Marzo 2000

IL FOGLIO della PASTORALE SOCIALE e del LAVORO di MILANO n. 98

POSTA ELETTRONICA: lavoro@diocesi.milano.it

OLTREPASSARE L'ORIZZONTE RISTRETTO DEL SOCCORSO ECONOMICO

Intervento del Cardinale Martini alla Giornata della Solidarietà - 12 febbraio 2000

Ringrazio tutti i partecipanti, i relatori e membri della tavola rotonda. Ringrazio in particolare la prof. Renata Livraghi per aver fatto comprendere anche a me, a partire dalla lettura del testo scritto del suo intervento, quanto sia difficile e complesso stabilire gli indicatori del progresso e dello sviluppo; quanto sia insufficiente il solo parametro del reddito pro capite e come occorra entrare in un'ampia e articolata considerazione dei fattori determinanti lo sviluppo umano per capire quali sono le capacità fondamentali necessarie per agire liberamente.

Anche scorrendo le domande che sorgono in questo Convegno, così come sono state espresse nel dépliant di invito, ci si accorge che il tema di quest'anno è davvero arduo, anzitutto da definire e poi da mettere in pratica.

Le domande sono di questo tipo: quale sviluppo è possibile oggi? Quale ruolo hanno le istituzioni, quali la società civile, il volontariato?... e soprattutto: quale responsabilità abbiamo noi, comunità cristiana, nell'impostare la solidarietà e nel perseguire lo sviluppo per tutti?

E ogni domanda suppone un interrogativo ancora più importante: quale vocazione siamo chiamati a vivere oggi?

Orizzonti della solidarietà

Il Papa Giovanni Paolo II, dando uno sguardo al secolo passato, nel discorso agli Ambasciatori di circa un mese fa, si domanda se questo secolo, segnato certamente da singolari progressi scientifici che hanno migliorato considerevolmente la vita e la salute degli uomini, è stato anche un secolo della fraternità. Ha quindi ricordato le guerre omicide che hanno afflitto tanta parte del nostro pianeta; ha pure ricordato la mondializzazione che ha trasformato profondamente i sistemi economici creando insperate possibilità di crescita, ma insieme ha fatto sì che molti sono rimasti ai bordi del cammino: "la disoccupazione nei paesi più sviluppati e la miseria in troppe nazioni del sud dell'emisfero continuano a trattenere milioni di donne e di uomini lontano dal progresso e dal benessere" (n.3). A questo punto il Papa proclama: "Per questa ragione mi sembra che il secolo che si apre dovrà essere quello della solidarietà. Lo sappiamo oggi più di ieri: non saremo mai felici gli uni senza gli altri, ed ancora meno gli uni contro gli altri".

Quanto si è detto questa mattina ha mostrato ampiamente come siano grandi gli orizzonti di tale solidarietà, così da rendere attuali i numerosi indicatori di reale sviluppo delle persone che sono stati richiamati. La prof. Livraghi ha richiamato che l'indice di sviluppo umano proposto dal programma di sviluppo delle Nazioni Unite è costruito sulla base di alcuni elementi: la speranza di vita, i risultati scolastici, il tenore di vita. Ha inoltre mostrato che a essi occorre aggiungere altre considerazioni perché si possa parlare di libertà di azione per realizzare modalità di essere e di fare che danno benessere.

Mi ha colpito, nella sua analisi, il riferimento concreto a un paese tra i più poveri del mondo, che io ho visitato qualche anno fa, il Niger, dove l'indice di sviluppo umano è bassissimo e quello di povertà è molto alto. Nel Niger due terzi della popolazione non ha una vita dignitosa e non ha la libertà di gestirsi in maniera autonoma; il 36% della popolazione non ha alcuna speranza di vivere oltre i 40 anni e 1'86% è analfabeta.

Simili cifre costituiscono un appello alla solidarietà internazionale e un appello alla revisione del sistema dei debiti contratti dai paesi poveri, come si sta cercando di fare anche con iniziative legate al tema del Giubileo.

Per quanto riguarda l'Italia, mi ha molto colpito la conclusione della relazione: è inevitabile il passaggio da una politica economica orientata esclusivamente sulla crescita a una politica volta a perseguire sviluppo economico dove la valorizzazione delle persone è il punto centrale e decisivo.

Di fronte a tali analisi la comunità cristiana si chiede quale sia il suo compito. E' necessario che essa partecipi anzitutto all'impegno comune, a un'attenzione particolare alla persona che vada nel senso di attrezzare la comunità civile di servizi adatti per rendere ciascuno in grado di essere autonomo e di autorealizzarsi.

Desidero dunque incoraggiare le tante energie esistenti nel mondo adulto e nei giovani. Approfitto dell'occasione per ringraziare moltissime realtà di volontariato che da alcuni anni stanno dando vita a forme di lavoro in cooperative a sostegno di persone in difficoltà e in disagio; mediante il loro impegno i volontari consentono alle cooperative di essere competitive sul mercato e restituiscono dignità e significato a uomini e donne spesso senza speranza e senza risorse.

Un appello cordiale

Se questo è il ruolo delle cooperative sociali, mi appello a tutti perché si facciano carico di tali obiettivi nobili e in grado di ridare possibilità nuove a chi non è all'altezza di operosità se non accompagnato.

