Dicembre 2000

IL FOGLIO della PASTORALE SOCIALE e del LAVORO di MILANO n. 108

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La Carta europea dei diritti fondamentali

Su un argomento di vitale importanza pubblichiamo un articolo di Rita Pavan del Dipartimento Europa della Cisl lombarda e di seguito la dichiarazione dell'Assemblea del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa

UN PASSO POLITICO IMPORTANTE

Il 7 e 8 dicembre i capi di Stato e di Governo dei paesi europei si riuniranno in vertice a Nizza per adottare la Carta europea dei diritti fondamentali. Prima di esaminare i contenuti, è importante riflettere sul perché si è arrivati alla sua stesura e in quale scenario si colloca.

1. Il Contesto

Riguarda soprattutto il ruolo dell’Europa sulla scena mondiale, oltre che al proprio interno. L’Europa non è solo moneta unica, finanza, o mercato: può e deve essere anche coesione sociale, solidarietà, democrazia, diritti umani della persona.
In una fase nella quale a livello mondiale l’unica regola appare quello della competizione senza regole, e dove egoismi locali, che spesso scivolano in vere e proprie forme di xenofobia e razzismo, sembrano avere il sopravvento rispetto all’accoglienza e alla solidarietà, l’Europa deve porsi come modello di convivenza civile di tutte le identità.
Si potrebbe dire che nei quindici paesi membri i diritti umani sono già rispettati e quelli collettivi garantiti. Dunque: perché una nuova carta?
In realtà, affinché l'Europa sia più forte e legittimata sulla scena internazionale, occorre abbia le carte in regola. Credere che la competizione si giochi solo sull'abbassamento dei diritti sociali, è una visione miope, oltre che ingiusta: nella competizione internazionale (di cui i negoziati dell'Organizzazione Mondiale del Commercio rappresentano il punto focale) vincerà chi riuscirà a far prevalere un modello sociale e politico forte e coeso, non chi otterrà questa o quella clausola economica più vantaggiosa.
Ma per affermare un modello sociale sulla scena mondiale bisogna averne uno (non molti e in contraddizione tra loro), esplicitamente condiviso dagli stati membri. In molti appuntamenti mondiali, spesso l’Europa si è presentata in “ordine sparso”: ogni stato membro aveva i propri interessi da difendere. E in alcune situazioni tragiche, come la guerra nella ex Jugoslavia, non ha potuto giocare alcun ruolo determinante.
Per questo molti hanno sostenuto  la necessità che l'Unione Europea arrivasse  ad avere una carta dei diritti fondamentali, embrione di una futura "costituzione europea" contenente  garanzie, obblighi,  diritti e doveri per i cittadini europei, vincolante a livello comunitario per tutti gli stati membri in quanto da essi condivisa.
Un ulteriore motivo è dettato dal futuro “allargamento”, cioè l’ingresso di nuovi paesi dell’est europeo: molti di questi  hanno democrazie ancora fragili, e diritti sociali ancora molto deboli. E’ quindi importante che una carta europea dei diritti ne rafforzi il rispetto anche per loro.

2. Alcuni precedenti storici

Storicamente erano già stati fatti diversi tentativi di dotare la Comunità Europea di una carta di diritti fondamentali. Sono trascorsi cinquant’anni da quando a Roma, nel 1950, i rappresentanti dei 12 stati membri del neonato Consiglio d’Europa firmarono la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU)
Successivamente alla nascita della CEE (1957) e al primo Trattato costitutivo, sono proseguiti altri tentativi, e, in anni più recenti, si ricordano:

Infine, i trattati: Maastricht (1992) aveva introdotto un articolo sul rispetto dei diritti fondamentali, escludendone però la "giustiziabilità diretta" (ad esempio, non si poteva ricorrere alla Corte di Giustizia Europea in caso di violazione).
Successivamente il Trattato di Amsterdam (1997), oltre al concetto prima inesistente di "cittadinanza europea" aveva introdotto alcuni importanti articoli relativi a:

La nuova carta dovrebbe quindi rappresentare il seguito "logico" di questo percorso.

3. Come e con quali tappe è stata redatta la Carta

La decisione formale di avviare la preparazione di una Carta dei diritti Fondamentali è stata presa dal Consiglio Europeo di Colonia nel 1999.
Quello di Tampére, nell’autunno del 1999, ha deciso la costituzione della “Convenzione”. Al Consiglio di Biatrritz dell’ottobre scorso è stato approvato il progetto definitivo, che sarà adottato in forma di dichiarazione solenne a Nizza a dicembre.
La Convenzione istituita a Tampère era composta da 16 parlamentari europei, 30 parlamentari nazionali, 15 rappresentanti dei governi nazionali, un componente della Commissione Europea, e da altri rappresentanti delle istituzioni europee in qualità di osservatori.

4. I contenuti e struttura della Carta

Il testo, oltre al preambolo e alle disposizioni finali, è composto da 6 “aree” di diritti.

Nel preambolo si richiamano le premesse e il contesto:

Particolarmente significativo è l’affermazione sulle responsabilità, dei singoli e delle collettività nel suo insieme, laddove si afferma che “il godimento di questi diritti fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future”.
Accanto ai tradizionali diritti civili e politici, relativi alla dignità e integrità della persona, divieto della pena di morte, si trovano quelli del lavoro e le libertà sindacali.
Vi sono anche i cosiddetti “nuovi diritti” (es. biotecnologie e divieto della clonazione riproduttiva umana, rispetto della privacy, tutela dell’ambiente).
Altri articoli sono legati ai soggetti (pari opportunità tra uomini e donne, diritti di minori, bambini, anziani, portatori di handicap).

5. Alcune considerazioni

Da più parti si sono levate critiche al testo conclusivo della Carta, ivi compreso il fatto che c’è stata nella sua preparazione uno scarso coinvolgimento della società civile.
Uno dei problemi più sentiti, solo apparentemente di metodo, riguarda la natura: la Carta a Nizza sarà adottata in forma di dichiarazione solenne, ma per ora non è previsto il suo inserimento nel trattato (quindi con valore giuridico pieno): questa decisione avrà tempi più lunghi, e il suo esito non è scontato.
Molti degli articoli rimandano alle legislazioni e prassi nazionali, cosa che renderebbe più debole la portata “europeista”.
Altre perplessità riguardano i contenuti: alcuni “diritti”, o meglio impegni precisi come il diritto alla pace o il rifiuto della guerra come metodo della risoluzione dei conflitti, non sono menzionati. Altri ancora sono richiamati in maniera insufficienti.
Forse si poteva anche fare di più, ma bisogna considerare il fatto che l’Europa è fatta di tradizioni differenti: statuali, sociali, politiche, religiose, laiche: è quindi in ogni caso molto significativo che per la prima volta un insieme strutturato di diritti e libertà, ma anche di responsabilità - individuali e collettive - sia organicamente racchiuso in un unico testo.
Il sindacato europeo l’ha giudicata un primo passo politico positivo, pur con una serie di perplessità, in particolare sulla portata dei diritti economici e sindacali.
La CES (Confederazione europea dei sindacati) e molte associazioni manifesteranno a Nizza il 6 dicembre, alla vigilia del vertice europeo, per un suo miglioramento, e per l’ inserimento nel trattato.
L’impegno a cui siamo tutti chiamati è intanto quella di farla conoscere, e di proseguire una discussione sui contenuti: non solo tra gli “addetti ai lavori”, perché le basi della convivenza civile e dei diritti su cui si deve fondare l’Europa riguardano ciascuno di noi.

