverso modo di impostazione della produzione sia pubblica sia privata. Il cambiamento, come sapete, sta rivoluzionando proprio quel vostro mondo del lavoro per cui chi esce può rischiare di non rientrare più alle stesse condizioni ma si ritrova, se gli va bene, a dover fare i conti con prospettive diverse: dal "lavoro" ai "lavori", dalla stabilità del posto fisso alla previsione di dover cambiare azienda o addirittura tipo di attività.

Resta tuttavia sempre, come vostro compito, la difesa del lavoro quale garanzia per tutti anche per i disoccupati, per gli esuberi, per gli espulsi perché, seppur con fatica, possano trovare una soluzione dignitosa alla propria vita.

Con il lavoro però bisogna rimetterci tutti in ricerca e riscoprire ancora più di prima il suo significato come dimensione umana, liberandolo dall'idolatria, dall'alienazione (sempre possibile soprattutto nei ritmi della concorrenza selvaggia), dal nuovo disprezzo che circonda il lavoro manuale. A questa lettura in negativo, deve corrispondere una ricollocazione positiva del lavoro che può trovare il suo senso solo se riferito all'uomo come persona. State infatti passando dal ruolo della difesa delle garanzie, sempre prezioso, al ruolo della difesa fondamentale delle esigenze della persona che spesso, anche nella nostra società, rischia di non sentirsi riconosciuta nei propri diritti fondamentali. Penso in particolare alle fasce deboli e agli extracomunitari che spero scoprano il Sindacato come luogo di crescita e di maturazione personale e sociale.

Il profilo del sindacalista

In questa ottica si profila la figura del sindacalista come colui che si mette in leale rapporto con gli altri, responsabile dei diritti umani, capace di reggere l'utopia e di contagiare anche coloro con cui opera agli stessi suoi entusiasmi. Sa essere presente e sa motivare le scelte, conosce il più possibile il lavoro di ciascuno e perciò è competente, cerca di capire e guarda all'essenziale. Non ha preoccupazioni per propri interessi monetari e rifiuta il privilegio che è il tarlo di ogni convivenza. Preoccupandosi di ciascuno, difende non i soldi ma il valore delle persone lottando anche per il giusto riconoscimento economico.

A tale profilo generale che valeva fin da cinquant’anni fa e che è valido nell’oggi, aggiungerei che il sindacalista guarda nell'azienda i lavoratori che a diverso titolo vi lavorano: dalle cooperative ai lavoratori del week-end, dagli extracomunitari alle persone fragili, dai giovani che hanno bisogno d'inserimento agli anziani che si sentono disorientati. Essere così attenti fa aprire gli orizzonti su problemi nuovi e su orizzonti ampi.

Si preoccupa inoltre di stimolare ed attuare quelle politiche distributive che garantiscano uguaglianza nelle opportunità di accesso al lavoro. Penso ai giovani che hanno bisogno di impostare la loro vita e penso alle nuove famiglie che oggi non sono sufficientemente aiutate nei problemi che devono affrontare. Infatti, oltre all'impegno delle garanzie finali di chi lavora, oggi ci si pone sulla ricerca delle opportunità da affrontare per chi entra nel lavoro.

E poiché il clima nelle aziende si è fatto attualmente più pesante, va considerato, in particolare, il lavoro delle donne che spesso sono in difficoltà, quello degli ultra quarantenni che facilmente vengono lasciati come esuberi per poi magari sostituirli con persone che costano meno in salario e contributi.

Vanno ricordati pure i troppi orari straordinari che nella nostra società tendono a coprire il tempo del riposo domenicale, la mancanza di sufficiente sicurezza che moltiplica gli incidenti sul lavoro, lo stesso amplissimo mondo dello sviluppo sostenibile che non deve essere solo problema del Sindacato ma è tema generale di natura politica che deve stare attenta a non far mancare previdenze e assicurazioni per tutti. Ne scapiterebbero soprattutto le realtà più deboli.

Una visione ampia

La manifestazione che oggi celebrate vi ha posto nell'orizzonte di un mondo più grande rispetto alla nazione italiana stessa perché, come l'economia si espande nella globalizzazione, così anche voi scoprite l'importanza di unirvi e di allearvi ad altre realtà più vaste e a volte più povere che hanno bisogno di solidarietà e della globalizzazione della solidarietà di cui il Papa parla spesso.

C'è un grande bisogno di voi e dei vostri talenti perché coloro che non hanno diritti o ai quali i diritti non vengono sufficientemente riconosciuti sviluppino le loro risorse, a cominciare dal nostro territorio fino a raggiungere con l'Europa il Terzo Mondo che rischia, suo malgrado, di essere, se lasciato solo, semplicemente sfruttato.