Ai privati e alle pubbliche autorità si impone il compito e l'onere di favorire le fasce deboli perché il valore fondamentale a cui bisogna guardare è lo sviluppo di ogni persona umana e la sua libertà, prima ancora di un utile economico, nella consapevolezza che alla fine quelle priorità saranno ripagate in giustizia ed equilibrio sociale.

Chiedo pertanto alle Istituzioni di non accettare il solo criterio economico come criterio di valutazione, bensì il servizio alle persone e l'impegno per lo sviluppo e la maturazione della libertà di ciascuno. Ricordo, in proposito, la responsabilità per due beni essenziali: il lavoro e la casa, che devono essere accessibili per permettere a tutti serenità di vita e di progetto.

Chiedo al Sindacato che sta vivendo le difficoltà di ritrovare pienamente la propria vocazione, di riconsegnare il ruolo prezioso di ricerca dei diritti fondamentali delle persone attraverso l'ambito del lavoro. Se un tempo erano i lavoratori ad avere bisogno dei sindacati, oggi sono anche gli esclusi che si rivolgono a questa struttura per essere sostenuti con quella forza e convinzione che in anni passati ha fatto maturare vigore e sviluppo insieme alle altre forze sociali.

Mi rivolgo agli Imprenditori (di aziende piccole, medie e grandi) che hanno un particolare ruolo nel nostro paese impegnando le proprie energie e capacità nello sviluppare lavoro. Senza la loro operosità non ci sarebbe impresa. Seguo quindi il loro impegno e apprezzo specialmente quanti mostrano coraggio, ancora oggi, di investire e di inventare il lavoro che diventa poi un bene per tutti.

Mi rivolgo ai lavoratori e alle lavoratrici che stanno portando il peso e la fatica del nostro tempo stretto dalle tensioni di una vita più esigente, spesso volutamente presentata come più raffinata ma che, in concreto, è più angosciante sia per i costi, i ritmi sia per la mancanza di equilibrio, di serenità sia per la solitudine e la lontananza. Chiedo ai lavoratori di continuare a costruire, insieme a tutti, un mondo più vivibile, accettando di sentirsi vicini a quanti non hanno lavoro, operando insieme scelte che aiutino ognuno a crescere e reimpostando criteri di solidarietà. Essi sono stati, un tempo, la grandezza della vita dei lavoratori e ora, nella fatica e nella frammentazione, rischiano di essere dimenticati. E' molto importante che ci si ritrovi su interrogativi più globali e ci si interroghi, all'interno di realtà partecipate, credendo ancora a forme di associazione che consentano ai lavoratori di farsi portatori di valori e di risorse.

Restituire dignità e valore umano ed eterno a ogni persona

Vorrei sottolineare che la comunità cristiana deve lasciarsi sempre ispirare dalle sue visioni alte, che sono in grado di dare motivazioni che vanno al di là di un progetto di risanamento sociale misurato con metri economici e culturali. All'inizio della Quaresima, nelle nostre assemblee liturgiche si legge un testo in cui il Dio della liberazione autentica ci educa al gusto della libertà e della solidarietà.

"Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato, nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?...Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà...Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono. La tua gente riedificherà le antiche rovine, ricostruirai le fondamenta di epoche lontane. Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di case in rovina per abitarvi" (Is 58,6-12).

Viene qui intravista l'operosità di un popolo che scopre nella liberazione del prossimo dalla schiavitù, dalla malattia e dalla miseria un modo per esprimere nella storia la volontà e il volto di Dio, quel volto che si mostrerà pienamente in Gesù; smascherando tutte le forme di idolatria e di male che incatenano le persone, la comunità dei discepoli di Gesù, povera di potere, accetta come sfida di restituire dignità e valore, umano ed eterno, a ogni persona.

Il Papa, nel discorso che ho sopra citato, ricordava come il cammino verso una più grande solidarietà supponga "che si rinunci agli idoli che sono il benessere a qualsiasi costo, la ricchezza materiale come unico valore, la scienza come unica spiegazione del reale". E aggiungeva: ciò suppone altresì che Dio abbia nella vita degli uomini il posto che gli compete, il primo. Quindi concludeva: "In un mondo più che mai alla ricerca di senso, i cristiani si sentono chiamati in questo inizio di secolo, a proclamare con maggiore fervore che Gesù è il Redentore dell'uomo e la Chiesa a manifestarsi come il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana (GS 76)".

Il Giubileo stesso ci mette in un particolare clima di rigenerazione e di scoperta, ricollegandoci al giubileo ebraico sulla liberazione degli schiavi, il condono dei debiti e il ritorno alla propria terra e casa. La legge di Israele diventa così esemplificativa riconsegnandoci valori antichi e speranze profondamente nuove. Il messaggio si può riesprimere per la società e il credente anche così: si ricomincia da capo. Riprendiamo con fiducia e dignità il nostro essere persone libere che si scrollano di dosso incidenti, sventure, rovesci economici; riprendiamo a vivere e crescere.

Metteremo in tal modo insieme sviluppo e solidarietà e aiuteremo ciascuno ad affrontare questa sfida da cui dipende il futuro delle nazioni e del mondo intero.