Rita Pavan
Dipartimento Europa - Cisl Lombardia

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La dichiarazione dell'Assemblea del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa sulla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea

Nel quadro di una riflessione sugli sviluppi del processo di unificazione europea e sull'apporto che vi può dare la Chiesa cattolica, il Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa ha dedicato una particolare attenzione alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea che sarà proclamata in occasione della riunione del Consiglio europeo di Nizza del prossimo 7-8 dicembre.

I vescovi hanno ritenuto che la Carta rientra in quel processo di rafforzamento del quadro istituzionale dell'Unione Europea che rappresenta di per sé un fatto positivo, perché consolida la rete di vincoli e di cooperazioni, liberamente assunta, che è presidio ed impulso di sviluppo nella pace, nella giustizia e nella solidarietà per il nostro continente. I diritti umani appartengono infatti alla parte migliore della tradizione religiosa e morale, culturale e civile dell'Europa.

Al contempo i vescovi hanno dovuto prendere atto che alcune formulazioni adottate sono incomplete o anche francamente non accettabili. Tra queste, oltre all'assenza di ogni riferimento a Dio, in particolare quella che stabilisce il divieto della clonazione di esseri umani, limitandolo però alla clonazione riproduttiva; quella che, distinguendo il "diritto di sposarsi" dal "diritto di costituire una famiglia", intende legittimare, chiamandole famiglie, forme di unione diverse dal matrimonio; quella che omette di riconoscere alle Chiese e comunità religiose in quanto tali una propria specifica rilevanza giuridica ed istituzionale.

I vescovi hanno peraltro apprezzato l'importanza riconosciuta alla stretta connessione di questa Carta con alcuni principi etico-sociali, come quelli della sussidiarietà, di solidarietà e di rispetto delle identità nazionali, oltre che con il quadro dei diritti già affermati da precedenti documenti internazionali di alto significato, nonché dalle tradizioni costituzionali degli stati mem-bri.

La Chiesa cattolica in Europa sa di poter molto contribuire -insieme alle altre Chiese e comunità cristiane- all'incremento del patrimonio religioso, spirituale e morale del nostro continente. I vescovi incoraggiano pertanto ogni sforzo che, sia nei singoli paesi sia a livello europeo, miri a rinnovare e potenziare quell'humus culturale di matrice cristiana che è stato storicamente, e può essere più che mai nel futuro, fattore determinante -insieme ad altre tradizioni- di umanizzazione e di promozione dell'unità per tutti i popoli del continente europeo.

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Nel Natale la potenza di Dio si fa povera

Restiamo tutti affascinati dal Natale e dal presepio. Ci sembra che finalmente le favole si possano avverare e che, in quel mondo ovattato di sogni a lieto fine, la vicinanza di cielo e terra finalmente diventi palpabile. Il Natale ci fa navigare nel mondo della presenza del Signore e gli angeli hanno una parte preponderante nel nostro immaginario. Sarà per i loro canti in un mondo di violenti e di stonati, per il messaggio nel silenzio, per lo splendore nella notte. Sarà per questo minutissimo e non commercializzabile mondo che si fa presente e comunica, regno della parola e della protezione. Sarà per la concretezza e la poesia. Sarà per il gioco d'infanzia che i giovani sposi portano accogliendo un bambino povero tra le loro braccia, atteso e Figlio di Dio. Sarà perché la paura del divino si scioglie nella tenerezza di un infante disarmato. Sarà per tutto questo che è insolito e inedito. Noi restiamo affascinati dal Natale e siamo grati che arrivi, anche se ce lo derubano con la cianfrusaglia miliardaria dei consumi e delle contraffazioni.

Ma perché il Natale? Si direbbe una sciocchezza se ammettessimo di non esserci mai posti l'interrogativo. Lo sappiamo poiché abbiamo l'obbligo di raccontare ai bambini ciò che è avvenuto a Betlemme e il presepe fa da testimone. E abbiamo l'obbligo della messa suggestiva di mezzanotte quando risucchiamo il gusto dell'infanzia insieme alle aspettative dei dolci e dei regali.

Il progetto di Dio a Natale diventa ovvio, ma ha bisogno comunque di essere decifrato ogni volta. Dio vuole salvare gli uomini e le donne, credenti e non, atei e religiosi. Lo ha voluto e continuerà a volerlo poiché è questa la sua grandezza: amare ogni essere e sentire per ciascuno la gioia della sua libertà che si gioca con la nostra. Ma proprio nell'intruglio di questa nostra libertà sono esplose le contraddizioni. Dall'inizio questa umanità ha avuto il gusto e la nostalgia di voler diventare infinitamente grande, onnipotente. Si è confrontata subito con il modello del creatore che aveva sperimentato. Ma non vuole dir grazie a nessuno, superiore a tutti (altrimenti che onnipotenza sarebbe!). Ogni persona se li porta dentro, dall'infanzia, dicono gli psicologi, questo struggimento e questa volontà poiché solo così saprebbe di essere veramente. E il sogno si apre ad una assolutezza che schiaccia, che deve fare ombra a tutti e che deve farsi temere. E' una onnipotenza che vuole far ingelosire e far morire, deve creare guerre e farci vincitori. E' una onnipotenza che rifiuta doni e poi li carpisce, che nega l'aiuto ma poi lo pretende, che suggestiona e deride, che illude e tramortisce. Una onnipotenza così fa paura poiché non si concede se non con il calcolo e chiede il conto, si nutre solo di sé. E in tal modo si autodistrugge.

Creata ad immagine e somiglianza di Dio, questa umanità ha voluto carpire il segreto di Dio imitandolo. Ma non lo ha conosciuto abbastanza se non nei suoi gesti di potenza e di regalità. Ha imparato a immaginare che bastasse la parola per creare ogni creatura e si è illusa, visto che sapeva parlare, che bastasse ribellarsi per ricostruire un mondo in alternativa.

Fu una tragedia questa strategia ribelle. L'onnipotenza non è nulla e crea drammi se non nasce e non rivela l'amore che solo Dio può dare. Così Dio, nel cuore dell'umanità che aveva progettato libera e grande, incontrò la morte. In tal modo riprogettò il suo nuovo mondo. Fu lo smacco di Dio? Un amore divino preso alla sprovvista? Un tradimento non supposto? Non la smagliante e splendida potenza nella natura poderosa e feconda ma la sua capacità di amare fino all'annientamento avrebbe manifestato l'onnipotenza di Dio. Bisogna ricominciare dal basso, dall'essere indifesi, poveri, senza parola, senza potenza, affidato a due giovani sposi, bisogna ricominciare in balia di avvenimenti che portano il rifiuto, l'allontanamento, la scusa, l'indifferenza?

