Sono avvenuti due episodi drammatici nella nostra diocesi e toccano ambedue il mondo degli immigrati. A Legnano sono morte bruciate cinque persone nell’area Cantoni che è area dismessa. A Gallarate un imprenditore ha dato fuoco ad un lavoratore rumeno, laureato che, per vivere, svolgeva, in squadra con altri, un lavoro a cottimo da muratore. Ribellandosi ad uno sfruttamento che si fa gioco della speranza di un permesso di soggiorno e che ricatta con il duro lavoro a cottimo, questo lavoratore viveva in un appartamentino di due locali insieme ad altri sei, pagando ciascuno una esosa pensione allo stesso datore di lavoro che li tiene in nero.
Due roghi in una Italia che diventa luogo e miraggio di possibile ricchezza e dove approdano le attese di molte persone che sperano nella soluzione della propria vita attraverso il lavoro e l’inserimento. Disposti a fare sacrifici, disposti a lottare, disposti a sottomettersi pur di raggiungere una possibilità di vita per sé e la propria famiglia, questi extracomunitari si ritrovano in una giungla senza fiducia e senza valori, dove si risuscitano prospettive di schiavitù e sfruttamento, mentre si utilizza il loro lavoro.
Le istituzioni non possono tirarsi indietro sui problemi dell’immigrazione, soprattutto dove ci sono bambini e dove gli adulti lavorano, poiché i diritti degl’immigrati sono gli stessi diritti degli italiani, se non altro perché producono ricchezza con il loro lavoro in Italia. Un paese deve certamente pretendere il rispetto della legge, per il bene comune di tutti, ma la sua civiltà si misura da quanta attenzione offre alle realtà marginali. Anche i nostri nonni e bisnonni sono emigrati all’estero ed hanno fatto fatica e sacrificio.
Se spetta alle istituzioni regolare il flusso e attendere responsabilmente al rispetto della dignità di ciascuno, ci si ritrova di fronte alla tragedia della mancanza di casa e di lavoro. Le Comunità Cristiane si sforzano di trovare delle soluzioni per problemi più immediati di vestiti e di generi alimentari, ed è bene che ogni cristiano si interpelli su quanto può fare personalmente con gesti concreti di accoglienza e condivisione. Ma esse non possono provvedere a risolvere esigenze così gravi: si apre così la solidarietà e la responsabilità, insieme, dei privati e delle istituzioni.
Il problema casa va risolto, prima di tutto, con l’impegno dei datori di lavoro che, se utilizzano la mano d’opera, debbono pur provvedere a ipotesi di collocazione, almeno provvisoria, in strutture a prezzi accessibili, organizzandosi tra più imprese magari costruendo, gestendo o consegnando da gestire a cooperative dei prefabbricati. Operazioni del genere si facevano nella Svizzera degli anni ‘60 quando una mano d’opera stagionale o stabile, proveniente dall’Italia, ben oltre i frontalieri che rincasavano la sera, aveva bisogno di un alloggio. Avvenivano anche là episodi ignobili, come il famoso alloggio in un pollaio mostrato da Nino Manfredi nel film: “Pane e cioccolata”. Proprio l’arte, e talora la satira, richiamano il problema e stigmatizzano le situazioni.
Le Comunità Cristiane sono chiamate a questa attenzione vigilante: le Associazioni (in particolare quelle impegnate nel sociale, come le ACLI) hanno il compito di vigilare e di sensibilizzare, suggerendo anche soluzioni possibili e dignitose.
La prima evangelizzazione si compie attraverso il rispetto e la solidarietà che non abbandona. A questo sono chiamati i credenti, perché si raggiungano, con l’impegno di tutti, proposte e soluzioni concrete.
Non bisogna, in una parola, dimenticarsi degli extracomunitari o far finta di non accorgersi dei problemi fondamentali che debbono risolvere: solidarietà significa condividere e farsi sentinella presso le istituzioni per trovare progetti di convivenza soddisfacenti per tutti. Il Giubileo ci chiede la concretezza di rivedere schemi e prospettive.