A tutti perciò, ma soprattutto alla comunità cristiana, rivolgo l'invito a riflettere seriamente sull'itinerario che ci fa oltrepassare l'orizzonte ristretto del semplice soccorso economico e ci incoraggia a sostenere le persone che incontriamo nella prospettiva di costruire insieme una libertà abilitata all'autonomia e alla crescita di vita, degna di una persona umana. Faremo tutto ciò nel rispetto delle esigenze di una vita lunga, di una maturazione culturale e di un reddito che viene dal proprio lavoro, ma insieme lasciando intuire orizzonti globali di senso al di là della vita terrena, lasciando scorgere prospettive di eternità.   

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Giubileo dei lavoratori

Il primo maggio dell'anno 2000 si celebrerà la Giornata Giubilare dei lavoratori. Il tema di questa Giornata è "Lavoro per tutti: cammino di solidarietà e di giustizia" a significare come sia necessario garantire il lavoro ad ogni persona attraverso gesti di condivisione e di solidarietà aperti alla giustizia e alla speranza.
Questa Giornata è rivolta a diverse categorie di lavoratori: lavoratori dipendenti, lavoratori del mondo della cooperazione; imprenditori, dirigenti, liberi professionisti, lavoratori del commercio e dei servizi; lavoratori del mondo della finanza.
È pronto un sussidio che presenta le problematiche del lavoro, la parola illuminante del Vangelo e della Dottrina Sociale della Chiesa e propone azioni concrete di solidarietà nel mondo del lavoro.

Come Pastorale del Lavoro proponiamo:

  1. Una scheda di riflessione sul Giubileo
  2. Qualche gesto di solidarietà che abbia come referente il mondo degli anziani, dei malati, persone sole, famiglie bisognose, disoccupati (organizzando visite alle case di riposo, collette per situazioni di difficoltà, coordinamento del servizio “Primo lavoro”, incontri, rilevazione dei problemi del territorio per conoscere la realtà con maggiore consapevolezza...)
  3. Il pellegrinaggio a Roma per il 1° Maggio, organizzato unitamente ai Sindacati Confederali e alle Acli (vedi il programma riportato sotto).
  4. Un itinerario giubilare che avrà la sua conclusione celebrativa in vari santuari, da organizzare con i responsabili di zona e di decanato.

1° MAGGIO 2000: GIUBILEO DEI LAVORATORI A ROMA

Programma del Giubileo

(passibile di alcuni cambiamenti)

Lunedì 1° maggio (Tor Vergata)

- ore 10,00: S. Messa presieduta da Giovanni Paolo II
- pranzo sul posto
- ore 16,00-17,30: Incontro di festa del S. Padre con il mondo del lavoro
- ore 18,00-22,00: Concerto del primo maggio che richiama la Campagna per la remissione del debito dei Paesi più poveri

Note organizzative

- Si partirà la notte del 30 aprile su treni-cuccetta da vari punti della Diocesi.
- Si ripartirà da Roma (sempre su treni speciali) nella tarda serata del 1° maggio.
- La spesa si aggira sulle 150.000 Lire (viaggio, colazione, sussidi per la celebrazione, assicurazione sanitaria).
- Per ulteriori informazioni rivolgersi all’Ufficio della Pastorale del Lavoro (02 - 8556341).

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Introduzione di don Raffaello Ciccone al Convegno

"Solidarietà e sviluppo umano" (12 febbraio 2000)

La Giornata della Solidarietà, quest'anno, vuole affrontare il tema dello sviluppo umano come progetto che nasce da un impegno personale e da un impegno di disponibilità di tutti perché lo sviluppo raggiunga livelli alti per ciascuno.

"Solidarietà e sviluppo umano" rispecchia una prospettiva di vivacità e di crescita legata ad ogni persona e ripropone uno sforzo maturo di responsabilità, di generosità e di condivisione poiché suppone il cammino di lavoro e di relazioni disponibile e generoso (solidarietà) e la prospettiva di un orizzonte di universalità (sviluppo umano).

Esiste una logica interna negli ultimi convegni poiché dal tema "lavoro" ("lavoro che manca, lavoro che cambia") siamo passati alla "globalizzazione" quale avvenimento di portata mondiale che cambia le strutture e le attese finora solidificate. La globalizzazione cambia la famiglia e nello stesso tempo trova in essa come un ammortizzatore sociale che difende la persona. Abbiamo allora parlato di "solidarietà intergenerazionale" per ricordarci che il grande soggetto, portatore di pesi e capace di risorse che reggano al capovolgimento, è la famiglia, schiacciata però tra le giovani generazioni che si accampano a casa e le generazioni anziane che nella famiglia ritrovano ancora il proprio rifugio. E finalmente questo convegno pone le prospettive del cittadino e del credente per gli anni 2000 interrogandoci su: "Che cosa è l'elemento propulsore del futuro? Su che cosa possiamo sperare? Dove dobbiamo mettere, in particolare, le nostre povere e limitate energie per un progetto degno?"