Ricominciare come? Ricominciare povero, bambino. Così nel cuore di Dio nasce il Natale e nel cuore della notte di Betlemme Dio nasconde la sua potenza nel bambino nato "e deposto in una mangiatoia". Dal Natale Dio inizia il suo apprendistato tra noi. Nulla lo differenzia, nulla traspare. Giuseppe e Maria si saranno chiesti molte volte: "Chi è questo bambino? Che cosa possiamo fare per lui? Possibile che la vita che conduce con noi sia il meglio, sia ciò che deve fare?". Nel tempio a 12 anni sembrò aprire una parentesi tra lo stupore della gente e dei sapienti che venivano interpellati, ma poi non capitò più nulla per decenni.

Gesù affrontò il mondo ogni giorno con la sua preghiera, con il gioco prima e presto con il lavoro. Imparò da Giuseppe quelle poche cose che un artigiano-contadino doveva imparare. Ascoltò lamentele e lodi, pettegolezzi e verità; fede e odio trasparirono nelle parole e nei gesti dei suoi compaesani. Imparò a capirli e a comprenderli. Non si sposò e fu probabilmente una sorpresa per quel suo mondo. Nel Vangelo se ne parla per accenni e ci siamo abituati che questo fosse ovvio. Eppure doveva esserci, tra l'altro, anche la ritrosia di non accettare di dover trattare una donna come si trattavano tutte nel suo mondo. Egli le guardò sempre in modo nuovo, come sorelle e discepole.

Non possedette nulla e quindi non fu padrone di nessuno, tanto meno di uno schiavo. Era padrone della sua parola come Dio creatore e la utilizzò come speranza per i malati e verità per i suoi discepoli. Fu una voce che disorientava per tracciare strade nuove e confondere i raggiri e gli inganni. Creò, nel dialogo con la libertà di ciascuno, un nuovo mondo che manifestasse e costruisse l'amore e la fiducia come tessuto di misericordia per collegare gesti e sofferenze. Non si sgomentò di fronte alla malvagità e di fronte ai pericoli a cui andava incontro con la sua radicalità. Costruì un cammino inverso a quello a cui la nostra umanità aspirava e si adattò alla povertà di ciascuno costringendo a prendere posizione.

Le sue scelte lo macerarono fino alla fine: sorpreso e lucido,con gli occhi sulla povertà del cuore e del corpo, non si spaventava se non quando i più vicini, fossero essi i suoi discepoli o i sommi sacerdoti, equivocavano la sua vocazione e lo volevano trascinare nell'angustia del potere contro il Padre suo: "Voi ragionate secondo gli uomini e non secondo Dio".

Il Natale allora ha senso se lo si mette tra la divinità del Verbo, prima del tempo e la gloria del risorto, oltre il tempo. Natale come vita e morte, accoglienza e rifiuto, lavoro e digiuno. Natale come inizio tra noi, inizio di una conoscenza che segna, incita, turba, rivela, che fa impazzire ed esalta. Natale come rifiuto e pastori, angeli e silenzio, e poi silenzio, silenzio. Natale come principio di gesti quotidiani, di ricerca di casa, di disoccupazione e lavoro precario. Natale come interrogativo, perplessità, disagio, speranza. Così ogni giorno fino al tempo dei Magi e poi, dopo la parentesi dell'emigrazione per qualche anno, ancora interrogativi, perplessità disagio, speranza. Natale allora come misericordia che non si scoraggia e non tradisce. Natale come povertà di questo Figlio di Dio che incomincia a camminare verso la croce: lì finalmente l'onnipotenza si esprime in tutta la sua verità e forza.

Pastorale del lavoro Diocesi di Milano

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Calendario

Gennaio
1 Giornata della pace
5 Conclusione del Giubileo
8 ESECUTIVO
18-25 Settimana per l'unità dei cristiani
20 ASSEMBLEA DEI GRUPPI AZIENDALI
28 Festa della famiglia

Febbraio
4 Giornata per la vita
10 CONVEGNO DELLA VIGILIA
11 GIORNATA della SOLIDARIETÀ
22 Comunità e Lavoro
26 AGGIORNAMENTO - esecutivo

Marzo
18 Festa degli Artigiani
22 Comunità e lavoro
29 ESECUTIVO

Aprile
23 ESECUTIVO
26 Comunità e Lavoro
30 VEGLIA DEI LAVORATORI

Maggio
1 FESTA GIOVANI LAVORATORI
21 AGGIORNAMENTO - esecutivo

Giugno
16 ASSEMBLEA CONSUNTIV

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Una proposta di legge per l'abolizione del cumulo tra redditi da lavoro e redditi da pensione

E' stata presentata il 25 luglio la proposta di legge per l'abolizione di qualsiasi divieto di cumulo tra redditi da lavoro e redditi da pensione. Il testo, che raccoglie le firme di 75 parlamentari delle forze di maggioranza, è stato illustrato dall'on. Carlo Stellati in un incontro che si è tenuto il 27 novembre presso la Pastorale del Lavoro. Pubblichiamo qui di seguito una sintesi del contenuto della Legge.
Il testo propone l’abolizione di qualsiasi divieto di cumulo tra reddito da lavoro e reddito da pensione, rendendo così possibile il lavoro che molti anziani continuano a svolgere anche dopo la pensione. La normativa esistente è molto complicata e difficilmente applicabile e controllabile. Essa vieta del tutto, parzialmente o ammette il cumulo attraverso una casistica molto ampia. Il risultato è una pratica di lavoro sommerso molo diffusa.
Lo Stato non ha interesse a che il pensionato non lavori, piuttosto ha interesse a che chi svolge un lavoro, anche saltuario, paghi le tasse e i contributi sociali.
La misura di liberalizzazione che la proposta di legge avanza può rappresentare una efficace incentivo all’emersione di una grande quantità di lavoro sommerso. Essa è resa possibile dal fatto che i pensionati - lavoratori possono vedere aumentato l’ammontare della propria pensione e nel contempo finanziare forme di solidarietà per gli anziani non autosufficienti.

La proposta.

Considerazioni generali

Questa proposta di legge ha già avuto un primo successo: la Legge finanziaria recentemente approvata dal Parlamento prevede infatti l’abolizione del divieto di cumulo per i lavoratori titolari di pensione di vecchiaia e di anzianità con più di 40 anni di contributi. Pertanto possono interamente cumulare la pensione con il reddito da lavoro dipendente o autonomo.
I titolari di pensione di anzianità con meno di 40 anni di contributi possono cumulare la pensione con reddito da lavoro autonomo. In questo caso la trattenuta sulla pensione non può superare il 30% del reddito da lavoro.

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LA CASA IN AFFITTO

un progetto coraggioso di solidarietà Milano, 10 novembre 2000, Sala Convegni Carialo

La Pastorale del Lavoro e la Caritas hanno promosso venerdì 10 novembre un Convegno presso la sala CARIPLO in piazzetta Bossi 2 che aveva come titolo e tema il problema della "CASA IN AFFITTO". Riportiamo alcuni brani del documento introduttivo, la relazione dei prof. Alessandro Balducci e Gabriele Rabaiotti, del Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano con alcune tabelle illuminanti e quindi il testo del Cardinal Martini che aiuta a rivedere il problema dal punto di vista pastorale.