Il Sindacato vive momenti di difficoltà ma ha alle spalle una storia in cui ha riversato energie e coraggio e può dire di aver contribuito a far maturare la nostra società verso un benessere qualificato. Ma ogni tempo ha i suoi problemi e non c'è mai una perfezione stabilita una volta per sempre. Si tratta di prendere atto, giorno per giorno, del cammino sapendo che il ruolo che nella storia vi siete ritagliato è un ruolo che tende a costruire una realtà più coerente e più dignitosa. Il vostro coraggio e la vostra genialità, alimentati da riflessione e da formazione continua, vi rendano capaci di aiutare il mondo del lavoro a crescere e a essere modello di stili, di valori, di esperienze che sostengano tutta la realtà italiana.

Mentre vi invito a essere coscienti dei vostri talenti e a sentirvi fieri del ruolo di persone che cercano la giustizia, vi invito anche a cercarla con disinteresse senza indulgere a vantaggi e a privilegi. Ma anzi l'impegno parallelo e più grande vada alla formazione che sviluppate per voi e che incoraggiate per gli altri affinché i diversi lavori, che si profilano nell'arco della vita di un lavoratore, non siano traumi che angosciano bensì momenti di ricerca e di scelta di vita diversa.

Prima di concludere voglio dire che spesso tra Sindacato e Chiesa le strade si incrociano, particolarmente sul piano educativo. Su questo punto, pur nelle diverse competenze, abbiamo entrambi le nostre responsabilità.

Mentre riceviamo dal Sindacato l'appello alla concretezza e alla percezione della dimensione strutturale, da parte nostra rilanciamo il richiamo alle motivazioni, ai valori, al senso della vita, al significato alto di ogni persona, uomo o donna: quel significato che trova nel Vangelo la sua carta ineliminabile di riferimento.

Vi ringrazio di ciò che fate e vi auguro di saper reggere le situazioni difficili con equilibrio, senza violenza, con fermezza, cercando di dare sempre ragione del vostro operato. In tal modo si chiariranno sempre più le vostre scelte di valore e la vostra giustizia. I vostri talenti avranno dato il frutto che tutti si attendono.

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Consulta diocesana

Il Sinodo (562 §2) afferma che l'Ufficio diocesano per la vita sociale e il lavoro è coadiuvato dalla re-lativa consulta diocesana, al fine di realizzare un rapporto di arricchimento e di collaborazione reci-proci e di coordinamento per attività comuni, soprattutto con movimenti , associazioni, enti ed organi-smi di ispirazione cristiana, statutariamente legati al mondo del lavoro e dell'economia. Per questo incominciamo a preavvertire che il sabato 16 dicembre verrà convocata la Consulta della Pastorale del Lavoro. L'incontro interessa i movimenti e le associazioni impegnate nel mondo del la-voro e i laici responsabili delle 7 Zone pastorale. Verrà comunicato per tempo l'OdG e il luogo dell'incontro.

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Testo per la benedizione dei luoghi di lavoro

Per la riflessione

Stiamo celebrando il grande Giubileo che ricorda i 2000 anni della nascita di Gesù. E’ un avvenimento importante poiché Gesù ci invita alla conversione del cuore come voleva l’antico Giubileo ebraico.

Si arrivava a scelte molto concrete che facevano riferimento ai problemi economici e all’attenzione per i poveri. In un mondo contadino, spesso soggetto alla miseria, alla siccità e alla disperazione, si facevano i debiti senza poterli pagare, si diventava facilmente schiavi e ci si sentiva costretti a vendere la terra, la terra dei Padri. Così ogni 50 anni la legge di Dio impegnava a condonare i debiti, a liberare gli schiavi e a restituire la terra agli antichi proprietari o ai legittimi discendenti.

Oggi che cosa può significare per i lavoratori il Giubileo?

- Condonare i debiti può significare ritrovare relazioni tra persone, superare rancori e solitudini, accettare di sentirsi in cammino insieme, riscoprire la persona accanto, con cui accettiamo di essere solidali, vicini.

- Liberare gli schiavi può significare ridare senso al proprio lavoro senza sentirci né cose né strumenti, riconsegnare alla nostra umanità la dignità di essere vivi, coraggiosi, costruttivi con gli altri e capaci di dare fiducia e sostenere chi non ce la fa.

- Restituire la terra può significare ridistribuire il lavoro che per qualcuno è troppo e per qualcuno è poco o nulla, aiutare a conoscere e a farsi una competenza, rispettare le fragilità degli altri accompagnandoli, insegnare il lavoro a chi non sa, perché ciascuno diventi autonomo, saper accogliere i giovani con amicizia.

