Su un argomento di vitale importanza pubblichiamo un articolo di Rita Pavan del Dipartimento Europa della Cisl lombarda e di seguito la dichiarazione dell'Assemblea del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa
Il 7 e 8 dicembre i capi di Stato e di Governo dei paesi europei si riuniranno in vertice a Nizza per adottare la Carta europea dei diritti fondamentali. Prima di esaminare i contenuti, è importante riflettere sul perché si è arrivati alla sua stesura e in quale scenario si colloca.
Riguarda soprattutto il ruolo
dellEuropa sulla scena mondiale, oltre che al proprio interno. LEuropa non
è solo moneta unica, finanza, o mercato: può e deve essere anche coesione
sociale, solidarietà, democrazia, diritti umani della persona.
In una fase nella quale a
livello mondiale lunica regola appare quello della competizione senza regole,
e dove egoismi locali, che spesso scivolano in vere e proprie forme di xenofobia
e razzismo, sembrano avere il sopravvento rispetto allaccoglienza e alla
solidarietà, lEuropa deve porsi come modello di convivenza civile di tutte
le identità.
Si potrebbe dire che nei
quindici paesi membri i diritti umani sono già rispettati e quelli collettivi
garantiti. Dunque: perché una nuova carta?
In realtà, affinché l'Europa
sia più forte e legittimata sulla scena internazionale, occorre abbia le carte
in regola. Credere che la competizione si giochi solo sull'abbassamento dei
diritti sociali, è una visione miope, oltre che ingiusta: nella competizione
internazionale (di cui i negoziati dell'Organizzazione Mondiale del Commercio
rappresentano il punto focale) vincerà chi riuscirà a far prevalere un modello
sociale e politico forte e coeso, non chi otterrà questa o quella clausola
economica più vantaggiosa.
Ma per affermare
un modello sociale sulla scena mondiale bisogna averne uno (non molti e in
contraddizione tra loro), esplicitamente condiviso dagli stati membri. In molti
appuntamenti mondiali, spesso lEuropa si è presentata in ordine
sparso: ogni stato membro aveva i propri interessi da difendere. E in alcune
situazioni tragiche, come la guerra nella ex Jugoslavia, non ha potuto giocare
alcun ruolo determinante.
Per questo molti
hanno sostenuto la necessità che
l'Unione Europea arrivasse ad avere
una carta dei diritti fondamentali, embrione di una futura "costituzione
europea" contenente garanzie,
obblighi, diritti e doveri per i
cittadini europei, vincolante a livello comunitario per tutti gli stati membri
in quanto da essi condivisa.
Un ulteriore
motivo è dettato dal futuro allargamento, cioè lingresso di nuovi
paesi dellest europeo: molti di questi hanno
democrazie ancora fragili, e diritti sociali ancora molto deboli. E quindi
importante che una carta europea dei diritti ne rafforzi il rispetto anche per
loro.
Storicamente erano
già stati fatti diversi tentativi di dotare la Comunità Europea di una carta
di diritti fondamentali. Sono trascorsi cinquantanni da quando a Roma, nel
1950, i rappresentanti dei 12 stati membri del neonato Consiglio dEuropa
firmarono la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti
delluomo e delle libertà fondamentali (CEDU)
Successivamente
alla nascita della CEE (1957) e al primo Trattato costitutivo, sono
proseguiti altri tentativi, e, in anni più recenti, si ricordano:
Infine,
i trattati: Maastricht (1992) aveva introdotto un articolo sul rispetto
dei diritti fondamentali, escludendone però la "giustiziabilità
diretta" (ad esempio, non si poteva ricorrere alla Corte di Giustizia
Europea in caso di violazione).
Successivamente
il Trattato di Amsterdam (1997), oltre al concetto prima inesistente di
"cittadinanza europea" aveva introdotto alcuni importanti articoli
relativi a:
La nuova carta dovrebbe quindi rappresentare il seguito "logico" di questo percorso.
La decisione
formale di avviare la preparazione di una Carta dei diritti Fondamentali è
stata presa dal Consiglio Europeo di Colonia nel 1999.
Quello di Tampére,
nellautunno del 1999, ha deciso la costituzione della Convenzione. Al
Consiglio di Biatrritz dellottobre scorso è stato approvato il progetto
definitivo, che sarà adottato in forma di dichiarazione solenne a Nizza a
dicembre.
La Convenzione
istituita a Tampère era composta da 16 parlamentari europei, 30 parlamentari
nazionali, 15 rappresentanti dei governi nazionali, un componente della
Commissione Europea, e da altri rappresentanti delle istituzioni europee in
qualità di osservatori.
Il testo, oltre al preambolo e alle disposizioni finali, è composto da 6 aree di diritti.
Nel preambolo si richiamano le premesse e il contesto:
Particolarmente significativo è
laffermazione sulle responsabilità, dei singoli e delle collettività nel
suo insieme, laddove si afferma che il godimento di questi diritti fa sorgere
responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità
umana e delle generazioni future.
Accanto ai tradizionali diritti
civili e politici, relativi alla dignità e integrità della persona, divieto
della pena di morte, si trovano quelli del lavoro e le libertà sindacali.
Vi sono anche i cosiddetti
nuovi diritti (es. biotecnologie e divieto della clonazione riproduttiva
umana, rispetto della privacy, tutela dellambiente).
Altri articoli sono legati ai
soggetti (pari opportunità tra uomini e donne, diritti di minori, bambini,
anziani, portatori di handicap).
Da più parti si
sono levate critiche al testo conclusivo della Carta, ivi compreso il fatto che
cè stata nella sua preparazione uno scarso coinvolgimento della società
civile.
Uno dei problemi
più sentiti, solo apparentemente di metodo, riguarda la natura: la Carta a
Nizza sarà adottata in forma di dichiarazione solenne, ma per ora non è
previsto il suo inserimento nel trattato (quindi con valore giuridico pieno):
questa decisione avrà tempi più lunghi, e il suo esito non è scontato.
Molti degli
articoli rimandano alle legislazioni e prassi nazionali, cosa che renderebbe più
debole la portata europeista.
Altre perplessità riguardano i
contenuti: alcuni diritti, o meglio impegni precisi come il diritto alla
pace o il rifiuto della guerra come metodo della risoluzione dei conflitti, non
sono menzionati. Altri ancora sono richiamati in maniera insufficienti.
Forse si poteva anche fare di più,
ma bisogna considerare il fatto che lEuropa è fatta di tradizioni
differenti: statuali, sociali, politiche, religiose, laiche: è quindi in ogni
caso molto significativo che per la prima volta un insieme strutturato di
diritti e libertà, ma anche di responsabilità - individuali e collettive - sia
organicamente racchiuso in un unico testo.
Il sindacato
europeo lha giudicata un primo passo politico positivo, pur con una serie di
perplessità, in particolare sulla portata dei diritti economici e sindacali.