A Mirazzano, nel comune di Peschiera Borromeo, vive una piccola comunità dei preti operai diocesani. Sono in tre: don Luigi Consonni, don Sandro Artioli e don Cesare Sommariva. Vi si trovano dal 1996. La loro giornata inizia prestissimo, alle 6,20 con la celebrazione Eucaristica.
In un tempo che ha messo in ombra il problema del lavoro, anche i preti operai vivono una situazione di accantonamento. Per questo ci è parso importante incontrarli, perché sono una grande risorsa e un osservatorio particolare per guardare ai problemi del mondo del lavoro, oggi. Così abbiamo vissuto due ore di dialogo con don Cesare Sommariva. Era dei tre quello più disponibile alle 10 del mattino, perché in pensione da alcuni anni; gli altri due, tuttora, lavorano: don Sandro all’Ansaldo e don Luigi nell’amministrazione del comune di Milano.
Don Cesare incomincia col ricordare i primi anni del suo sacerdozio, segnati dal rapporto con don Lorenzo Milani, col quale ha condiviso idee ed esperienze. Parla del suo impegno di coscientizzazione o meglio di educazione popolare che tuttora porta avanti e con un certo orgoglio mostra un suo libro - Le due morali - scritto negli anni passati alla Redaelli, la ferriera di Rogoredo. Non appena gli viene chiesto di dire una parola sul clima e sulla situazione attuale nel mondo del lavoro, il suo pensiero corre immediatamente al referendum sulla libertà di licenziare: “la schiavitù non si mette ai voti”, dice. E’ convinto che se c’è ancora un po' di democrazia, questa si ferma alle porte della fabbrica. Mentre negli anni ‘70 un’offesa all’operaio era un’offesa fatta a tutti, oggi non esistono questa coscienza e questa solidarietà.
A questo punto ci distribuisce una fotocopia che riproduce alcune pagine del suo libro. Ci sono le sue riflessioni scritte nel suo ultimo giorno di operaio alla ferriera. Mentre legge colpisce, tra l’altro, la sua forte convinzione che la libertà è là fin dove è arrivato il movimento operaio; al di fuori ci sono solo l’arbitrio dei capi o il ruffianarsi individuale. Riconosce però di avere fatto anche lui fatica a cogliere la storia, la forza e la cultura di tale movimento: per chi è fuori, o contro o lontano, non è possibile vedere. In un altro passo scrive della sua convinzione che i problemi non si risolvono al tavolo delle trattative: è solo la lotta che impedisce la realizzazione dei piani dei padroni. Appena ti fermi loro si riprendono quanto hai conquistato.
Sull’ultima pagina della fotocopia vi è riportata la lettera che gli operai della Redaelli hanno inviato alla Direzione. Alcuni passaggi meritano di essere trascritti alla lettera: “...Per Lei lettere di licenziamento sono tre parole che sono una conseguenza inevitabile. Per ciascuno di noi quelle parole sono un attacco e un insulto alla nostra dignità. ...Per Lei noi possiamo apparire come conseguenze in mezzo o in fondo a un bilancio. ...Ma questa morale noi la rifiutiamo. Per noi la vita umana, la dignità dell’uomo vengono prima delle cifre e dei bilanci. Sappiamo che attualmente questa morale è perdente. Ma allora ci sembra che sia perdente anche la vita. ...Le auguriamo di non dover mai provare nella Sua vita l’offesa, la sofferenza, l’incertezza che noi stiamo provando”.
Quasi a commento finale legge questo passo: “Nella disuguaglianza strutturale della vita sul pianeta non vale la cultura della constatazione, ma quella del giudizio etico. L’atteggiamento necessario è quello del dissenso. I percorsi, i cammini rientrano nella categoria dell’obiezione di coscienza. Una prassi di dissenso non ha vita nè facile nè equilibrata. I nostri tentativi sono improbabili: solo un eccesso di intelligenza organizzata e di immaginazione continua li rendono realisti”.