CHI TROVA UN LAVORO, NON TROVA UNA CASA

Per l’occasione abbiamo preparato un documento che rivedremo, alla luce delle riflessioni ulteriori e che proporremo, come uno dei testi base, per le Comunità Cristiane in occasione della Giornata della Solidarietà che si terrà il 10 febbraio 2001.
Se è vero che, anche grazie a nuove forme di occupazione, si sta attivato un mercato del lavoro vivace, è altrettanto vero che, crescendo la precarietà, viene sempre più in luce la drammaticità del problema casa.
Non dobbiamo dimenticare che solo pochi mesi fa, nella vicina Legnano, una famiglia di lavoratori extracomunitari, "in regola", è perita in un rogo, solo perché non aveva un luogo in cui dimorare con dignità. E tuttavia il problema casa non è solo degli extracomunitari ma, nell’area metropolitana milanese in particolare, si vive ormai un disagio generalizzato che si estende alle giovani coppie, alle famiglie monoreddito e agli anziani.
Oggi, quando il quadro politico-normativo sull'assetto dei poteri statali sta mutando e il tema delle politiche per la casa si è assopito, è necessario uno "scatto di reni", una precisa assunzione di responsabilità da parte delle Istituzioni (Regioni e Comuni in primis), perché facciano tornare il tema della casa al centro del dibattito sulla riorganizzazione dello stato sociale, fondamentale per circa 1/3 delle famiglie italiane e particolarmente indispensabile per i soggetti "deboli”.
Gran parte del reddito di una famiglia media viene eroso per sostenere le spese di affitto. Infatti questa famiglia, oggi, non ha nessuna risposta alternativa: o il canone asfissiante del cosiddetto "libero mercato", o la strada. E l’ultima legge sull’integrazione del canone d’affitto, in Lombardia non è attivata.
I dati riportati illustrano anche se, letti statisticamente, addolciscono il costo dell’affitto in assoluto e l’incidenza sullo stipendio. Sappiamo infatti che ormai gli affitti di due locali sono saliti a quota di 1 milione al mese. In più, sempre a Milano le famiglie in graduatoria, per ottenere un alloggio pubblico, sono circa 17.000, con 12.700 sfratti da eseguire, a fronte della disponibilità di circa 2.000 appartamenti l’anno.
Ci sembra importante perciò che si cambino impostazioni e con coerenza si cerchino nuove strade. Perciò vanno incoraggiate le Istituzioni, le forze politiche, le forze economiche e sociali perché mettano mano a nuove forme dell'abitare, che rispondano adeguatamente e diffusamente ai bisogni di larghe fasce di cittadinanza "attiva". E’ questo infatti un dovere morale irrinunciabile, oltre che una grande opportunità per il futuro.
Questo non significa che l'intervento diretto dello Stato debba esaurirsi nel garantire i più deboli ma, assieme a questa fondamentale attività, tale intervento deve attuarsi in una nuova e più complessa azione che sostenga concrete politiche sulla casa.
La Chiesa ambrosiana si occupa della casa poiché il rapporto costante e capillare con le esigenze e la fatica della gente ci portano a constatare che i problemi cruciali sul nostro territorio sono il lavoro e la casa. Lo sanno bene le parrocchie, tutte le Caritas, i Circoli Acli, le associazioni e il volontariato che operano sul territorio.
E tutto questo si pone come una grave tragedia personale e familiare poiché non è possibile vivere senza una casa. E può diventare abitazione anche una roulotte, in caso di estrema necessità, visto che terremotati ed alluvionati cercano di sistemarsi, alla meglio, proprio in una roulotte. Sono le soluzioni di emergenza ed ora lo siamo. L’emergenza non può durare in eterno ma, almeno, l’intervento provvisorio costituisce un serio esame di coscienza ed una visibile contestazione a tutte le lungaggini successive, alle dimenticanze, alle scuse e alle remore burocratiche. Siamo infatti già nei tempi freddi e piovosi dell’autunno.
La casa è fondamentale poiché, in quell’ambito, si strutturano legami e radici che costruiscono solidità affettive, individualità che si rapportano a comunità, solitudini e comunioni, vita privata e vita pubblica. La casa, essenziale per i bisogni primi della famiglia e della persona, non è solo un posto comodo e caldo dove vivere, mangiare e dormire ma un posto dove ritrovare famiglia e ricordi, l’equilibrio della persona, la propria stabilità e il proprio mondo che non può essere anonimo né disperso. Per quanto povera, fa parte di noi come il vestito, il mangiare, la parola, la relazione, il lavoro.
Certamente il problema deve essere affrontato con una presa di coscienza ed un impegno forte da parte di tutti i responsabili della Pubblica Amministrazione (Stato, Regione Provincia, Comuni, ALER, ecc.).
Il volontariato e le parrocchie possono sostenere e collaborare. A volte già le parrocchie s’impegnano con una propria mediazione per permettere un alloggio a persone che hanno un estremo bisogno e che non vengono aiutate per diffidenza. Si aprirebbe in tal caso (è una ipotesi di lavoro) la prospettiva interessante di un’“agenzia per la casa in affitto”, centralizzata (per suggerimenti, gestione di alcune linee generali e supporto) e decentrata sul territorio per chi si pone a sostegno, offre e pone il proprio impegno in prima persona come garanzia. Ovviamente questo suppone soprattutto una forma di accompagnamento in cui il “bene casa” sia salvaguardato e le persone che vi abitano conoscano stile e comportamento corrispondente alle esigenze ed alla cultura del nostro mondo. Solo così, probabilmente, si schiuderebbero delle possibilità per diversi alloggi di privati che vengano affittati a chi ne ha bisogno, ad affitti accessibili. Sarebbe un segno importante e indicativo di una scelta che assomiglia ai gesti di liberazione che il Giubileo imponeva al popolo d’Israele nella linea del condono dal debito e della schiavitù, della liberazione della casa e della terra.
Poiché coloro hanno accolto l’invito a tale progetto e hanno dato l’adesione a questo convegno, sono competenti e già concretamente e seriamente attivi: ACLI, CISL, Confcooperative e Fondazione San Carlo, mentre li ringraziamo, riconosciamo e valorizziamo le loro capacità perché propongano ed offrano la progettazione di alcuni nuovi strumenti da affiancare al rinnovato impegno delle Istituzioni e dei privati e che scaturiscono dalle esperienze sin qui condotte. Uno dei più impellenti obiettivi dei loro servizi deve diventare la costruzione di case in affitto a canoni accessibili.

POLITICHE PER L'AFFITTO SOCIALE: perché e per chi

Alessandro Balducci e Gabriele Rabaiotti Dipartimento di Architettura e Pianificazione Politecnico di Milano

“Guai a chi costruisce la casa senza giustizia e il piano di sopra senza equità,
che fa lavorare il suo prossimo per nulla, senza dargli la paga, e dice:
‘Mi costruirò una casa grande con spazioso piano di sopra’
e vi apre finestre e le riveste di tavolati di cedro e la dipinge di rosso.
Forse tu agisci da re perché ostenti passione per il cedro?
Forse tuo padre non mangiava e non beveva ?
Ma egli praticava il diritto e la giustizia e tutto andava bene.
Egli tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava bene” 
(Geremia 22,13-16)

Il problema della casa, per una serie di categorie sociali deboli, torna ad essere oggi  principale fattore di disagio, soprattutto nelle grandi città, in una situazione nella quale l’attenzione della politica è rivolta altrove.
Esso tocca in modo assai disomogeneo, nel paese, gruppi sociali differenti che ne soffrono in misura profondamente diversa a seconda che si tratti di soggetti che abitano in contesti metropolitani o in realtà provinciali e a seconda che abbiano alle spalle reti familiari solide o che si trovano in situazioni di tendenziale isolamento.
Vi è così una crescente debolezza delle politiche e una scarsa incisività delle iniziative e delle proposte più innovative pur presenti cosicché aumentano i ritardi nelle risposte, si sprecano (o si sotto utilizzano) le opportunità e le possibilità che consentano di attirare la attenzione  e le risorse necessarie ad affrontare con efficacia il problema della casa nelle sue nuove dimensioni.  Manca un discorso pubblico sul problema della casa che definisca il problema come una priorità politica e sociale e costituisca il quadro di riferimento capace di canalizzare risorse e di sollecitare l’azione di soggetti diversi verso finalità ed obiettivi comuni.
L’obiettivo di queste note è quindi quello di sostenere lo sforzo di coloro che sentono la necessità e l’urgenza di muoversi in questa direzione.