La CES
(Confederazione europea dei sindacati) e molte associazioni manifesteranno a
Nizza il 6 dicembre, alla vigilia del vertice europeo, per un suo miglioramento,
e per l inserimento nel trattato.
Limpegno a cui
siamo tutti chiamati è intanto quella di farla conoscere, e di proseguire una
discussione sui contenuti: non solo tra gli addetti ai lavori, perché le
basi della convivenza civile e dei diritti su cui si deve fondare lEuropa
riguardano ciascuno di noi.
Rita Pavan
Dipartimento
Europa - Cisl Lombardia
Nel quadro di una riflessione sugli sviluppi del processo di unificazione europea e sull'apporto che vi può dare la Chiesa cattolica, il Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa ha dedicato una particolare attenzione alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea che sarà proclamata in occasione della riunione del Consiglio europeo di Nizza del prossimo 7-8 dicembre.
I vescovi hanno ritenuto che la Carta rientra in quel processo di rafforzamento del quadro istituzionale dell'Unione Europea che rappresenta di per sé un fatto positivo, perché consolida la rete di vincoli e di cooperazioni, liberamente assunta, che è presidio ed impulso di sviluppo nella pace, nella giustizia e nella solidarietà per il nostro continente. I diritti umani appartengono infatti alla parte migliore della tradizione religiosa e morale, culturale e civile dell'Europa.
Al contempo i vescovi hanno dovuto prendere atto che alcune formulazioni adottate sono incomplete o anche francamente non accettabili. Tra queste, oltre all'assenza di ogni riferimento a Dio, in particolare quella che stabilisce il divieto della clonazione di esseri umani, limitandolo però alla clonazione riproduttiva; quella che, distinguendo il "diritto di sposarsi" dal "diritto di costituire una famiglia", intende legittimare, chiamandole famiglie, forme di unione diverse dal matrimonio; quella che omette di riconoscere alle Chiese e comunità religiose in quanto tali una propria specifica rilevanza giuridica ed istituzionale.
I vescovi hanno peraltro apprezzato l'importanza riconosciuta alla stretta connessione di questa Carta con alcuni principi etico-sociali, come quelli della sussidiarietà, di solidarietà e di rispetto delle identità nazionali, oltre che con il quadro dei diritti già affermati da precedenti documenti internazionali di alto significato, nonché dalle tradizioni costituzionali degli stati mem-bri.
La Chiesa cattolica in Europa sa di poter molto contribuire -insieme alle altre Chiese e comunità cristiane- all'incremento del patrimonio religioso, spirituale e morale del nostro continente. I vescovi incoraggiano pertanto ogni sforzo che, sia nei singoli paesi sia a livello europeo, miri a rinnovare e potenziare quell'humus culturale di matrice cristiana che è stato storicamente, e può essere più che mai nel futuro, fattore determinante -insieme ad altre tradizioni- di umanizzazione e di promozione dell'unità per tutti i popoli del continente europeo.
Restiamo tutti affascinati dal Natale e dal presepio. Ci sembra che finalmente le favole si possano avverare e che, in quel mondo ovattato di sogni a lieto fine, la vicinanza di cielo e terra finalmente diventi palpabile. Il Natale ci fa navigare nel mondo della presenza del Signore e gli angeli hanno una parte preponderante nel nostro immaginario. Sarà per i loro canti in un mondo di violenti e di stonati, per il messaggio nel silenzio, per lo splendore nella notte. Sarà per questo minutissimo e non commercializzabile mondo che si fa presente e comunica, regno della parola e della protezione. Sarà per la concretezza e la poesia. Sarà per il gioco d'infanzia che i giovani sposi portano accogliendo un bambino povero tra le loro braccia, atteso e Figlio di Dio. Sarà perché la paura del divino si scioglie nella tenerezza di un infante disarmato. Sarà per tutto questo che è insolito e inedito. Noi restiamo affascinati dal Natale e siamo grati che arrivi, anche se ce lo derubano con la cianfrusaglia miliardaria dei consumi e delle contraffazioni.
Ma perché il Natale? Si direbbe una sciocchezza se ammettessimo di non esserci mai posti l'interrogativo. Lo sappiamo poiché abbiamo l'obbligo di raccontare ai bambini ciò che è avvenuto a Betlemme e il presepe fa da testimone. E abbiamo l'obbligo della messa suggestiva di mezzanotte quando risucchiamo il gusto dell'infanzia insieme alle aspettative dei dolci e dei regali.
Il progetto di Dio a Natale diventa ovvio, ma ha bisogno comunque di essere decifrato ogni volta. Dio vuole salvare gli uomini e le donne, credenti e non, atei e religiosi. Lo ha voluto e continuerà a volerlo poiché è questa la sua grandezza: amare ogni essere e sentire per ciascuno la gioia della sua libertà che si gioca con la nostra. Ma proprio nell'intruglio di questa nostra libertà sono esplose le contraddizioni. Dall'inizio questa umanità ha avuto il gusto e la nostalgia di voler diventare infinitamente grande, onnipotente. Si è confrontata subito con il modello del creatore che aveva sperimentato. Ma non vuole dir grazie a nessuno, superiore a tutti (altrimenti che onnipotenza sarebbe!). Ogni persona se li porta dentro, dall'infanzia, dicono gli psicologi, questo struggimento e questa volontà poiché solo così saprebbe di essere veramente. E il sogno si apre ad una assolutezza che schiaccia, che deve fare ombra a tutti e che deve farsi temere. E' una onnipotenza che vuole far ingelosire e far morire, deve creare guerre e farci vincitori. E' una onnipotenza che rifiuta doni e poi li carpisce, che nega l'aiuto ma poi lo pretende, che suggestiona e deride, che illude e tramortisce. Una onnipotenza così fa paura poiché non si concede se non con il calcolo e chiede il conto, si nutre solo di sé. E in tal modo si autodistrugge.
Creata ad immagine e somiglianza di Dio, questa umanità ha voluto carpire il segreto di Dio imitandolo. Ma non lo ha conosciuto abbastanza se non nei suoi gesti di potenza e di regalità. Ha imparato a immaginare che bastasse la parola per creare ogni creatura e si è illusa, visto che sapeva parlare, che bastasse ribellarsi per ricostruire un mondo in alternativa.
Fu una tragedia questa strategia ribelle. L'onnipotenza non è nulla e crea drammi se non nasce e non rivela l'amore che solo Dio può dare. Così Dio, nel cuore dell'umanità che aveva progettato libera e grande, incontrò la morte. In tal modo riprogettò il suo nuovo mondo. Fu lo smacco di Dio? Un amore divino preso alla sprovvista? Un tradimento non supposto? Non la smagliante e splendida potenza nella natura poderosa e feconda ma la sua capacità di amare fino all'annientamento avrebbe manifestato l'onnipotenza di Dio. Bisogna ricominciare dal basso, dall'essere indifesi, poveri, senza parola, senza potenza, affidato a due giovani sposi, bisogna ricominciare in balia di avvenimenti che portano il rifiuto, l'allontanamento, la scusa, l'indifferenza?