 

Per la preghiera comunitaria

Signore, abbiamo bisogno di Te. Vorremmo incontrarti sulla nostra strada perché non siamo capaci di cambiare,
ma troviamo solo rumore, rabbia e insofferenza.
Vorremmo parlarti per capire, ma le nostre parole si disperdono al vento senza che qualcuno le ascolti.
Vorremmo vederti per trovare fiducia, ma incrociamo volti sconosciuti e indifferenti.
Vorremmo ascoltarti per capire che cosa vale davvero, ma sentiamo solo pubblicità, chiacchiere banali e telefonini.

Eppure Tu sei già nato tra noi. Eri un forestiero che a Betlemme cercava casa per iniziare la sua vita tra mura accoglienti e trovasti solo porte chiuse. Soltanto l’amore di Giuseppe e Maria ti strinse commosso. Erano turbati poiché nessuno ti aveva ricevuto e fatto posto. Sei diventato un lavoratore che ogni giorno ricominciava da capo. Ascoltavi la gente, cercavi di accontentarla per ciò che chiedevano: uno sgabello, una cassapanca, un aratro.
Condividevi la loro fatica e le loro sofferenze. Davi un senso al tuo lavoro che diventava un gesto di aiuto e di amicizia.
Avevi Dio nel cuore e guardavi ogni persona con attenzione e misericordia.

Così tu sei presente, quando accettiamo i nostri compagni di lavoro, quando mettiamo al primo posto la fatica degli altri, quando ci accorgiamo che qualcuno è rifiutato e gli restiamo accanto.
Natale è la nascita della grande scoperta che Tu resti tra noi, consegnato alle nostre mani e alla nostra debolezza, fedele perché questa nostra umanità impari a vivere come Te nei gesti e nelle scelte di ogni giorno.
Insegnaci a parlare di liberazione e di rispetto per ogni persona, di cammini comuni e di simpatia, di lavoro dignitoso e di opportunità per tutti. Aiutaci ad amare la pace di tutti, a cercare il pane per tutti, a difendere la dignità con tutti.

Per la riflessione personale

Dall’omelia di Giovanni Paolo II per i giubileo dei lavoratori

L'Anno giubilare, mentre porta il nostro sguardo sul mistero dell'Incarnazione, ci invita a riflettere con particolare intensità sulla vita nascosta di Gesù a Nazaret. Fu lì che egli passò la maggior parte della sua esistenza terrena. Con la sua operosità silenziosa nella bottega di Giuseppe, Gesù offrì la più alta dimostrazione della dignità del lavoro.

Il Figlio di Dio non ha disdegnato la qualifica di carpentiere, e non ha voluto dispensarsi dalla normale condizione di ogni uomo. "L'eloquenza della vita di Cristo è inequivoca: egli appartiene al mondo del lavoro, ha per il lavoro umano riconoscimento e rispetto; si può dire di più: egli guarda con amore questo lavoro, le sue diverse manifestazioni, vedendo in ciascuna una linea particolare della somiglianza dell'uomo con Dio, Creatore e Padre" (Enc. Laborem exercens, 26).

Dal Vangelo di Cristo deriva l'insegnamento degli Apostoli e della Chiesa; deriva una vera e propria spiritualità cristiana del lavoro. Il mondo contemporaneo, sempre più interdipendente, ha bisogno di questo "vangelo del lavoro", perché l'attività umana possa promuovere l'autentico sviluppo delle persone e dell'intera umanità.

L'Anno giubilare, pertanto, sollecita ad una riscoperta del senso e del valore del lavoro. Invita, inoltre, ad affrontare gli squilibri economici e sociali esistenti nel mondo lavorativo, ristabilendo la giusta gerarchia dei valori, con al primo posto la dignità dell'uomo e della donna che lavorano, la loro libertà, responsabilità e partecipazione. Esso spinge, altresì, a risanare le situazioni di ingiustizia, salvaguardando le culture proprie di ogni popolo ed i diversi modelli di sviluppo.

Non posso, in questo momento, non esprimere la mia solidarietà a tutti coloro che soffrono per mancanza di occupazione, per salario insufficiente, per indigenza di mezzi materiali. Mi sono ben presenti allo spirito le popolazioni costrette ad una povertà che ne offende la dignità, impedendo loro di condividere i beni della terra e obbligandole a nutrirsi con quanto cade dalla mensa dei ricchi. Impegnarsi perché queste situazioni vengano sanate è opera di giustizia e di pace.

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