Dal gruppo di preti e laici presenti, una ventina in tutto, nasce spontanea una domanda: qual’è la medicina per risanare la situazione. La risposta di don Cesare è sicura: “ricercare la verità”. Ma subito esprime un dubbio: serve coscientizzare le persone? E’ oggi possibile? La risposta ha un sapore un po' amaro: “Oggi mancano i maestri, l’unico maestro è il capitalismo. Una volta c’erano il sindacato, il partito, i movimenti. Milano aveva un movimento operaio serio: la FIM è forse stato il punto più avanzato del sindacato nel mondo. Ma oggi chi fa la formazione? E’ veramente difficile far qualcosa in fabbrica”. Ma allora ci arrendiamo? No, occorre lavorare dal basso. Legge una frase del suo libro: “Si tratta di scendere nei sotterranei della storia, dove sono i deboli, gli emarginati, i senza potere; da lì, come dal miglior punto di veduta, scorgere il limite che divide l’alto dal basso; quindi, rinunciando alla condizione gratificante di eterni insoddisfatti, risalire da quella via, nello sforzo di traguardare nuovamente il limite, cancellandolo”. Così si va chiarendo la strada per la ricerca della verità.
Nella discussione, molto vivace, alcuni dei presenti fanno notare che si tratta di una lettura troppo negativa. Il Papa stesso, parlando della mondializzazione, ne mette in luce i rischi, ma anche le grandi opportunità. Al credente si aprono grandi spazi di azione e responsabilità. Non è certo tempo di smobilitazione. Altri invece dicono che la relazione è stata carica di molte intuizioni: “Noi cristiani dobbiamo sempre essere un segno di contraddizione, dobbiamo ribellarci al tentativo di globalizzare il buon senso. Il cristiano non si adatta, è sempre elemento di rottura, è contro ogni compromesso, non accetta il male minore, ma ricerca sempre il bene maggiore possibile. Andare controcorrente è un modo per tenere viva la speranza”. E ancora: “Si stanno moltiplicando le difficoltà a tenere viva in fabbrica la dimensione umana del lavoro; la gente subisce tutto, non combatte più”.
Don Raffaello ricorda che “i cambiamenti avvenuti ci hanno spuntato gli strumenti che avevamo. Oggi, diversamente da allora, non si vedono i risultati di un impegno. Prima ci sembrava che valesse la pena di operare perché si intravedeva la possibilità che poveri e ricchi, insieme, potessero camminare verso una liberazione, secondo la prospettiva educativa di Paulo Freire (nel suo libro “La pedagogia degli oppressi”). Oggi sembra che tutto ci faccia dire: non funziona, non sappiamo, non vediamo, siamo nel mezzo di un guado e non vediamo più nè la sponda di partenza nè quella di arrivo. La filosofia dominante è salviamo il salvabile, cioè il posto di lavoro e non più le condizioni di lavoro, i rapporti, i diritti. Poi il salvabile diventa usciamo dal lavoro il più presto possibile, perché la vita è altro, il lavoro non mi dà niente. E’ in questo contesto che oggi si collocano la ricerca della verità e il senso di una presenza cristiana”.
Seguono altri interventi che insistono sull’importanza di una presenza profetica e di una testimonianza a partire dalla consapevolezza di essere minoranza.
Concludendo don Cesare ci lascia una sua convinzione: “Bisogna ripartire dal linguaggio, per riuscire ad intenderci sui contenuti e per poter arrivare a giudizi etici puntuali e condivisibili. Ripartire dal linguaggio, aggiunge, era la passione di don Milani”.
- L’incontro ci ha riproposto un tema sotterraneo, taciuto da molti anche se molto presente. Il mondo del lavoro sta vivendo un grave disagio di cui si stanno rendendo conto anche le dirigenze di azienda.
- Il clima generale è di sopportazione e di smarrimento. Infatti il ridimensionamento delle aziende, gli scorpori, le esternalizzazioni, il moltiplicarsi di lavori a tempo determinato, gli straordinari ormai d’obbligo per la vita troppo costosa e le esigenze della produzione trasformano in disagio e paura il lavoro quotidiano.