Ricominciare come? Ricominciare povero, bambino. Così nel cuore di Dio nasce il Natale e nel cuore della notte di Betlemme Dio nasconde la sua potenza nel bambino nato "e deposto in una mangiatoia". Dal Natale Dio inizia il suo apprendistato tra noi. Nulla lo differenzia, nulla traspare. Giuseppe e Maria si saranno chiesti molte volte: "Chi è questo bambino? Che cosa possiamo fare per lui? Possibile che la vita che conduce con noi sia il meglio, sia ciò che deve fare?". Nel tempio a 12 anni sembrò aprire una parentesi tra lo stupore della gente e dei sapienti che venivano interpellati, ma poi non capitò più nulla per decenni.
Gesù affrontò il mondo ogni giorno con la sua preghiera, con il gioco prima e presto con il lavoro. Imparò da Giuseppe quelle poche cose che un artigiano-contadino doveva imparare. Ascoltò lamentele e lodi, pettegolezzi e verità; fede e odio trasparirono nelle parole e nei gesti dei suoi compaesani. Imparò a capirli e a comprenderli. Non si sposò e fu probabilmente una sorpresa per quel suo mondo. Nel Vangelo se ne parla per accenni e ci siamo abituati che questo fosse ovvio. Eppure doveva esserci, tra l'altro, anche la ritrosia di non accettare di dover trattare una donna come si trattavano tutte nel suo mondo. Egli le guardò sempre in modo nuovo, come sorelle e discepole.
Non possedette nulla e quindi non fu padrone di nessuno, tanto meno di uno schiavo. Era padrone della sua parola come Dio creatore e la utilizzò come speranza per i malati e verità per i suoi discepoli. Fu una voce che disorientava per tracciare strade nuove e confondere i raggiri e gli inganni. Creò, nel dialogo con la libertà di ciascuno, un nuovo mondo che manifestasse e costruisse l'amore e la fiducia come tessuto di misericordia per collegare gesti e sofferenze. Non si sgomentò di fronte alla malvagità e di fronte ai pericoli a cui andava incontro con la sua radicalità. Costruì un cammino inverso a quello a cui la nostra umanità aspirava e si adattò alla povertà di ciascuno costringendo a prendere posizione.
Le sue scelte lo macerarono fino alla fine: sorpreso e lucido,con gli occhi sulla povertà del cuore e del corpo, non si spaventava se non quando i più vicini, fossero essi i suoi discepoli o i sommi sacerdoti, equivocavano la sua vocazione e lo volevano trascinare nell'angustia del potere contro il Padre suo: "Voi ragionate secondo gli uomini e non secondo Dio".
Il Natale allora ha senso se lo si mette tra la divinità del Verbo, prima del tempo e la gloria del risorto, oltre il tempo. Natale come vita e morte, accoglienza e rifiuto, lavoro e digiuno. Natale come inizio tra noi, inizio di una conoscenza che segna, incita, turba, rivela, che fa impazzire ed esalta. Natale come rifiuto e pastori, angeli e silenzio, e poi silenzio, silenzio. Natale come principio di gesti quotidiani, di ricerca di casa, di disoccupazione e lavoro precario. Natale come interrogativo, perplessità, disagio, speranza. Così ogni giorno fino al tempo dei Magi e poi, dopo la parentesi dell'emigrazione per qualche anno, ancora interrogativi, perplessità disagio, speranza. Natale allora come misericordia che non si scoraggia e non tradisce. Natale come povertà di questo Figlio di Dio che incomincia a camminare verso la croce: lì finalmente l'onnipotenza si esprime in tutta la sua verità e forza.
Pastorale del lavoro Diocesi di Milano
Gennaio Febbraio Marzo |
Aprile 23 ESECUTIVO 26 Comunità e Lavoro 30 VEGLIA DEI LAVORATORI Maggio Giugno |
E' stata presentata il 25 luglio la proposta di legge per l'abolizione di
qualsiasi divieto di cumulo tra redditi da lavoro e redditi da pensione. Il
testo, che raccoglie le firme di 75 parlamentari delle forze di maggioranza, è
stato illustrato dall'on. Carlo Stellati in un incontro che si è tenuto il 27
novembre presso la Pastorale del Lavoro. Pubblichiamo qui di seguito una sintesi
del contenuto della Legge.
Il testo propone labolizione di qualsiasi
divieto di cumulo tra reddito da lavoro e reddito da pensione, rendendo così
possibile il lavoro che molti anziani continuano a svolgere anche dopo la
pensione. La normativa esistente è molto complicata e difficilmente applicabile
e controllabile. Essa vieta del tutto, parzialmente o ammette il cumulo
attraverso una casistica molto ampia. Il risultato è una pratica di lavoro
sommerso molo diffusa.
Lo Stato non ha interesse a che il pensionato non
lavori, piuttosto ha interesse a che chi svolge un lavoro, anche saltuario,
paghi le tasse e i contributi sociali.
La misura di liberalizzazione che la proposta di
legge avanza può rappresentare una efficace incentivo allemersione di una
grande quantità di lavoro sommerso. Essa è resa possibile dal fatto che i
pensionati - lavoratori possono vedere aumentato lammontare della propria
pensione e nel contempo finanziare forme di solidarietà per gli anziani non
autosufficienti.
Questa proposta di legge ha già avuto un primo
successo: la Legge finanziaria recentemente approvata dal Parlamento prevede
infatti labolizione del divieto di cumulo per i lavoratori titolari di
pensione di vecchiaia e di anzianità con più di 40 anni di contributi.
Pertanto possono interamente cumulare la pensione con il reddito da lavoro
dipendente o autonomo.
I titolari di pensione di anzianità con meno di 40
anni di contributi possono cumulare la pensione con reddito da lavoro autonomo.
In questo caso la trattenuta sulla pensione non può superare il 30% del reddito
da lavoro.
un progetto coraggioso di solidarietà Milano, 10 novembre 2000, Sala Convegni Carialo
La Pastorale del Lavoro e la Caritas hanno promosso venerdì 10 novembre un Convegno presso la sala CARIPLO in piazzetta Bossi 2 che aveva come titolo e tema il problema della "CASA IN AFFITTO". Riportiamo alcuni brani del documento introduttivo, la relazione dei prof. Alessandro Balducci e Gabriele Rabaiotti, del Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano con alcune tabelle illuminanti e quindi il testo del Cardinal Martini che aiuta a rivedere il problema dal punto di vista pastorale.
Per
loccasione abbiamo preparato un documento che rivedremo, alla luce delle
riflessioni ulteriori e che proporremo, come uno dei testi base, per le Comunità
Cristiane in occasione della Giornata della Solidarietà che si terrà il 10
febbraio 2001.
Se
è vero che, anche grazie a nuove forme di occupazione, si sta attivato un
mercato del lavoro vivace, è altrettanto vero che, crescendo la precarietà,
viene sempre più in luce la drammaticità del problema casa.