Le politiche per l’affitto: ragioni e temi

Il mercato della casa in affitto in Italia (come avremo modo di verificare in seguito con maggior precisione) si è progressivamente ridotto ad una dimensione particolarmente esigua: è pari al 20% del patrimonio abitativo complessivo rispetto ad una media europea del  34% ed alla situazione di altri paesi come la Germania e l’ Olanda che superano ampiamente il 50%. Se facciamo riferimento al rapporto abitazioni-famiglie mediamente in Europa sono disponibili 40 abitazioni in affitto ogni 100 famiglie (in due Paesi, Germania e Paesi Bassi, si superano le 50 unità per 100 famiglie), mentre in Italia la disponibilità di alloggi in affitto risulta pari a 25 unità.
Questa situazione è l’esito di un progressivo processo di impoverimento dello stock in affitto: come osservano Ballarotto e Coppo (2000) negli anni ’50 il patrimonio in affitto è aumentato di 84.000 unità all’anno, di 70.000 unità all’anno negli anni ’60, poi ha cominciato a ridursi: negli anni ’70 ad un ritmo di 54.000 abitazioni all’anno, di 124.000 abitazioni all’anno negli anni ’80 e di 80.000 abitazioni all’anno negli anni ’90.
Ciò significa che nell’ultimo trentennio la gran parte delle famiglie che potevano sono passate dall’affitto alla proprietà, e che dall’altro, nel comparto dell’affitto, sono rimaste poche famiglie (poco più di 4 milioni su 20 milioni di famiglie in complesso), con redditi fortemente polarizzati e comunque mediamente del 30% più bassi rispetto alle famiglie che vivono in proprietà, e gravati da quote da destinare al pagamento dell’affitto che, in gran parte, impediscono l’accumulazione di un risparmio tale da poter aspirare al passaggio alla proprietà.
E’ importante osservare che il problema non è costituito dalla scarsità del patrimonio abitativo in generale. Infatti l’Italia ha una dotazione (dati Istat 1991) di 126 abitazioni ogni 100 famiglie assai più ampia di molti paesi europei più ricchi e che non presentano problemi di disagio abitativo così esteso o non lo presentano affatto.
Si tratta dunque di una scarsità assoluta di abitazioni in affitto che, a sua volta, produce ed è aggravata dalla mancanza di articolazione delle soluzioni disponibili, specialmente per quanto riguarda l’offerta molto economica.
La compressione del comparto dell’affitto lo ha impoverito schiacciandolo verso l’alto e riservando alla sola edilizia pubblica il compito di assolvere alla domanda dei redditi molto bassi. Oltretutto l’Italia dispone di soli 5 alloggi sociali ogni 100 famiglie, contro una media europea di 17 alloggi per 100 famiglie mentre molti paesi superano i 20 alloggi sociali per 100 famiglie cioè dispongono di un patrimonio di affitto sociale paragonabile al patrimonio complessivo in affitto del nostro paese. Per contro l’Italia si colloca ai vertici europei per quanto riguarda la disponibilità di abitazioni secondarie 27 per 100 famiglie contro una media europea di 15.
In questa situazione la casa sta diventando, per strati sempre più estesi della popolazione, un fattore di criticità nei processi di sviluppo dei propri progetti di vita. In un contesto segnato da instabilità e precarietà, il sistema della casa in affitto risulta essere particolarmente sollecitato; da una parte si chiede una maggiore capacità di assorbire le richieste e dall’altra una più estesa articolazione delle soluzioni possibili in grado di soddisfare istanze fortemente differenziate (CNEL, 1997).
La casa sta diventando sempre più, in linea generale, problema ‘sociale’ (problema per molti, se non per tutti). Numerose sono le categorie che si trovano in difficoltà nel momento in cui sono chiamate a risolvere il problema abitativo; non solo quelle tradizionalmente svantaggiate come i disoccupati, i lavoratori precari, gli immigrati, i disabili, ma anche, e sempre di più, categorie “normali”: studenti, giovani coppie con redditi ancora modesti, pensionati, famiglie monoparentali o comunque con un solo reddito. Si registra in sostanza un progressivo allargamento della base dei portatori della domanda, esito in parte dei cambiamenti sociali (di carattere strutturale) che hanno caratterizzato gli ultimi decenni e in parte dell’esiguità del mercato dell’affitto.
Le categorie molto povere si trovano in una situazione di svantaggio ulteriore, essendo alto il livello di competizione sul mercato ed elevata la pressione esercitata dall’aumento dei costi. Non solo la domanda si presenta non sufficientemente articolata ma risulta assolutamente inesistente per quanto riguarda il segmento in grado di occuparsi e di rispondere alle fasce di disagio sociale molto grave se si fa eccezione per l’alloggio pubblico che è normalmente inaccessibile.
La storia (non solo italiana) degli ultimi decenni mostra come la questione della casa, associata alle categorie sociali che si trovavano in una situazione di debolezza e di svantaggio rispetto alle forme d’offerta ordinarie presenti sul mercato immobiliare, sia stata affrontata utilizzando principalmente tre modelli di intervento:

Accanto all’interesse (non sempre trasparente) che attualmente il mercato sta esprimendo nei confronti dell’affitto, vi è quindi l’urgenza di riequilibrare la relazione tra domanda e offerta movendosi in due direzioni entrambe necessarie, nessuna delle quali sostitutiva dell’altra: da un lato occorre mettere in campo politiche orientate all’aumento complessivo dell’offerta di case in affitto a canoni moderati, dall’altro occorre concentrare uno sforzo particolare  per affrontare i problemi dell’affitto rivolto alle popolazioni nelle condizioni più gravi di disagio.
Occorre da un lato interrogarsi sulle possibili forme di attivazione e sensibilizzazione politica e culturale attraverso le quali ‘dare voce’ a coloro che si trovano in situazioni di bisogno e di difficoltà grave provando a mettere in campo qualche forma di sperimentazione concreta dal punto di vista dell’alloggio molto economico così da costruire un supporto culturale collettivo al problema.
Dall’altro lato occorre sperimentare iniziative e progetti che determinino concretamente un aumento dell’offerta di case in affitto accessibile sul mercato. Germania, Olanda, Regno Unito, Austria, Svezia dispongono di consistenti quote di abitazioni in affitto sociale non solo perché hanno realizzato un ampio patrimonio abitativo pubblico ma anche perché sono riusciti a creare un sistema di regole che, lavorando sulla possibilità di costruire un sistema di convenienze reciproche, ha portato una quota degli operatori privati ad investire nel settore dell’edilizia residenziale sociale in affitto. Il nostro canone sociale nell’edilizia pubblica, oltre ad essere circa la metà dei canoni praticati mediamente dal mercato privato, è notevolmente più basso rispetto alla media europea dei canoni sociali. Ma a che serve se si tratta di un patrimonio praticamente inaccessibile?