- L’insicurezza si vive ogni giorno e costituisce l’ambiente culturale. Tanto più che, in più di un caso, sono state lasciate a casa anche persone di altissima professionalità per semplici problemi di ridimensionamento di personale, salvo poi pentirsi perché la produzione risente di rallentamenti e guasti irreparabili. Ma spesso la stessa miopia di alcune dirigenze mette a rischio anche una componente fondamentale del lavoro: “chi ha alta competenza è indispensabile”. Se non vale più questo, è inutile tutto.
- All’interno del mondo del lavoro non si è ancora percepito, salvo alcune eccezioni, che il rapporto tra persone dovrebbe essere impostato sul rispetto e la collaborazione.
- Il clima di disagio si riflette anche nei criteri delle scelte: chi può si difende e chi non può si sente tagliato fuori dalla competizione (penso soprattutto a i quarantenni espulsi dal mondo del lavoro).
- In questo contesto anche il Sindacato soffre la fatica di non saper reggere questo mondo in difficoltà, poiché la stessa base è povera di prospettive e dà la sensazione di “garantire i garantiti”.
- La rivoluzione culturale che negli anni passati, tra difficoltà e fatiche, in alcune frange anche con ambiguità, ha tentato di affrontare i diritti, le garanzie, i problemi che si affacciavano, oggi non può riproporsi allo steso modo ma deve svilupparsi per una profonda riflessione comune. Anche il lavoro in azienda, la politica, la produzione si dequalificano e si impoveriscono se non si riprendono le scelte più ampie delle responsabilità. E qui vorrei ricordare anche i guasti che comportano (in molte situazioni) la dequalificazione di dirigenti, le loro incompetenze e impuntature.
- Nella Centesimus Annus, al n. 35b, si parla di impresa in termini interessanti. Ma mentre si utilizza il testo per rivendicare finalmente il valore del profitto, ci si dimentica che “il profitto non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda”.
“La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell'azienda: quando un'azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non è l'unico indice delle condizioni dell'azienda. E' possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell'azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l'efficienza economica dell'azienda. Scopo dell'impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l'esistenza stessa dell'impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell'intera società. Il profitto è un regolatore della vita dell'azienda, ma non è l'unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell'impresa.”
- La presenza, nei luoghi di lavoro, di lavoratori che mantengono alta sensibilità di attenzione alle persone, al lavoro, ai diritti ed alla dignità umana aiuta a rendere vivibile e rispettoso delle esigenze delle persone il mondo in cui siamo e quindi più degno di vita.
- Di fronte al silenzio su ciò che avviene in azienda è necessario che ci si interroghi e si aprano delle piste di ricerca e di comunicazione per “ricercare la verità”, per maturare “giudizi etici alti”, per scoprire un mondo di valori in cui comunque la persone si sforzano di vivere.
- Sarebbe interessante che, chi lo desidera, ci comunichi le proprie esperienze sia di difficoltà, sia di novità e fraternità. Potremmo stamparle come “Esperienze - Lettere all’Ufficio - Lettere alla Comunità”.
- Sulla ristrutturazione, per esempio, non si può più pensare che l’azienda trovi da sola le soluzioni. La concertazione con il sindacato deve prevedere una riflessione seria sulla continuità, accompagnando, mediante progetti personalizzati, le persone dette “in esubero”, cercando soluzioni idonee.
- Su questi temi è interessata tutta la società civile, il Governo, la Regione, il Comune per aiutare il cammino e il diritto alla vita e al lavoro.
E’ la parte dedicata all’armonizzazione degli orari nelle città, finalizzata alla conciliazione e alla promozione dell’uso del tempo per fini di solidarietà sociale. I Comuni, con popolazione superiore ai 30.000 abitanti, dovranno definire un piano territoriale degli orari e dovranno dotarsi di responsabili cui assegnare la competenza in materia di tempi e orari. I Comuni, con popolazione non superiore a 30.000 abitanti, possono costituirsi in forma associata consortile.