Non
dobbiamo dimenticare che solo pochi mesi fa, nella vicina Legnano, una famiglia
di lavoratori extracomunitari, "in regola", è perita in un rogo, solo
perché non aveva un luogo in cui dimorare con dignità. E tuttavia il problema
casa non è solo degli extracomunitari ma, nellarea metropolitana
milanese in particolare, si vive ormai un disagio generalizzato che si estende
alle giovani coppie, alle famiglie monoreddito e agli anziani.
Oggi,
quando il quadro politico-normativo sull'assetto dei poteri statali sta mutando
e il tema delle politiche per la casa si è assopito, è necessario uno
"scatto di reni", una precisa assunzione di responsabilità da parte
delle Istituzioni (Regioni e Comuni in primis), perché facciano tornare il tema
della casa al centro del dibattito sulla riorganizzazione dello stato sociale,
fondamentale per circa 1/3 delle famiglie italiane e particolarmente
indispensabile per i soggetti "deboli.
Gran
parte del reddito di una famiglia media viene eroso per sostenere le spese di
affitto. Infatti questa famiglia, oggi, non ha nessuna risposta alternativa: o
il canone asfissiante del cosiddetto "libero mercato", o la strada. E
lultima legge sullintegrazione del canone daffitto, in Lombardia non è
attivata.
I
dati riportati illustrano anche se, letti statisticamente, addolciscono il costo
dellaffitto in assoluto e lincidenza sullo stipendio. Sappiamo infatti che
ormai gli affitti di due locali sono saliti a quota di 1 milione al mese. In più,
sempre a Milano le famiglie in graduatoria, per ottenere un alloggio pubblico,
sono circa 17.000, con 12.700 sfratti da eseguire, a fronte della disponibilità
di circa 2.000 appartamenti lanno.
Ci
sembra importante perciò che si cambino impostazioni e con coerenza si cerchino
nuove strade. Perciò vanno incoraggiate le Istituzioni, le forze politiche, le
forze economiche e sociali perché mettano mano a nuove forme dell'abitare, che
rispondano adeguatamente e diffusamente ai bisogni di larghe fasce di
cittadinanza "attiva". E questo infatti un dovere morale
irrinunciabile, oltre che una grande opportunità per il futuro.
Questo
non significa che l'intervento diretto dello Stato debba esaurirsi nel garantire
i più deboli ma, assieme a questa fondamentale attività, tale intervento deve
attuarsi in una nuova e più complessa azione che sostenga concrete politiche
sulla casa.
La
Chiesa ambrosiana si occupa della casa poiché il rapporto costante e capillare
con le esigenze e la fatica della gente ci portano a constatare che i problemi
cruciali sul nostro territorio sono il lavoro e la casa. Lo sanno bene le
parrocchie, tutte le Caritas, i Circoli Acli, le associazioni e il volontariato
che operano sul territorio.
E
tutto questo si pone come una grave tragedia personale e familiare poiché non
è possibile vivere senza una casa. E può diventare abitazione anche una
roulotte, in caso di estrema necessità, visto che terremotati ed alluvionati
cercano di sistemarsi, alla meglio, proprio in una roulotte. Sono le soluzioni
di emergenza ed ora lo siamo. Lemergenza non può durare in eterno ma,
almeno, lintervento provvisorio costituisce un serio esame di coscienza ed
una visibile contestazione a tutte le lungaggini successive, alle dimenticanze,
alle scuse e alle remore burocratiche. Siamo infatti già nei tempi freddi e
piovosi dellautunno.
La
casa è fondamentale poiché, in quellambito, si strutturano legami e radici
che costruiscono solidità affettive, individualità che si rapportano a comunità,
solitudini e comunioni, vita privata e vita pubblica. La casa, essenziale per i
bisogni primi della famiglia e della persona, non è solo un posto comodo e
caldo dove vivere, mangiare e dormire ma un posto dove ritrovare famiglia e
ricordi, lequilibrio della persona, la propria stabilità e il proprio mondo
che non può essere anonimo né disperso. Per quanto povera, fa parte di noi
come il vestito, il mangiare, la parola, la relazione, il lavoro.
Certamente
il problema deve essere affrontato con una presa di coscienza ed un impegno
forte da parte di tutti i responsabili della Pubblica Amministrazione (Stato,
Regione Provincia, Comuni, ALER, ecc.).
Il
volontariato e le parrocchie possono sostenere e collaborare. A volte già le
parrocchie simpegnano con una propria mediazione per permettere un alloggio a
persone che hanno un estremo bisogno e che non vengono aiutate per diffidenza.
Si aprirebbe in tal caso (è una ipotesi di lavoro) la prospettiva interessante
di unagenzia per la casa in affitto, centralizzata (per
suggerimenti, gestione di alcune linee generali e supporto) e decentrata sul
territorio per chi si pone a sostegno, offre e pone il proprio impegno in prima
persona come garanzia. Ovviamente questo suppone soprattutto una forma di
accompagnamento in cui il bene casa sia salvaguardato e le persone che vi
abitano conoscano stile e comportamento corrispondente alle esigenze ed alla
cultura del nostro mondo. Solo così, probabilmente, si schiuderebbero delle
possibilità per diversi alloggi di privati che vengano affittati a chi ne ha
bisogno, ad affitti accessibili. Sarebbe un segno importante e indicativo di una
scelta che assomiglia ai gesti di liberazione che il Giubileo imponeva al popolo
dIsraele nella linea del condono dal debito e della schiavitù, della
liberazione della casa e della terra.
Poiché
coloro hanno accolto linvito a tale progetto e hanno dato ladesione a
questo convegno, sono competenti e già concretamente e seriamente attivi: ACLI,
CISL, Confcooperative e Fondazione San Carlo, mentre li ringraziamo,
riconosciamo e valorizziamo le loro capacità perché propongano ed offrano la
progettazione di alcuni nuovi strumenti da affiancare al rinnovato impegno delle
Istituzioni e dei privati e che scaturiscono dalle esperienze sin qui condotte.
Uno dei più impellenti obiettivi dei loro servizi deve diventare la costruzione
di case in affitto a canoni accessibili.
Alessandro Balducci e Gabriele Rabaiotti Dipartimento di Architettura e Pianificazione Politecnico di Milano
Guai
a chi costruisce la casa senza giustizia e il piano di sopra senza equità,
che
fa lavorare il suo prossimo per nulla, senza dargli la paga, e dice:
Mi
costruirò una casa grande con spazioso piano di sopra
e vi
apre finestre e le riveste di tavolati di cedro e la dipinge di rosso.
Forse
tu agisci da re perché ostenti passione per il cedro?
Forse
tuo padre non mangiava e non beveva ?
Ma
egli praticava il diritto e la giustizia e tutto andava bene.