Le caratteristiche principali di un progetto per l’affitto sociale

Provando a fare sintesi in un scenario di sperimentazioni che si presenta ancora aperto e mutevole, è possibile indicare una serie di elementi ricorrenti nei progetti fino ad ora sperimentati
Un primo aspetto è la natura dell’intervento. I progetti di (re)inserimento nel mercato della casa procedono grazie all’attivazione di realtà e di risorse vicine a chi vive il disagio; risentono molto delle specificità locali e assumono il contesto particolare come misura delle azioni. La conoscenza e la considerazione delle geografie dei ‘circuiti di sopravvivenza’ e dei caratteri delle comunità territoriali rivestono un’importanza strategica nella individuazione dei modelli e degli strumenti di intervento. I differenti contesti, nei quali sono stati realizzati gli interventi, sono diventati sede di sperimentazione di modelli particolari e di esplorazione di strategie d’attacco differenti: agenzie sociali, forme di partenariato pubblico-privato, fondazioni di partecipazione, cooperative e associazioni di volontariato, strutture di coordinamento hanno operato nelle diverse situazioni segnalando la centralità che assume, rispetto alle possibilità di successo di una politica, la conoscenza del campo, d’azione e delle possibilità di manovra che lo stesso offre.
Un secondo aspetto è il rovescio della medaglia del primo. Se è propria del ‘trattamento dal basso’ la capacità di costruire risposte personalizzate rapide ed immediate e conseguentemente di produrre una molteplicità di possibili percorsi differenziando le ‘vie d’uscita’, è vero, per contro, che i processi di costruzione di politiche e di programmi maggiormente strutturati risultano molto faticosi e lenti. Le spinte ‘verso l’alto’ sono, nella maggior parte dei casi, deboli e le azioni rimangono, il più delle volte, episodiche, emergenziali e legate all’occasione favorevole, rendendo faticoso quel necessario processo di cumulazione dell’esperienza e di conseguente apprendimento collettivo di cui si nutrono normalmente le politiche nel loro percorso di crescita e di irrobustimento.
E’ necessario l’intervento di un soggetto centrale che sappia raccogliere e diffondere, finanziare e sostenere, valutare e consentire il trasferimento di tecnologie. In assenza di questo la natura locale dell’azione diviene un limite più che una opportunità dal punto di vista dell’efficacia complessiva dell’intervento, come ridefinizione delle politiche rispetto ai confini tradizionalmente assegnati ai diversi settori di intervento.
Collocandosi nello spazio tra pubblico e privato, il terzo settore può svolgere un ruolo importante di stimolo in due principali direzioni:

I significati (nascosti ed evidenti) di un progetto per l’affitto sociale

Un progetto per l’affitto sociale deve dunque muoversi, su più piani: puntando ad un rilancio dell’affitto moderato come bisogno di una società ingessata dalla progressiva scomparsa di un patrimonio accessibile e disponibile per una parte rilevante della società, occupandosi con programmi specifici della componente più grave del disagio, costruendo la rete dei soggetti pubblici, privati e del terzo settore che possono contribuire ad affrontare il problema nelle sue molteplici articolazioni.
In particolare, facendo riferimento alle proposte di rilancio delle Agenzie per l’Affitto Sociale (Tosi, 2000) come momenti di coordinamento strutturato tra cooperative di abitazione e operatori immobiliari, istituzioni pubbliche, cooperative sociali, ONLUS e associazioni, si osserva come la dimensione operativa e pratica assuma, nel contesto attuale, una particolare importanza strategica.
Servono esempi, realizzazioni, progetti sperimentali che provino a declinare quanto acquisito nel dibattito e nella riflessione teorica. Interventi che mostrino con evidenza le condizioni di fattibilità, il valore aggiunto associato a determinate azioni, i fattori di successo di nuovi programmi.
L’apertura di questa nuova fase nel settore delle politiche abitative sociali, segnata da interventi più robusti e da progetti più rilevanti, dal punto di vista culturale e politico, porta con sé una serie di scommesse che costituiscono il valore della ‘posta in gioco’.
Il successo dei programmi di intervento nel settore del disagio abitativo può infatti contribuire sostanzialmente a :

  1. aumentare il senso di sicurezza nelle città, renderle più accoglienti perché capaci di dare una soluzione alloggiativa dignitosa ai suoi abitanti;
  2. evitare e prevenire il costituirsi di forme di povertà estrema e di situazioni di esclusione grave difficili da trattare e da governare e lo stesso impoverimento legato ai fenomeni di polarizzazione sociale che sono propri della attuale fase di sviluppo delle città, dando spazio a soggetti ‘intermedi’ fondamentali. In tal modo si mantiene coeso il tessuto sociale (giovani, famiglie con redditi modesti, anziani) ;
  3. offrire le condizioni necessarie per consentire lo sviluppo di un progetto di crescita sociale appropriato e adatto alle caratteristiche dei ‘nuovi abitanti’, in particolare dal punto di vista lavorativo e occupazionale;
  4. suggerire nuove forme di risposta (non esclusivamente e non necessariamente pubbliche) che presentino un forte contenuto sociale e siano in grado di esprimere interessi collettivi;
  5. rendere dignitosa e civile la permanenza dei soggetti transitori e facilitare l’inserimento degli ospiti intenzionati a fermarsi stabilmente;
  6. diminuire lo spreco di risorse utilizzando il vasto patrimonio abitativo disponibile, e insieme rilevare la disponibilità di capacità presenti e non utilizzate nel tessuto economico e sociale della città;
  7. affrontare il problema delle criticità di un modello di sviluppo che spinge le famiglie a reddito più basso a risiedere sempre più lontano dal centro urbano producendo fenomeni di pendolarismo crescenti e scarsamente sostenibili dal sistema infrastrutturale cui si appoggiano sia il trasporto pubblico che privato.