Paolo VI si pose il problema e pubblicò la sua enciclica "Populorum Progressio"(1967) in un periodo che aveva preso finalmente la rincorsa sull'onda del Concilio ma in un contesto di stagnazione, di egoismi e di insicurezze, preludio di esplosioni generazionali che si mostrarono poi nel 1968. Ci si stava rendendo conto dei nuovi popoli che si affacciavano al bordo della industrializzazione, inesperti in termini di democrazia e tuttavia gelosi di una propria ricchezza e autonomia. Paolo VI ricorda: "Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo" (n14). Il Pontefice mostra una grande fiducia nello sviluppo delle persone nel mondo occidentale e, dopo aver garantito che "col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più" (n 15) ripensa al dovere personale e comunitario di sviluppo e ribadisce che "avere di più, per i popoli come per le persone, non è dunque lo scopo ultimo" (n.19). "Il vero sviluppo è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane" (n.20). Riproposto, tra i tanti, il tema dell'alfabetizzazione (n.35) "come fattore primordiale di integrazione sociale così come di arricchimento personale, e per la società uno strumento privilegiato di progresso economico e di sviluppo", riprende la problematica del lavoro per i valori formativi (n.27), per "la partecipazione all'opera comune" (n.28), "nella consapevolezza della fatica" (id) e nel "progredire armonicamente" (n.29). In tutta questa lettura di sviluppo c'è il presupposto di un progresso illimitato dove il lavoro, l'elemento base, non sarebbe mai venuto meno. La società, pur tra alti e bassi, doveva solo ridimensionare l'ossessione all'avere ma poteva essere tranquilla sul proprio futuro. Caso mai si trattava di essere generosi con i nuovi popoli e mostrarsi solidali.

Giovanni Paolo II, a 20 anni di distanza, scrive la "Sollicitudo rei socialis" richiamandosi alla crisi dei paesi in via di sviluppo "le cui condizioni si sono notevolmente aggravate a causa di una concezione troppo limitata, ossia prevalentemente economica, dello sviluppo" (SRS n15-16). In tale enciclica, a 20 anni dalla Populorum Progressio, si elencano alcuni indici di povertà quali l'analfabetismo, la mancanza di alloggi, la disoccupazione e la sottoccupazione" (n17-18) dimostrando di dover fare un'analisi che smantella l'ottimismo nelle forze della persona e della natura e ridimensionando le prospettive di riuscita e di riscatto.

Ora, a distanza di circa 13 anni dalla SRS, nel 2000 ci ritroviamo non solo a ripensare ai problemi dei paesi poveri ma addirittura a fare i conti in casa con gli stessi problemi dello sviluppo. Provo a fare un elenco:

1. Ci sono problemi di lavoro che obbligano sempre più alla specializzazione e al cambiamento, maturando competenze diverse per allenarsi al nuovo.
- Ci sono ristrutturazioni che diminuiscono la mano d'opera mentre aumenta la produzione.
- Ci sono gravi difficoltà riconducibili a instabilità. Stiamo conoscendo la precarietà del lavoro e la sua flessibilità che corrisponde a insicurezza e spesso ad espulsione dal mercato del lavoro.

2. Il progetto dell'Europa unita ha arricchito di prospettive il futuro ma nel frattempo sta facendo emergere difficoltà e obblighi d'inserimento e d'allineamento. Questo suppone sempre più competitività dura e impietosa e sta scompaginando tutti gli assetti e i progetti.

3. Si scoprono esigenze di sempre maggiori servizi alla persona mentre ci si accorge della difficoltà dello Stato ad essere tempestivo e a provvedere.

4. Si sta rinfoltendo la schiera dei poveri in fila alla mensa gratuita dei frati. Questa non è solo frequentata dagli extracomunitari senza lavoro ma anche da anziani che ritengono che, per "starci dentro nelle spese", hanno bisogno di chiedere l'elemosina. E ciò avviene anche perché quei quattro soldi di liquidazione, che avevano investito in Bot, ora non rendono più essendosi abbassato il costo del danaro e quindi l'inflazione. Un tempo quei pochi punti d'interesse in più bastavano per avere, in un anno, una specie di ulteriore tredicesima. Ora la vita è ugualmente aumentata (basta far la spesa al supermercato) ma nel paniere ci hanno messo i prezzi stracciati del computer. Come se un anziano debba cambiare il computer ogni giorno.

5. Aumenta la fatica della povertà il prezzo della casa (affitto o mutuo) che assorbe almeno due terzi di uno stipendio. E il mercato della casa in affitto è bloccato su cifre impossibili e non ci sono previdenze o sovvenzioni (ci sono previdenze e danaro bloccati da anni per mancanza di accordo ma ancor più di sensibilità).

6. Questa lettura della povertà obbliga a guardare l'altra faccia che è esigenza di partecipazione, ricchezza di risorse, volontà di servizio da parte di molti che pensano di poter offrire un contributo, avendo seriamente scoperto il valore dello sviluppo e della costruzione comune.