Si vuol favorire lo scambio di servizi di vicinato e facilitare l’utilizzo dei servizi della città e il rapporto con le pubbliche amministrazioni e si vuol incentivare le iniziative di singoli e associazioni che intendono scambiare parte del proprio tempo per impieghi di reciproca solidarietà; inoltre i Comuni possono sostenere e promuovere la costituzione di associazioni denominate “banche dei tempi” e mettere a loro disposizione locali e servizi.
1. Ci si può sentire a proprio agio con questa beatitudine poiché, finalmente, parla di criteri che ci mettono in sintonia con le nostre esigenze, con la nostra attesa e la nostra speranza. Non nascondo che, spesso, ho pensato a questa beatitudine immaginando tanti credenti finalmente liberi dall’ossessione del danaro e del potere, ma disponibili ad accettare i poveri come compagni di viaggio e gli oppressi come amici. Finalmente qualcuno che lotta per la giustizia sente la beatitudine del Signore.
2. Ma poi ho cercato di leggere qualche commento, ed ho tentato di immettermi nella sensibilità che Gesù vuole suscitare e che comunque l’evangelista Matteo vuole dare nel contesto delle beatitudini. Mi sembra di capire che non possiamo ridurre la parola di Gesù alla giustizia sociale, al rispetto delle persone, al “dare a ciascuno il suo”, anche in termini di diritto e di beni. Gesù non riduce il suo messaggio ad un contesto rivoluzionario, ma guarda alto verso una pienezza più grande.
3. Mi ricordo del testo: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt. 5,20). Veramente i discepoli si sentono provocati ad un confronto alto poiché scribi e farisei erano universalmente venerati come sapienti e giusti. Gesù osa allargare l’orizzonte obbligando i discepoli ad una verifica degli obiettivi, dei livelli a cui erano arrivati gli interlocutori più accaniti, ma anche più venerati. Gesù non giudica, ma invita a valutare criteri e stili.
4. “Guardatevi dal fare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa davanti al Padre vostro che è nei cieli”(Mt. 6,1). La traduzione corrente suggerisce invece il testo che normalmente utilizziamo: ”Guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini...”. “Giustizia” ricorda che si debbano compiere azioni nel rapporto con Dio per ciò che Egli ha insegnato: elemosina, preghiera e digiuno. Azioni che non solo si debbono compiere, ma bisogna continuarle nel segreto e nella gratuità.
5. Sempre in questo “discorso della montagna” Gesù ricorda: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt. 6,33). Il testo a cui fa riferimento è drammaticamente in rapporto con il “mangiare, il bere, il vestirsi”. “Di tutte queste cose si preoccupano i pagani: il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno” (Mt. 6,32): il testo mi ha spesso messo in crisi con quel ricordare gli uccelli del cielo e i gigli del campo. Ma la Parola del Signore è coraggiosa: il “non preoccupatevi”, il “non affannatevi”, in rapporto a ciò di cui abbiamo bisogno, non significano che dobbiamo aspettare con il paracadute ciò di cui abbiamo bisogno, ma dice solo che non bisogna mettere il nostro bisogno al primo posto, accettando la gerarchia delle scelte. Prima viene il Regno di Dio e quindi prima vengono le esigenze del Regno; poi viene il resto: il mangiare, il bere e il vestire. Questa operosità viene nella fiducia e nella maturità di persone che agiscono secondo la propria vocazione di uomini, capaci di continuare l’opera della creazione.
6. Allora “chi ha fame e sete di giustizia” richiama chi si occupa particolarmente della volontà di Dio, scoprendo in questa giustizia il senso e il motivo della propria vita. Ciò che è giusto agli occhi di Dio diventa pane e acqua, nutrimento necessario per la vita, valore fondamentale per essere e per costituirsi popolo.