Egli
tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava bene
(Geremia 22,13-16)
Il
problema della casa, per una serie di categorie sociali deboli, torna ad essere
oggi principale fattore di disagio,
soprattutto nelle grandi città, in una situazione nella quale lattenzione
della politica è rivolta altrove.
Esso
tocca in modo assai disomogeneo, nel paese, gruppi sociali differenti che ne
soffrono in misura profondamente diversa a seconda che si tratti di soggetti che
abitano in contesti metropolitani o in realtà provinciali e a seconda che
abbiano alle spalle reti familiari solide o che si trovano in situazioni di
tendenziale isolamento.
Vi
è così una crescente debolezza delle politiche e una scarsa incisività delle
iniziative e delle proposte più innovative pur presenti cosicché aumentano i
ritardi nelle risposte, si sprecano (o si sotto utilizzano) le opportunità e le
possibilità che consentano di attirare la attenzione
e le risorse necessarie ad affrontare con efficacia il problema della
casa nelle sue nuove dimensioni. Manca un discorso pubblico sul problema della casa che definisca il
problema come una priorità politica e sociale e costituisca il quadro di
riferimento capace di canalizzare risorse e di sollecitare lazione di
soggetti diversi verso finalità ed obiettivi comuni.
Lobiettivo
di queste note è quindi quello di sostenere lo sforzo di coloro che sentono la
necessità e lurgenza di muoversi in questa direzione.
Il
mercato della casa in affitto in Italia (come avremo modo di verificare in
seguito con maggior precisione) si è progressivamente ridotto ad una dimensione
particolarmente esigua: è pari al 20% del patrimonio abitativo complessivo
rispetto ad una media europea del 34%
ed alla situazione di altri paesi come la Germania e l Olanda che superano
ampiamente il 50%. Se facciamo riferimento al rapporto abitazioni-famiglie
mediamente in Europa sono disponibili 40 abitazioni in affitto ogni 100 famiglie
(in due Paesi, Germania e Paesi Bassi, si superano le 50 unità per 100
famiglie), mentre in Italia la disponibilità di alloggi in affitto risulta pari
a 25 unità.
Questa
situazione è lesito di un progressivo processo di impoverimento dello stock
in affitto: come osservano Ballarotto e Coppo (2000) negli anni 50 il
patrimonio in affitto è aumentato di 84.000 unità allanno, di 70.000
unità allanno negli anni 60, poi ha cominciato a ridursi: negli
anni 70 ad un ritmo di 54.000 abitazioni allanno, di 124.000 abitazioni
allanno negli anni 80 e di 80.000 abitazioni allanno negli anni 90.
Ciò
significa che nellultimo trentennio la gran parte delle famiglie che potevano
sono passate dallaffitto alla proprietà, e che dallaltro, nel comparto
dellaffitto, sono rimaste poche famiglie (poco più di 4 milioni su 20
milioni di famiglie in complesso), con redditi fortemente polarizzati e comunque
mediamente del 30% più bassi rispetto alle famiglie che vivono in proprietà, e
gravati da quote da destinare al pagamento dellaffitto che, in gran parte,
impediscono laccumulazione di un risparmio tale da poter aspirare al
passaggio alla proprietà.
E
importante osservare che il problema non è costituito dalla scarsità del
patrimonio abitativo in generale. Infatti lItalia ha una dotazione (dati
Istat 1991) di 126 abitazioni ogni 100 famiglie assai più ampia di molti paesi
europei più ricchi e che non presentano problemi di disagio abitativo così
esteso o non lo presentano affatto.
Si
tratta dunque di una scarsità assoluta di abitazioni in affitto che, a sua
volta, produce ed è aggravata dalla mancanza di articolazione delle soluzioni
disponibili, specialmente per quanto riguarda lofferta molto economica.
La
compressione del comparto dellaffitto lo ha impoverito schiacciandolo verso
lalto e riservando alla sola edilizia pubblica il compito di assolvere alla
domanda dei redditi molto bassi. Oltretutto lItalia dispone di soli 5 alloggi
sociali ogni 100 famiglie, contro una media europea di 17 alloggi per 100
famiglie mentre molti paesi superano i 20 alloggi sociali per 100 famiglie cioè
dispongono di un patrimonio di affitto sociale paragonabile al patrimonio
complessivo in affitto del nostro paese. Per contro lItalia si colloca ai
vertici europei per quanto riguarda la disponibilità di abitazioni secondarie
27 per 100 famiglie contro una media europea di 15.
In
questa situazione la casa sta diventando, per strati sempre più estesi della
popolazione, un fattore di criticità nei processi di sviluppo dei propri
progetti di vita. In un contesto segnato da instabilità e precarietà, il
sistema della casa in affitto risulta essere particolarmente sollecitato; da una
parte si chiede una maggiore capacità di assorbire le richieste e dallaltra
una più estesa articolazione delle soluzioni possibili in grado di soddisfare
istanze fortemente differenziate (CNEL, 1997).
La
casa sta diventando sempre più, in linea generale, problema sociale
(problema per molti, se non per tutti). Numerose sono le categorie che si
trovano in difficoltà nel momento in cui sono chiamate a risolvere il problema
abitativo; non solo quelle tradizionalmente svantaggiate come i disoccupati, i
lavoratori precari, gli immigrati, i disabili, ma anche, e sempre di più,
categorie normali: studenti, giovani coppie con redditi ancora modesti,
pensionati, famiglie monoparentali o comunque con un solo reddito. Si registra
in sostanza un progressivo allargamento della base dei portatori della domanda,
esito in parte dei cambiamenti sociali (di carattere strutturale) che hanno
caratterizzato gli ultimi decenni e in parte dellesiguità del mercato
dellaffitto.
Le
categorie molto povere si trovano in una situazione di svantaggio ulteriore,
essendo alto il livello di competizione sul mercato ed elevata la pressione
esercitata dallaumento dei costi. Non solo la domanda si presenta non
sufficientemente articolata ma risulta assolutamente inesistente per quanto
riguarda il segmento in grado di occuparsi e di rispondere alle fasce di disagio
sociale molto grave se si fa eccezione per lalloggio pubblico che è
normalmente inaccessibile.
La storia
(non solo italiana) degli ultimi decenni mostra come la questione della casa,
associata alle categorie sociali che si trovavano in una situazione di debolezza
e di svantaggio rispetto alle forme dofferta ordinarie presenti sul mercato
immobiliare, sia stata affrontata utilizzando principalmente tre modelli di
intervento:
Accanto
allinteresse (non sempre trasparente) che attualmente il mercato sta
esprimendo nei confronti dellaffitto, vi è quindi lurgenza di
riequilibrare la relazione tra domanda e offerta movendosi in due direzioni
entrambe necessarie, nessuna delle quali sostitutiva dellaltra: da un lato
occorre mettere in campo politiche orientate allaumento complessivo
dellofferta di case in affitto a canoni moderati, dallaltro occorre
concentrare uno sforzo particolare per
affrontare i problemi dellaffitto rivolto alle popolazioni nelle condizioni
più gravi di disagio.