E’ in conclusione opportuno segnare una discontinuità rispetto alla tradizione assistenzialista che ha caratterizzato l’intervento (pubblico e privato) nel campo delle politiche abitative sociali. Va infatti offerta una prospettiva nuova, capace di coniugare la dimensione d’impresa con finalità di promozione sociale e di crescita collettiva, provando a sviluppare un progetto abitativo definito a partire dall’incontro delle diverse rappresentanze presenti nel settore (sindacati degli inquilini, promotori immobiliari, istituzioni pubbliche, fondazioni, associazioni e realtà di supporto sociale) (Coppo, 1998). Un tale progetto, mentre costituisce un sistema di convenienze rispetto all’investimento, struttura e definisce, attraverso il consenso delle parti,  forme di regolamentazione e di tutela dell’interesse pubblico e di garanzia dell’utilità e degli obiettivi sociali a cui sottoporre le diverse azioni.
Preoccupati di rispondere alle tensioni sociali più forti e ai bisogni più urgenti di chi è senza casa, saremo in grado di aiutare il necessario processo di riqualificazione e di rilancio dell’intervento pubblico -oggi sempre più critico e incerto (Avarello, 1998)- chiamato ad assumere un ruolo decisivo nella programmazione delle risorse e a mantenere una funzione di monitoraggio dei processi e controllo dei risultati all’interno di un processo progettuale sempre più segnato da una molteplicità di azioni e dalla compresenza di attori di diversa natura (con interessi ed orientamenti diversi).
Avviare un progetto abitativo significa allora sostituire ad un atteggiamento emergenziale una prospettiva di maggiore strutturazione degli interventi e di programmazione politica per iniziare così a misurarsi con la capacità di attrarre risorse finanziarie, organizzative, conoscitive provenienti anche dal settore privato e di organizzare le risorse stesse intorno a riconosciuti obiettivi di pubblica utilità, ancora presidiati dalle istituzioni di governo ai diversi livelli.

Dati e prospetti riassuntivi

NUCLEI FAMILIARI E PATRIMONIO RESIDENZIALE IN ITALIA (Istat, 1995)

20,1 milioni        nuclei famigliari presenti in Italia

13,2 milioni (65,5%)    vivono in abitazioni proprie o a riscatto

4,8 milioni (23,7%)    vivono in affitto

2,2 milioni (10,8)      vivono in abitazioni godute ad altro titolo

 

1,0 milioni    abitazioni sociali in affitto

0, 5 milioni    abitazioni di proprietà di enti pubblici e privati

25 milioni     unità gestite dalla piccola proprietà e direttamente dalle famiglie

 

5,2 milioni    abitazioni “non occupate”

2,6 milioni    utilizzate per turismo

0,8 milioni    utilizzate per lavoro o per studio

1,8 milioni    risultano non utilizzate

Il mercato delle abitazioni in locazione

(Banca d’Italia, 1995) (SUNIA, 1997)
4,6 milioni
stock abitazioni in locazione
0,5 milioni
canone sociale o agevolato
1,6 milioni
abitazioni in regime di equo canone
1,5 milioni
abitazioni in regime di equo canone
0,6 milioni
abitazione in regime di patti in deroga
1,6 milioni
abitazioni in regime di patti in deroga
1,4 milioni
abitazioni in regime informale
0,7 milioni
abitazioni in regime informale

COSTO MEDIO MENSILE DELL'AFFITTO (SUNIA, 1998)

In Italia
settore profit: 540.000-750.000
settore pubblico: 250.000-460.000
limitatamente ad alcune aree metropolitane

aree più costose aree meno costose
Milano 584.000/mese Bari 394.000/mese
Roma 572.000/mese Torino 420.000/mese
Genova 551.000/mese Venezia 428.000/mese
Bologna 542.000/mese Napoli 460.000/mese

A Milano
settore profit: 700.000-900.000 (incluse le spese)

INCIDENZA DELL'AFFITTO PER CLASSE DI REDDITO

(elaborazione RST su dati Istat 1995, Banca d'Italia 1995)
in media (su tutto il patrimonio abitativo in locazione pubblico e privato)

percentuale d'incidenza reddito familiare annuo
23,6% inferiore a 20 milioni
14,9% compreso tra 24 e 40 milioni
9,8% compreso tra 40 e 60 milioni
8,3% compreso tra 60 e 80
6,3% oltre gli 80

in media (per il solo settore profit)

fascia di reddito percentuale d'incidenza num. di famiglie
Meno di 15 milioni 36% 332 mila
tra 15 e 20 milioni 30% 294 mila
tra 20 e 25 milioni  25% 411 mila
tra 25 e 30 milioni  21% 406 mila
tra 30 e 35 milioni  18% 427 mila
tra 35 e 40 milioni  15% 445 mila
tra 40 e 50 milioni  13% 337 mila
tra 50 e 60 milioni  13% 416 mila
più di 60 milioni  10% 585 mila

BANDO DELLA CASA E ATTIVITA' DI ASSEGNAZIONE ALLOGGI A MILANO

(Comune di Milano, Settore Edilizia Popolare, 1998)
a Milano e Provincia
50.000     famiglie che si trovano in situazione di disagio abitativo
(54,6% cittadini extracomunitari, 28,1% anziani, 15,7% famiglie sfrattate, 1,6% in condizioni di grave povertà materiale)

anno                      richieste di alloggio(*)                     assegnazioni
1995                        2391                                                                       894
1996                        3307                                                                       766
1997                        3037                                                                       692
1998                        3263                                                                       417
(*) numero delle domande prese in considerazione tra le idonee in base al punteggio ottenuto in graduatoria

La media annuale di assegnazioni a seguito di bando, calcolata dal 1994 al 1998, è di circa 750 alloggi per un totale di circa 3000 assegnazioni    

(Censimento 1991)
80.912                appartamenti di proprietà pubblica (Aler e Comune)
4.381                appartamenti sfitti

Attualmente il patrimonio pubblico a Milano produce una ‘risulta’ (abbandoni, risoluzioni contrattuali, decessi, …) di circa 1000/1200 alloggi all’anno
Questa è l’unica risorsa di cui il Comune dispone da 4 anni per far fronte alle richieste abitative dei cittadini milanesi.
Gli alloggi disponibili sono per lo più monolocali e bilocali.
Di questi 700 sono gli alloggi che non si riescono ad assegnare, dislocati nei quartieri storici ERP, privi di servizi igienici completi, di pezzatura ridottissima, in stabili senza ascensore, in pessimo stato manutentivo.

IL BANDO DELLA CASA

 

37.153    domande pervenute nel corso dei tre bandi (92, 95, 97)

17.537    domande collocate utilmente in graduatoria

        76,7% italiani

        23,0% extracomunitari

        0,3% cittadini U.E.

12.500 ca.    domande presentate nel bando della casa 1999

 

il numero di domande dei cittadini extracomunitari è aumentato, nel corso dell’ultimo bando del 300% rispetto alla media dei due precedenti

rispetto alla composizione dei nuclei in graduatoria

41%    persone sole

26%    nuclei di 2 persone

18%    nuclei di 3 persone

15%    nuclei composti da 4 o più persone

rispetto alla ‘categoria sociale’, sul totale delle domande idonee (17.537)

822    persone anziane

513    persone invalide

283    persone sole con minori

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UNA CONCRETA REALIZZAZIONE DEL GIUBILEO

Intervento del Cardinale Arcivescovo al Convegno "La casa in affitto

1. Inizio il mio intervento citando alcuni passi biblici. Il primo è tratto dal Libro del Siracide, un libro ricco di saggezza umana e spirituale, che si colloca verso la fine dell’Antico Testamento: “Indispensabili alla vita sono l’acqua, il pane, il vestito e una casa che serva da riparo. E’ meglio vivere da povero sotto un tetto di tavole, che godere di cibi sontuosi in case altrui”. Continua descrivendo la situazione miserevole di chi non ha un punto di appoggio, un luogo sicuro e poi esprime un atteggiamento che vediamo ripetersi oggi: “Vattene, forestiero, cedi il tuo posto a persona onorata; mio fratello sarà mio ospite, ho bisogno della casa” (29,21-22.27).