7. Le domande che sorgono in questo convegno e nella riflessione delle nostre comunità sono:
- Quale sviluppo è possibile oggi?
- Quale ruolo hanno le istituzioni, quali la società civile, quale il volontariato?
- Quale ruolo ha la formazione, la scuola, l'istruzione?
- Come utilizzare il nuovo tempo che si libera dal lavoro e come ricostruire una mentalità che apprezza il lavoro ma non lo considera un assoluto riuscendo a slegarsi dal doppio impiego, dal lavoro nero, dalla competizione con i giovani nel dividersi ciò che esiste sul mercato?
- Quale responsabilità abbiamo, noi, comunità cristiana, nell'impostare la solidarietà e nel perseguire lo sviluppo per tutti?
- Quale apertura di cuore e di mente è necessaria per essere attenti alle povertà e alle lotte del terzo mondo che vive il travaglio del venire alla luce?

8. Le domande sono tante e potrebbero essere molte di più: ognuna suppone un interrogativo ancora più importante. Quale vocazione siamo chiamati a vivere oggi?

9. L'immagine forte che ci dovrebbe accompagnare è la piccola figura di una tredicenne supplente, apprendista maestra, nel film cinese da poco in programmazione e intitolato "Non uno di meno" del regista Zhang Yimou in cui il maestro, che deve abbandonare per un mese la classe dei suoi ragazzi, affida a questa quasi adolescente, neppure molto istruita, il ruolo d'insegnante con un unico, solenne impegno: "Neppure un ragazzo deve andarsene dalla classe". Ella è così fedele che si mette alla ricerca del ragazzino che è fuggito, ingolosito dall'avventura e dal danaro che la città promette. Ella percorre angosciata le strade in cerca "della pecora smarrita" e ritorna solo quando può riportare il suo scolaretto fuggito. Una riedizione cinese dell'amore di don Milani per i poveri? Una parabola di attenzione e di solidarietà per il vero sviluppo

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Un lavoratore legge le beatitudini

(riflessioni liberamente rielaborate da don Raffaello Ciccone – quinta parte)

Beati i miti, perché erediteranno la terra (Matteo 5,5)

1. Questa beatitudine mi sembra molto attuale viste le tante guerre che vicine od oltre gli oceani si sono combattute in questi ultimi anni. E tuttavia abbiamo maturato una nuova coscienza di non violenza – mi sembra – da qualche tempo, con l'obiezione di coscienza, con le manifestazioni contro la pena di morte, con i progetti per il condono del debito estero ai paesi in via di sviluppo. Perciò mi è sembrata una beatitudine profonda ma fortunatamente ovvia per le nostre sensibilità, attuale nel tempo, fantasticamente profetica fino a pochi anni fa ma ora ormai nel ruolo del bagaglio di un buon cristiano.

2. Ho cercato perciò di capire il senso nella Scrittura ma mi ci sono trovato in un grosso pasticcio di interpretazione. Per sé non ci sarebbe molta differenza con la prima beatitudine, mi si dice, una specie di doppione. Il mite sarebbe il povero di fronte a Dio, colui che si fida del Signore e porta una pazienza profonda, senza pretese. Per sé non interesserebbe il rapporto con il prossimo, la non violenza e tutto il resto poiché fondamentalmente il mite della Scrittura si ritrova come traduzione della parola ebraica anawim, i poveri di spirito: coloro che non portano collera, che hanno umile pazienza nelle avversità della vita, che hanno comunque fiducia in Dio.

3. Nel salmo 37 (36),11 sembra proprio che ci sia il riferimento della beatitudine che Gesù, profondo conoscitore della Scrittura, ha utilizzato. "I malvagi saranno sterminati ma chi spera nel Signore possederà la terra. Ancora un poco e l'empio scompare, cerchi il suo posto e più non lo trovi. I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace"

4. Due altri brani che mi hanno incuriosito poiché ci portano lontano nella ricerca.

5. Quando Gesù entra a Gerusalemme, Matteo cita un passo del profeta Zaccaria (9,9): "Ora questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta: Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un'asina, con un puledro figlio di bestia da soma" (21,4-5). L'ingresso del re messianico nella città santa è semplice, umile, non trionfale, pacifico e porta la concordia. Non è un caso il richiamo alla cavalcatura dimessa e umile del popolo: la mancanza del cavallo e l'esplicita memoria dell'asino esprimono il rifiuto delle armi e della potenza.

6. Lo stesso Gesù utilizza l'immagine della mitezza facendo riferimento a sé: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi ed io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi poiché io sono mite e umile di cuore" (Mt. 11,28-29).

7. Ho cercato allora di ritradurre la mitezza di Gesù ripensando al suo comportamento, visto che il testo non si presta molto ad interpretazioni di problemi che abbiamo oggi ma che non esistevano nell'orizzonte del primo secolo. Cosi ho pensato alla mitezza di Gesù con i potenti, i teologi, l'autorità religiosa e civile, con coloro che avevano peso sociale e con i suoi discepoli. Mi ci sono sentito più a mio agio. Egli infatti si è mostrato attento con i poveri, gli esclusi, i rifiutati accettandoli nel dialogo, nell'ascolto, nel mettersi dalla loro parte. Non ha avuto paura di sentirsi compromesso poiché si fidava del Padre e il suo pregare era sempre coraggioso, fiducioso e confidente. Egli non ha mai indietreggiato di fronte all'inganno o di fronte all'ingiustizia ma il suo stile ha richiamato alla riflessione, alla Parola di Dio, al ricupero della libertà e della dignità, alla riconciliazione e al perdono, in una parola, alla speranza.