Occorre
da un lato interrogarsi sulle possibili forme di attivazione e sensibilizzazione
politica e culturale attraverso le quali dare voce a coloro che si trovano
in situazioni di bisogno e di difficoltà grave provando a mettere in campo
qualche forma di sperimentazione concreta dal punto di vista dellalloggio
molto economico così da costruire un supporto culturale collettivo al problema.
Dallaltro
lato occorre sperimentare iniziative e progetti che determinino concretamente un
aumento dellofferta di case in affitto accessibile sul mercato. Germania,
Olanda, Regno Unito, Austria, Svezia dispongono di consistenti quote di
abitazioni in affitto sociale non solo perché hanno realizzato un ampio
patrimonio abitativo pubblico ma anche perché sono riusciti a creare un sistema
di regole che, lavorando sulla possibilità di costruire un sistema di
convenienze reciproche, ha portato una quota degli operatori privati ad
investire nel settore delledilizia residenziale sociale in affitto. Il
nostro canone sociale nelledilizia pubblica, oltre ad essere circa la metà
dei canoni praticati mediamente dal mercato privato, è notevolmente più basso
rispetto alla media europea dei canoni sociali. Ma a che serve se si tratta di
un patrimonio praticamente inaccessibile?
Provando a fare
sintesi in un scenario di sperimentazioni che si presenta ancora aperto e
mutevole, è possibile indicare una serie di elementi ricorrenti nei progetti
fino ad ora sperimentati
Un primo
aspetto è la natura dellintervento. I progetti di (re)inserimento nel mercato
della casa procedono grazie allattivazione di realtà e di risorse vicine a
chi vive il disagio; risentono molto delle specificità locali e assumono il
contesto particolare come misura delle azioni. La conoscenza e la considerazione
delle geografie dei circuiti di sopravvivenza e dei caratteri delle
comunità territoriali rivestono unimportanza strategica nella individuazione
dei modelli e degli strumenti di intervento. I differenti contesti, nei quali
sono stati realizzati gli interventi, sono diventati sede di sperimentazione di
modelli particolari e di esplorazione di strategie dattacco differenti:
agenzie sociali, forme di partenariato pubblico-privato, fondazioni di
partecipazione, cooperative e associazioni di volontariato, strutture di
coordinamento hanno operato nelle diverse situazioni segnalando la centralità
che assume, rispetto alle possibilità di successo di una politica, la
conoscenza del campo, dazione e delle possibilità di manovra che lo stesso
offre.
Un
secondo aspetto è il rovescio della medaglia del primo.
Se è propria del trattamento dal basso la capacità di costruire risposte
personalizzate rapide ed immediate e conseguentemente di produrre una
molteplicità di possibili percorsi differenziando le vie duscita, è
vero, per contro, che i processi di costruzione di politiche e di programmi
maggiormente strutturati risultano molto faticosi e lenti. Le spinte verso
lalto sono, nella maggior parte dei casi, deboli e le azioni rimangono, il
più delle volte, episodiche, emergenziali e legate alloccasione favorevole,
rendendo faticoso quel necessario processo di cumulazione dellesperienza e di
conseguente apprendimento collettivo di cui si nutrono normalmente le politiche
nel loro percorso di crescita e di irrobustimento.
E
necessario lintervento di un soggetto centrale che
sappia raccogliere e diffondere, finanziare e sostenere, valutare e consentire
il trasferimento di tecnologie. In assenza di questo la natura locale
dellazione diviene un limite più che una opportunità dal punto di vista
dellefficacia complessiva dellintervento, come ridefinizione delle
politiche rispetto ai confini tradizionalmente assegnati ai diversi settori di
intervento.
Collocandosi
nello spazio tra pubblico e privato, il terzo settore può svolgere un
ruolo importante di stimolo in due principali direzioni:
Un
progetto per laffitto sociale deve dunque muoversi, su più piani: puntando
ad un rilancio dellaffitto moderato come bisogno di una società ingessata
dalla progressiva scomparsa di un patrimonio accessibile e disponibile per una
parte rilevante della società, occupandosi con programmi specifici della
componente più grave del disagio, costruendo la rete dei soggetti
pubblici, privati e del terzo settore che possono contribuire ad affrontare il
problema nelle sue molteplici articolazioni.
In
particolare, facendo riferimento alle proposte di rilancio delle Agenzie per
lAffitto Sociale (Tosi, 2000) come momenti di coordinamento strutturato tra
cooperative di abitazione e operatori immobiliari, istituzioni pubbliche,
cooperative sociali, ONLUS e associazioni, si osserva come la dimensione
operativa e pratica assuma, nel contesto attuale, una particolare importanza
strategica.
Servono
esempi, realizzazioni, progetti sperimentali che
provino a declinare quanto acquisito nel dibattito e nella riflessione teorica.
Interventi che mostrino con evidenza le condizioni di fattibilità, il valore
aggiunto associato a determinate azioni, i fattori di successo di nuovi
programmi.
Lapertura
di questa nuova fase nel settore delle politiche abitative sociali, segnata da
interventi più robusti e da progetti più rilevanti, dal punto di vista
culturale e politico, porta con sé una serie di scommesse che costituiscono il
valore della posta in gioco.
Il
successo dei programmi di intervento nel settore del disagio abitativo può
infatti contribuire sostanzialmente a :
E
in conclusione opportuno segnare una discontinuità rispetto alla tradizione
assistenzialista che ha caratterizzato lintervento (pubblico e privato) nel
campo delle politiche abitative sociali. Va infatti offerta una prospettiva
nuova, capace di coniugare la dimensione dimpresa con finalità di promozione
sociale e di crescita collettiva, provando a sviluppare un progetto abitativo definito a partire dallincontro delle diverse
rappresentanze presenti nel settore (sindacati degli inquilini, promotori
immobiliari, istituzioni pubbliche, fondazioni, associazioni e realtà di
supporto sociale) (Coppo, 1998). Un tale progetto, mentre costituisce un sistema
di convenienze rispetto allinvestimento, struttura e definisce, attraverso il
consenso delle parti, forme di
regolamentazione e di tutela dellinteresse pubblico e di garanzia
dellutilità e degli obiettivi sociali a cui sottoporre le diverse azioni.
Preoccupati
di rispondere alle tensioni sociali più forti e ai bisogni più urgenti di chi
è senza casa, saremo in grado di aiutare il necessario processo di
riqualificazione e di rilancio dellintervento pubblico -oggi sempre più
critico e incerto (Avarello, 1998)- chiamato ad assumere un ruolo decisivo nella
programmazione delle risorse e a mantenere una funzione di monitoraggio dei
processi e controllo dei risultati allinterno di un processo progettuale
sempre più segnato da una molteplicità di azioni e dalla compresenza di attori
di diversa natura (con interessi ed orientamenti diversi).