Dunque, anche in una civiltà come quella orientale – dove si può vivere molto bene all’aperto – la casa uno degli elementi costitutivi della persona e della dignità umana.

Richiamo ora un testo del Deuteronomio dove appare che la Scrittura sente talmente importante il diritto alla casa per la dignità della persona da considerarlo superiore al dovere di difendere la nazione: “Di fronte a una battaglia, il sacerdote parlerà al popolo e gli dirà: Ascolta Israele! Voi oggi siete pronti a dar battaglia ai vostri nemici; il vostro cuore non venga meno; non temete, non vi smarrite e non vi spaventate dinanzi a loro, perché il Signore vostro Dio cammina con voi per combattere per voi contro i vostri nemici e per salvarvi”. Siamo in un contesto epico, di grande entusiasmo, ma il testo continua: “I capi diranno al popolo: c’è qualcuno che abbia costruito la casa nuova e no l’abbia ancora inaugurata? Vada, torni a casa, perché non muoia in battaglia e altri inauguri la casa” (20,2-5). Perfino mentre si difendono gli ultimi valori della propria convivenza, la casa emerge quale valore quasi più necessario e più urgente.

Il testo legislativo del Deuteronomio ha delle applicazioni pratiche nel primo libro dei Maccabei, uno dei libri storici della Bibbia e della sopravvivenza del popolo: “Ecco i pagani si sono alleati contro di noi per distruggerci; tu sai, Signore, quello che vanno macchinando contro di noi. Come potremo resistere se tu non ci aiuterai? Diedero fiato alle trombe e gridarono a gran voce. Dopo questo, Giuda stabilì i condottieri del popolo, i comandanti di mille, di cento, di cinquanta e di dieci uomini. E disse a coloro che costruivano case e che stavano per prendere moglie… di tornare a casa loro, secondo la legge” (3,52-56).

2. Dal messaggio biblico ricaviamo che nessuno può vivere senza casa e nessuno vive bene in una casa inadeguata e insufficiente per una decente vita di famiglia.

Eppure siamo al corrente delle condizioni in cui devono far fronte oggi molte persone e famiglie: la condizione cioè di non poter reggere il peso degli affitti che il mercato esige. Perciò questo momento di riflessione che riunisce il volontariato, associazioni e Istituzioni mi da motivo di sperare che tale problema, cronico e drammatico verrà affrontato in maniera coraggiosa ed efficace.

Saluto quindi cordialmente i presenti, le autorità, i relatori, coloro che faranno proposte concrete e tutti ringrazio per il valido impegno.

Sono due le categorie a cui penso in modo speciale. Anzitutto i giovani e le ragazze che vorrebbero sposarsi, ma non hanno la possibilità di acquistare o di affittare un alloggio. Spesso ci lamentiamo perché i giovani rinviano continuamente il momento del matrimonio e li accusiamo, per cosi dire, di pigrizia, di paura di fronte alle responsabilità. Non sempre però tali atteggiamenti negativi sono determinanti; determinante è il problema di non avere la casa. E’ questa una categoria che incontro continuamente.

La seconda è quella degli immigrati che hanno un lavoro e però stentano a trovare una casa minimamente decorosa. Conosco bene l’emergente preoccupazione per una maggiore sicurezza nella vita quotidiana dei cittadini e sento invocare un più coraggioso rispetto della legalità, la moltiplicazione degli interventi della polizia, l’impegno per quanto riguarda le carceri ecc.. Faccio mie queste preoccupazioni, le comprendo, ma non si può non vedere la difficoltà di molti immigrati di avere una casa adeguata; la solitudine e il ritardo del ricongiungimento familiare sono fattori di perturbazione e di instabilità che causano, alla fine, insicurezza.

In ogni caso è chiaro che le difficoltà concernenti la casa toccano i soggetti considerati deboli e creano instabilità sociale, oltre che condizioni di acuta sofferenza. Richiamo in proposito le parole di Paolo VI nella lettera Octagesima Adveniens del 1971 – scritta per l’80° della Rerum Novarum – sul dovere di “costruire la città”.

Sono – diceva- i più deboli le vittime di condizioni disumanizzanti, che degradono le coscienze e nuocciono all’istituzione familiare; la promiscuità degli alloggi popolari rende impossibile un minimo d’intimità; i giovani focolari, attendono invano un’abitazione decente e a prezzo accessibile, si demoralizzano e la loro unità può anche trovarsi compromessa; i giovani fuggono da una casa troppo esigua e cercano nella strada delle compensazioni e delle compagnie incontrollabili” (n°11).

3. 0vviamente non si tratta di riproporre forme di assistenza che regalino comunque un’abitazione - una concessione gratuita, al di fuori di una necessità immediata, diventa offensiva e non promuove la persona e il suo impegno -; si tratta di promuovere un’azione concertata (come voi vi accingete a fare) in cui ciascuno si impegni perché il diritto ad avere una casa sia offerta a tutti.

Esprimo quindi ancora una volta la mia gratitudine e il mio apprezzamento ai rappresentanti del volontariato per le proposte che andrete formulando e per la serietà con cui volete proseguire i progetti di sostegno, così come sono grato ai responsabili delle Istituzioni per la disponibilità ad impegnare le loro forze per il raggiungimento di questo obiettivo. Vedo tale impegno quale concreta realizzazione del Giubileo.

Quest’anno abbiamo tradotto il Giubileo in un gesto nobile versi i Paesi del terzo mondo a livello di Chiesa e anche il Governo e le Istituzioni hanno aiutato per ridurre in modo consistente il loro debito estero.

A livello delle nostre città possiamo tradurre il Giubileo nello sforzo di dare a tutti la possibilità di una casa almeno in affitto a condizioni eque. Non sarà un’utopia se tutti ci impegniamo. Del resto, le prescrizioni bibliche per l’anno giubilare, quelle di Levitino 25, sulle quali abbiamo meditato più volte, comprendono anche disposizioni sulla casa per assicurarne il ritorno a chi l’avesse venduta per gravi necessità.

Concludo incoraggiando la riflessione sulle prospettive e le proposte concrete che verranno suggerite al riguardo e sono disponibile a seguire da vicino, mediante i miei collaboratori, queste iniziative affinché aiutino quanti hanno urgente bisogno di una casa.

Un altro tema è quello dell’emergenza freddo: la stagione avanzata rende indispensabili gli aiuti per i senza fissa dimora. Speriamo che l’inverno non ci trovi impreparati con sorprese e sofferenze dolorose per la nostra città.

Rinnovo il mio ringraziamento più cordiale ricordando le persone in difficoltà economiche che spesso hanno ancora più bisogno di accompagnamenti seri ed empatici per sostenere i disagi, le solitudini e le paure, hanno bisogno di solidarietà per avviarsi verso una matura autonomia.

Gli impegni da me richiamati – voi li tratterete con la competenza degli studiosi, dei sociologi - possono sembrare ardui. Ma il Papa nella splendida udienza di sabato scorso ha detto che siamo chiamati a vivere “l’alba del terzo millennio con salda fede, coraggiosa speranza e ardente carità”, guardando coraggiosamente le sfide che dobbiamo affrontare in questo importante passaggio epocale.

Vi auguro di essere espressione di questo coraggio e di questa speranza. Buon lavoro!

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