8. Abbiamo sotto gli occhi la tragedia della Serbia e da ultimo le tragedia del Kosovo e della Cecenia. Ogni abitante di questi paesi, dopo le stragi e le violenze, avrebbe motivo di recriminazione e diritto di vendetta poiché tutti piangono i propri cari ed hanno assistito alle tragedie e alle recriminazioni. Eppure è fondamentale ricominciare il tempo della mitezza, della fiducia nel Signore, del riprendere da capo accettando la fatica del ricomporre, dello sperare con fiducia, anche se con il pianto nel cuore. Altrimenti la terra diventerebbe un cimitero. "E invece la terra fiorisce e sarà dei miti" poiché il Regno con le sue esigenze si instaura e attecchisce anche di fronte alla morte.

9. Ricordo un mio collega più anziano, oggi ormai in pensione, dopo le lunghe trattative per l'applicazione del Contratto nazionale di lavoro della categoria dei Metalmeccanici del 1972. Furono difficilissime poiché si chiedeva agli impiegati di sostenere gli operai senza una grande contropartita. Era quasi un appoggio di solidarietà gratuita. Un'impresa disperata. Ma si batté con fiducia e determinazione. Restò per tutto il tempo impegnato, senza cedere alla stanchezza, cercando di convincere, portando argomenti, sostenendo le persone più deboli, coordinando iniziative, scoraggiando atti di violenza che potevano sorgere nella esasperazione. Fu accusato di fomentare disordini per poterlo mettere fuori gioco ma reagì con dignità anche se si accorse che c'era stato, per invidia, un tranello da parte di un collega che lo voleva mettere in cattiva luce. Seppe reggere e portare le proprie difese ma non accusò mai personalmente colui che lo voleva incastrare. Se ne uscì finalmente bene poiché in lui si riconobbero onestà e coerenza.

10. Quando siamo tornati, nella memoria, a quegli anni, mi diede, poco prima di andare in pensione, una versione dei fatti che mi fece impressione. "Non mi potevo permettere di accusare un collega del sindacato poiché ci sarebbe stata una spaccatura e avrebbero perso tutti: i lavoratori che non avrebbero capito più nulla, non avrebbero mantenuto una forza contrattuale sufficiente e si sarebbero vanificati gli sforzi e le fatiche fatte. Ma avrebbe perso anche l'azienda poiché proprio quei contratti hanno obbligato a modificare l'impostazione e l'organizzazione della produzione. L'azienda non si sarebbe aggiornata e sarebbe andata in crisi in poco tempo. Se ne vedevano le prime avvisaglie già negli anni '70. Comunque una trattativa deve essere leale. Devi discutere e portare fatti, cifre, date e conteggi. Devi essere più esperto dei tecnici. Ma non devi mai abbassarti a utilizzare i panni sporchi che trovi sulla strada. Se vuoi rispetto, devi saper rispettare per primo e se vuoi vincere devi mettere in contro che non puoi fare l'arrivista a tutti i costi."

11. Questa esperienza mi è servita molto ma ho anche scoperto che la fatica più grande è quella quotidiana. La mitezza e l'umiltà ti tolgono dalle mani le armi dell'astuzia, del raggiro, della contrapposizione violenta, del "faccio come fanno tutti" o "faccio come fa l'altro". Ti obbliga ad essere coerente, attento, consapevole ma i tempi si allungano, la fatica aumenta e sembri continuamente disarmato, incapace. Per fortuna ci si ritrova con alcuni amici, l'eredità della terra incomincia anche nel tempo della lotta e della fatica.

12. Ho conosciuto un prete accusato da alcune persone di comportamenti immorali. Purtroppo gelosie e invidie circolano anche in parrocchia. Ho sempre riscontrato in lui correttezza e misericordia. E' rimasto coraggioso e fedele nonostante le voci maligne che attecchiscono sempre con troppa facilità. Si fece piena giustizia per lui solo quando accettò di cambiare residenza. E lo fece con tale dignità e discrezione che ci lasciò disorientati.

13. Resta sempre il problema della violenza e dei mezzi che bisogna usare per combattere la violenza. Gesù fu drastico e si coinvolse fino alla morte. Ma di fronte alle grandi violenze del mondo, ai genocidi, alle dittature, ai massacri di massa che cosa è possibile fare?

14. In questi ultimi anni ci siamo trovati con gli stessi interrogativi. Una forza internazionale, una legislazione che non abbandoni le realtà povere a se stesse, un mondo con regole nuove dove, a livello mondiale, la civiltà sappia dettare comportamenti alti. Forse è questa la strada. Ci si ritrova con gli obiettori di coscienza che dedicano con responsabilità un tempo per il sostegno di realtà povere, volontari che imparano a soccorrere popolazioni abbandonate, "medici senza frontiera", missionari e religiose, laici in terre di nazioni senza risorse. Il condono del debito estero credo vada in questa direzione. Non si tratta solo di raccogliere soldi ma di scoprire meccanismi e realtà di sfruttamento, condizioni politiche di prevaricazione. Si deve riconoscere la realtà di ogni popolo, entrare con consapevolezza nei meccanismi economici e sociali, capire le cause e scoprire situazioni, prospettive e risorse. Si incontra così quella mitezza e quella misericordia che ci fanno fratelli di fronte a Dio.