Avviare
un progetto abitativo significa allora sostituire ad un atteggiamento
emergenziale una prospettiva di maggiore strutturazione degli interventi e di
programmazione politica per iniziare così a misurarsi con la capacità di
attrarre risorse finanziarie, organizzative, conoscitive provenienti anche dal
settore privato e di organizzare le risorse stesse intorno a riconosciuti
obiettivi di pubblica utilità, ancora presidiati dalle istituzioni di governo
ai diversi livelli.
NUCLEI FAMILIARI E PATRIMONIO RESIDENZIALE IN ITALIA (Istat, 1995)
20,1 milioni nuclei famigliari presenti in Italia
13,2 milioni (65,5%) vivono in abitazioni proprie o a riscatto
4,8 milioni (23,7%) vivono in affitto
2,2 milioni (10,8) vivono in abitazioni godute ad altro titolo
1,0 milioni abitazioni sociali in affitto
0, 5 milioni abitazioni di proprietà di enti pubblici e privati
25 milioni unità gestite dalla piccola proprietà e direttamente dalle famiglie
5,2 milioni abitazioni non occupate
2,6 milioni utilizzate per turismo
0,8 milioni utilizzate per lavoro o per studio
1,8 milioni risultano non utilizzate
Il mercato delle abitazioni in locazione
| (Banca dItalia, 1995) | (SUNIA, 1997) |
| 4,6 milioni stock abitazioni in locazione |
0,5 milioni canone sociale o agevolato |
| 1,6 milioni abitazioni in regime di equo canone |
1,5 milioni abitazioni in regime di equo canone |
| 0,6 milioni abitazione in regime di patti in deroga |
1,6 milioni abitazioni in regime di patti in deroga |
| 1,4 milioni abitazioni in regime informale |
0,7 milioni abitazioni in regime informale |
COSTO MEDIO MENSILE DELL'AFFITTO (SUNIA, 1998)
In Italia
settore profit: 540.000-750.000
settore pubblico: 250.000-460.000
limitatamente ad alcune aree metropolitane
| aree più costose | aree meno costose | ||
| Milano | 584.000/mese | Bari | 394.000/mese |
| Roma | 572.000/mese | Torino | 420.000/mese |
| Genova | 551.000/mese | Venezia | 428.000/mese |
| Bologna | 542.000/mese | Napoli | 460.000/mese |
A Milano
settore profit: 700.000-900.000 (incluse le spese)
INCIDENZA DELL'AFFITTO PER CLASSE DI REDDITO
(elaborazione RST su dati Istat 1995, Banca d'Italia 1995)
in media (su tutto il patrimonio abitativo in locazione pubblico e privato)
| percentuale d'incidenza | reddito familiare annuo |
| 23,6% | inferiore a 20 milioni |
| 14,9% | compreso tra 24 e 40 milioni |
| 9,8% | compreso tra 40 e 60 milioni |
| 8,3% | compreso tra 60 e 80 |
| 6,3% | oltre gli 80 |
in media (per il solo settore profit)
| fascia di reddito | percentuale d'incidenza | num. di famiglie |
| Meno di 15 milioni | 36% | 332 mila |
| tra 15 e 20 milioni | 30% | 294 mila |
| tra 20 e 25 milioni | 25% | 411 mila |
| tra 25 e 30 milioni | 21% | 406 mila |
| tra 30 e 35 milioni | 18% | 427 mila |
| tra 35 e 40 milioni | 15% | 445 mila |
| tra 40 e 50 milioni | 13% | 337 mila |
| tra 50 e 60 milioni | 13% | 416 mila |
| più di 60 milioni | 10% | 585 mila |
BANDO DELLA CASA E ATTIVITA' DI ASSEGNAZIONE ALLOGGI A MILANO
(Comune
di Milano, Settore Edilizia Popolare, 1998)
a Milano e Provincia
50.000 famiglie che
si trovano in situazione di disagio abitativo
(54,6% cittadini extracomunitari, 28,1% anziani, 15,7% famiglie sfrattate, 1,6%
in condizioni di grave povertà materiale)
anno
richieste di alloggio(*)
assegnazioni
1995
2391
894
1996
3307
766
1997
3037
692
1998
3263
417
(*) numero delle domande prese in considerazione tra le idonee in base al
punteggio ottenuto in graduatoria
La media annuale di assegnazioni a seguito di bando, calcolata dal 1994 al 1998, è di circa 750 alloggi per un totale di circa 3000 assegnazioni
(Censimento
1991)
80.912
appartamenti di proprietà pubblica (Aler e Comune)
4.381
appartamenti sfitti
Attualmente
il patrimonio pubblico a Milano produce una risulta (abbandoni,
risoluzioni contrattuali, decessi,
) di circa 1000/1200 alloggi allanno
Questa è lunica risorsa di cui il Comune dispone da 4 anni per far fronte
alle richieste abitative dei cittadini milanesi.
Gli alloggi disponibili sono per lo più monolocali e bilocali.
Di questi 700 sono gli alloggi che non si riescono ad assegnare, dislocati nei
quartieri storici ERP, privi di servizi igienici completi, di pezzatura
ridottissima, in stabili senza ascensore, in pessimo stato manutentivo.
IL BANDO DELLA CASA
37.153 domande pervenute nel corso dei tre bandi (92, 95, 97)
17.537 domande collocate utilmente in graduatoria
76,7% italiani
23,0% extracomunitari
0,3% cittadini U.E.
12.500 ca. domande presentate nel bando della casa 1999
il numero di domande dei cittadini extracomunitari è aumentato, nel corso dellultimo bando del 300% rispetto alla media dei due precedenti
rispetto alla composizione dei nuclei in graduatoria
41% persone sole
26% nuclei di 2 persone
18% nuclei di 3 persone
15% nuclei composti da 4 o più persone
rispetto alla categoria sociale, sul totale delle domande idonee (17.537)
822 persone anziane
513 persone invalide
283 persone sole con minori
Intervento del Cardinale Arcivescovo al Convegno "La casa in affitto
1. Inizio il mio intervento citando alcuni passi biblici. Il primo è tratto dal Libro del Siracide, un libro ricco di saggezza umana e spirituale, che si colloca verso la fine dellAntico Testamento: Indispensabili alla vita sono lacqua, il pane, il vestito e una casa che serva da riparo. E meglio vivere da povero sotto un tetto di tavole, che godere di cibi sontuosi in case altrui. Continua descrivendo la situazione miserevole di chi non ha un punto di appoggio, un luogo sicuro e poi esprime un atteggiamento che vediamo ripetersi oggi: Vattene, forestiero, cedi il tuo posto a persona onorata; mio fratello sarà mio ospite, ho bisogno della casa (29,21-22.27).
Dunque, anche in una civiltà come quella orientale dove si può vivere molto bene allaperto la casa uno degli elementi costitutivi della persona e della dignità umana.