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SITUAZIONI OCCUPAZIONALI "CALDE"

SEGNALATE ALLA PASTORALE DEL LAVORO

Durante la XIX Giornata della solidarietà, che si è svolta nel mese di febbraio, abbiamo richiamato le situazioni di particolare gravità di alcune aziende in difficoltà che hanno prostrato la speranza di qualche migliaio di lavoratori. Tali avvenimenti, se possono in alcuni momenti avere punte di particolare rilievo, mostrano una continua fluttuazione nel mondo del lavoro che dobbiamo tenere presente per valutare i nostri giudizi e quindi le nostre scelte pastorali. Per fortuna alcune realtà sottoindicate si stanno evolvendo in modo positivo nel senso che le situazioni personali e familiari sono tenute in considerazione nelle prospettive aziendali. Non possiamo comunque non richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica, della società civile, delle comunità ecclesiali e dei responsabili istituzionali sulle situazioni lavorative particolarmente critiche, pur molto differenti tra loro.
Ci pare interessante, e per questo la pubblichiamo, la presa di posizione dei parroci di Varese su "La Standa".

La "Carabelli" di Solbiate Arno (Varese) è un calzificio in crisi poiché l'operazione di vendita dell'azienda ad una ditta belga si è rivelata una speculazione finanziaria che ne ha prosciugato la liquidità, pur in presenza di un portafoglio di commesse di diverse decine di miliardi. Si tratta di 313 lavoratori, in prevalenza donne, che faticano ad avere una prospettiva di futuro e stanno occupando la fabbrica perché senza stipendio da oltre tre mesi. Sono in atto trattative che potrebbe rimettere in marcia la produzione. La comunità ecclesiale è stata coinvolta, anche a livello locale, dalla RSU.

La "ex-Standa", dopo il passaggio di proprietà dalla Fininvest al gruppo Coin, è stata interessata da una lunga fase di ristrutturazione con la conseguente chiusura di punti vendita su tutto il territorio nazionale e la perdita di molti posti di lavoro. Il recente accordo stipulato al Ministero del Lavoro tra le organizzazioni sindacali nazionali di categoria e il Gruppo Coin, che aveva come obiettivo la conclusione del lungo e travagliato processo di ristrutturazione, non è stato accettato dalle strutture sindacali della Lombardia che si sono dichiarate contrarie. Ma soprattutto si sono "ribellati" i 120 dipendenti rimasti -dopo le operazioni di scorporazione tra Coin e Oviesse- alla sede amministrativa di Milano per la quale l'accordo prevede la chiusura entro il 31 luglio p.v. e il trasferimento a Mestre. Si è fatto questo accordo nonostante la legittima richiesta dei dipendenti di prevedere almeno il prolungamento di un anno della chiusura, permettendo così di trovare alternative occupazionali (nel gruppo Coin o in altre sedi).

"Antibioticos": azienda di Rodano, legata alla Montedison. Ci sono 1200 lavoratori divisi su tre stabilimenti: Rodano, Settimo Torinese e Leon (Spagna). In diocesi, a Rodano, lavorano 550 persone e sono in prospettiva di mobilità 185 lavoratori. Complessivamente nelle 3 aziende si vuole diminuire il personale di 450 unità. Si intravede un progetto interessante di "gestione degli esuberi". Don Raffaello Ciccone ha partecipato ad un'assemblea di lavoratori a Rodano.

"Magnetek": è una azienda multinazionale di 95 persone che sta chiudendo a Milano. Anche qui la PdL ha partecipato all'assemblea di fabbrica organizzata dai lavoratori.

 

I parroci di Varese sulla situazione de "La Standa"

Noi parroci di Varese, in uno dei nostri incontri abituali, abbiamo voluto riflettere sulla situazione de "La Standa/Coin" che ha due sedi in città: una in Via Carcano e l'altra in Via Montegrappa.
Dopo anni di difficoltà si è giunti a divisioni ed accorpamenti che, nell'ultimo periodo, hanno creato una insicurezza e una precarietà inquietanti. Nella nostra città il numero degli esuberi non è elevato. Si tratta tuttavia di posti di lavoro che se ne vanno e di famiglie che perdono uno stipendio.
Noi non abbiamo competenze per entrare nel merito e formulare delle valutazioni, tuttavia è nostro dovere pastorale puntualizzare alcuni valori in gioco:

A nome delle nostre comunità cristiane, esprimiamo solidarietà, comprensione e sostegno all'azione che i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali stanno facendo per risolvere la situazione di crisi.
Esprimiamo compiacimento per l'opera che il sindacato sta svolgendo poichè se è necessario in situazioni normali, diventa indispensabile per situazioni di crisi.
Invitiamo di nuovo i nostri fedeli a pregare nelle assemblee domenicali perchè tutti i responsabili: imprenditori, amministratori locali, politici siano illuminati ed incoraggiati nella ricerca di una soluzione, la meno dolorosa possibile.

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RECENSIONI

Utili invasori. L'inserimento degli immigrati nel mercato del lavoro italiano.

di Maurizio Ambrosini - Milano, Franco Angeli, 2000, 288 p.

Utili invasori, titolo del volume appena pubblicato dal sociologo Maurizio Ambrosini, contribuisce a svelare uno dei maggiori paradossi delle società contemporanee in tema di migrazioni. Ormai, sempre più frequentemente il dibattito pubblico ci informa sulla consistenza numerica delle attuali immigrazioni dai paesi in via di sviluppo paventando delle vere e proprie invasioni di massa. E poiché il timore di tali invasioni, presunte o reali che siano, alimenta una prospettiva conoscitiva frammentaria, ben vengano tali contributi che sottolineano i rischi di una lettura unidirezionale del fenomeno.

Con questo lavoro l'autore intende dimostrarci le varie modalità attraverso cui l'utilità del lavoro immigrato si esprime spaziando dal lavoro bracciantile nelle raccolte di campagna al lavoro di assistenza e di cura nelle nostre abitazioni; dal lavoro operaio nelle fabbriche del miracolo del Nord-Est fino al lavoro ambulante che attraverso connessioni varie alimenta circuiti primari e secondari dell'economia formale ed informale.

Ambrosini coniuga la sua attività di docenza a quella di ricercatore alla Fondazione Cariplo/ISMU esplorando le intersecazioni fra il tema del lavoro e quello delle migrazioni. In questo volume egli mette così a frutto una lunga esperienza maturata durante un percorso di ricerca sviluppatosi nell'arco degli ultimi dieci anni.

Il volume è idealmente composto di due parti. Nella prima ci mostra quanto, nel passato più recente, sia cambiato il modello di occupazione degli immigrati così come era stato concepito durante le tradizionali migrazioni nei paesi del nord Europa. In considerazione della necessità di cogliere questo radicale mutamento egli esamina l'evoluzione dei casi della Germania, della Francia e della Gran Bretagna dove storicamente si erano dirette gran parte delle migrazioni classiche intraeuropee.

Nella seconda parte il libro si concentra sul caso italiano illustrandone le specificità in relazione, soprattutto, alle tradizionali differenze territoriali che caratterizzano i diversi sistemi economici del paese. L'obiettivo è di sottolineare il rischio derivante da una lettura omogenea dell'inserimento dei lavoratori stranieri nel mercato del lavoro, mentre appare ormai pressante una articolazione analitica ed interpretativa che dia conto delle diversità e dei dinamismi dei contesti entro cui gli immigrati approdono.

Pur riconoscendo la complessità delle motivazioni su cui si fonda il mancato riconoscimento strutturale della presenza degli stranieri nel mercato del lavoro italiano, l'autore intende dimostrare quanto il lavoro degli immigrati svolga «tuttora un ruolo rilevante nei principali paesi di immigrazione, sebbene in forme meno visibili, diversamente articolate e più controverse del passato» [p. 12].

Sotto il profilo teorico l'opera si colloca nel filone della più recente produzione della nuova sociologia economica per la quale i fenomeni economici possono essere pienamente compresi soltanto nella misura in cui si considerino strettamente intrecciati con elementi di natura sociale.

Venendo al più recente caso italiano (cap. 5) Ambrosini suggerisce, in modo pertinente, di leggere l'inserimento degli stranieri secondo una prospettiva attenta alle profonde trasformazioni economiche e produttive e, più in generale, al fatto che nell'attuale società l'inserimento degli stranieri avviene in un «quadro del mercato del lavoro post-fordista» [p. 131]. In riferimento all'Italia, poi, è necessario prestare una attenzione ancora maggiore alle specificità e alle diversità tipiche del nostro paese. L'autore nota da un lato il tradizionale dualismo italiano dove si possono osservare nello «stesso paese regioni tra le più ricche e meno colpite dalla disoccupazione e regioni che si collocano invece tra le ultime in Europa per prodotto interno, redditi e occupazione» e, dall'altro, «il ruolo dei distretti industriali e più in generale dei sistemi di piccola impresa, insediati principalmente nelle regioni centro-nord orientali» [p. 131].

Un aspetto che suscita grande interesse nell'opera del sociologo italiano è la ricostruzione fatta dei percorsi lavorativi degli stranieri (cap. 6). Ed è mediante questa ricostruzione che giungiamo a comprendere l'utilità del lavoro immigrato espresso nelle sue varie forme. Va sottolineato il fatto che non si tratta soltanto di quei lavori che la letteratura sull'argomento ha definito come bad jobs. In effetti, come vedremo più tardi, una quota di lavoratori migranti si è già stabilmente inserita nelle piccole imprese localizzate nelle aree più economicamente dinamiche del paese dove non sempre la domanda di lavoro anche qualificato riesce ad intercettare l'offerta.

Ambrosini delinea un quadro della partecipazione degli stranieri al mercato del lavoro presentandoci sei «luoghi» del lavoro immigrato: il «commercio ambulante», il «lavoro domestico», il «lavoro agricolo», il «lavoro operaio», il «lavoro autonomo», e il «caso della prostituzione» (cap. 6).

Il lavoro di Ambrosini, in conclusione, si presenta quale nuovo sforzo conoscitivo avanzando un ulteriore tassello al mosaico in costruzione dell'immigrazione straniera in Italia.

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