Richiamo ora un testo del Deuteronomio dove appare che la Scrittura sente talmente importante il diritto alla casa per la dignità della persona da considerarlo superiore al dovere di difendere la nazione: Di fronte a una battaglia, il sacerdote parlerà al popolo e gli dirà: Ascolta Israele! Voi oggi siete pronti a dar battaglia ai vostri nemici; il vostro cuore non venga meno; non temete, non vi smarrite e non vi spaventate dinanzi a loro, perché il Signore vostro Dio cammina con voi per combattere per voi contro i vostri nemici e per salvarvi. Siamo in un contesto epico, di grande entusiasmo, ma il testo continua: I capi diranno al popolo: cè qualcuno che abbia costruito la casa nuova e no labbia ancora inaugurata? Vada, torni a casa, perché non muoia in battaglia e altri inauguri la casa (20,2-5). Perfino mentre si difendono gli ultimi valori della propria convivenza, la casa emerge quale valore quasi più necessario e più urgente.
Il testo legislativo del Deuteronomio ha delle applicazioni pratiche nel primo libro dei Maccabei, uno dei libri storici della Bibbia e della sopravvivenza del popolo: Ecco i pagani si sono alleati contro di noi per distruggerci; tu sai, Signore, quello che vanno macchinando contro di noi. Come potremo resistere se tu non ci aiuterai? Diedero fiato alle trombe e gridarono a gran voce. Dopo questo, Giuda stabilì i condottieri del popolo, i comandanti di mille, di cento, di cinquanta e di dieci uomini. E disse a coloro che costruivano case e che stavano per prendere moglie di tornare a casa loro, secondo la legge (3,52-56).
2. Dal messaggio biblico ricaviamo che nessuno può vivere senza casa e nessuno vive bene in una casa inadeguata e insufficiente per una decente vita di famiglia.
Eppure siamo al corrente delle condizioni in cui devono far fronte oggi molte persone e famiglie: la condizione cioè di non poter reggere il peso degli affitti che il mercato esige. Perciò questo momento di riflessione che riunisce il volontariato, associazioni e Istituzioni mi da motivo di sperare che tale problema, cronico e drammatico verrà affrontato in maniera coraggiosa ed efficace.
Saluto quindi cordialmente i presenti, le autorità, i relatori, coloro che faranno proposte concrete e tutti ringrazio per il valido impegno.
Sono due le categorie a cui penso in modo speciale. Anzitutto i giovani e le ragazze che vorrebbero sposarsi, ma non hanno la possibilità di acquistare o di affittare un alloggio. Spesso ci lamentiamo perché i giovani rinviano continuamente il momento del matrimonio e li accusiamo, per cosi dire, di pigrizia, di paura di fronte alle responsabilità. Non sempre però tali atteggiamenti negativi sono determinanti; determinante è il problema di non avere la casa. E questa una categoria che incontro continuamente.
La seconda è quella degli immigrati che hanno un lavoro e però stentano a trovare una casa minimamente decorosa. Conosco bene lemergente preoccupazione per una maggiore sicurezza nella vita quotidiana dei cittadini e sento invocare un più coraggioso rispetto della legalità, la moltiplicazione degli interventi della polizia, limpegno per quanto riguarda le carceri ecc.. Faccio mie queste preoccupazioni, le comprendo, ma non si può non vedere la difficoltà di molti immigrati di avere una casa adeguata; la solitudine e il ritardo del ricongiungimento familiare sono fattori di perturbazione e di instabilità che causano, alla fine, insicurezza.
In ogni caso è chiaro che le difficoltà concernenti la casa toccano i soggetti considerati deboli e creano instabilità sociale, oltre che condizioni di acuta sofferenza. Richiamo in proposito le parole di Paolo VI nella lettera Octagesima Adveniens del 1971 scritta per l80° della Rerum Novarum sul dovere di costruire la città.
Sono diceva- i più deboli le vittime di condizioni disumanizzanti, che degradono le coscienze e nuocciono allistituzione familiare; la promiscuità degli alloggi popolari rende impossibile un minimo dintimità; i giovani focolari, attendono invano unabitazione decente e a prezzo accessibile, si demoralizzano e la loro unità può anche trovarsi compromessa; i giovani fuggono da una casa troppo esigua e cercano nella strada delle compensazioni e delle compagnie incontrollabili (n°11).
3. 0vviamente non si tratta di riproporre forme di assistenza che regalino comunque unabitazione - una concessione gratuita, al di fuori di una necessità immediata, diventa offensiva e non promuove la persona e il suo impegno -; si tratta di promuovere unazione concertata (come voi vi accingete a fare) in cui ciascuno si impegni perché il diritto ad avere una casa sia offerta a tutti.
Esprimo quindi ancora una volta la mia gratitudine e il mio apprezzamento ai rappresentanti del volontariato per le proposte che andrete formulando e per la serietà con cui volete proseguire i progetti di sostegno, così come sono grato ai responsabili delle Istituzioni per la disponibilità ad impegnare le loro forze per il raggiungimento di questo obiettivo. Vedo tale impegno quale concreta realizzazione del Giubileo.
Questanno abbiamo tradotto il Giubileo in un gesto nobile versi i Paesi del terzo mondo a livello di Chiesa e anche il Governo e le Istituzioni hanno aiutato per ridurre in modo consistente il loro debito estero.
A livello delle nostre città possiamo tradurre il Giubileo nello sforzo di dare a tutti la possibilità di una casa almeno in affitto a condizioni eque. Non sarà unutopia se tutti ci impegniamo. Del resto, le prescrizioni bibliche per lanno giubilare, quelle di Levitino 25, sulle quali abbiamo meditato più volte, comprendono anche disposizioni sulla casa per assicurarne il ritorno a chi lavesse venduta per gravi necessità.
Concludo incoraggiando la riflessione sulle prospettive e le proposte concrete che verranno suggerite al riguardo e sono disponibile a seguire da vicino, mediante i miei collaboratori, queste iniziative affinché aiutino quanti hanno urgente bisogno di una casa.
Un altro tema è quello dellemergenza freddo: la stagione avanzata rende indispensabili gli aiuti per i senza fissa dimora. Speriamo che linverno non ci trovi impreparati con sorprese e sofferenze dolorose per la nostra città.
Rinnovo il mio ringraziamento più cordiale ricordando le persone in difficoltà economiche che spesso hanno ancora più bisogno di accompagnamenti seri ed empatici per sostenere i disagi, le solitudini e le paure, hanno bisogno di solidarietà per avviarsi verso una matura autonomia.
Gli impegni da me richiamati voi li tratterete con la competenza degli studiosi, dei sociologi - possono sembrare ardui. Ma il Papa nella splendida udienza di sabato scorso ha detto che siamo chiamati a vivere lalba del terzo millennio con salda fede, coraggiosa speranza e ardente carità, guardando coraggiosamente le sfide che dobbiamo affrontare in questo importante passaggio epocale.
Vi auguro di essere espressione di questo coraggio e di questa speranza. Buon lavoro!