7. Gesù ne sta parlando ma tutta la ricerca di valore si apre sulla sua testimonianza. I discepoli stanno sperimentando una concretezza inattesa che si rivela ai loro occhi. Gesù stesso è la nuova giustizia. Probabilmente coloro che ascoltano incominciano a collegare a quella loro esperienza il testo di Geremia che chiama il Messia “Signore-nostra-giustizia” (23,6); il versetto immediatamente precedente lo chiama Re Giusto: “Susciterò a Davide un germoglio giusto che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sopra la terra” (v.5).
8. Mi sono chiesto quanta forza si nasconda in queste parole e in questa ricerca, quanta coraggiosa verifica bisogna fare per relativizzare il bisogno di pane e di acqua. Veramente mi fa spavento questa prospettiva così immediata e così esigente in un tempo in cui il diritto alla vita e, in una parola, i diritti umani sono stati proposti, maturando esigenze, legittimazioni e benessere. Mi spaventa pensare a questa assolutizzazione, non più abituati alla fatica del dopoguerra, quando, magri e affamati, si era seriamente impegnati nella ricerca della libertà e nella costruzione della democrazia. Avevano davvero avuto fame e sete di giustizia, ma molti avevano sacrificato la loro vita per difendere ideali di libertà e avevano coraggiosamente cercato il valore delle persone. Questa beatitudine non ha orizzonti, poiché qualunque scelta di valore viene accolta e superata. Non si riesce a separare, a bloccare un significato nel raggio delle nostre esperienze, ma tutto ciò che si pensa è sempre troppo poco e sempre molto grande.
9. Mi raccontano di gruppi di lavoratori che hanno difeso dei compagni, ritenuti pericolosi dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Molti hanno rischiato la vita per nasconderli, per procurare loro una via d’uscita, per salvare alcune famiglie d’ebrei destinate ai campi di sterminio. Mi raccontavano che facevano la raccolta in danaro per comprare il pane al mercato nero; molti si sacrificavano, letteralmente “togliendosi il pane di bocca”.
10. E ricordo un compagno di lavoro che aveva cercato di salvare il posto ad una persona in difficoltà e aveva rischiato il licenziamento. Ma aveva fatto in modo che anche altri sostenessero la difesa coraggiosa dell’occupazione ed erano riusciti a reggere la fatica e il pericolo. Era un lavoratore formidabile e la direzione non poteva permettersi una simile perdita. Lo scoprimmo dopo.
11. Essere “affamati e assetati” non si gioca sull’opinabile, né su cose passeggere, né su emozioni. Siamo richiamati a reggere, con tutte le nostre forze, le proposte e la ricerca del Signore. Ci si batte con fedeltà, con determinazione. Il Signore soddisferà la fame e la sete, il Signore “preparerà un banchetto per tutti i popoli”.
"Come Gesù entrò nella città di Gerusalemme
per donare ai suoi abitanti il Sangue
e lo Spirito che salva, così noi andiamo
nella società secolarizzata con l'amore
e la forza della croce perché ritrovi
i veri motivi del vivere insieme
e la gioia di abitare nella stessa casa
con un cuore ed un'anima sola"
(Card. Carlo Maria Martini)
Signore, hai cercato d’essere giusto con tutti e hai parlato d’amore ogni giorno. Non ti ha tradito la paura, né la rabbia ha cambiato le tue scelte quando vedevi i disonesti approfittare del loro potere e della loro forza.
Hai continuato a lottare contro il male con il coraggio della fede nel Padre, hai creduto che si doveva cambiare la speranza e hai insegnato così ai tuoi discepoli.
La fedeltà è la novità della vita e l’amore è ciò che trasforma il mondo. Tu hai creduto e sei stato travolto nella morte violenta e pubblica.
L’autorità dei poteri religiosi e dei poteri civili, le due forze che dovrebbero ubbidire a Dio e alla pace hanno scardinato la nuova speranza.
Tu, sulla croce, sei il simbolo dello sconfitto, ma chi ti conosce scopre l’amore disarmato, umile, poderoso di Dio che scardina il male dal cuore dell’uomo e della donna credenti e fa rinascere la nostalgia di ricominciare da capo.
Signore, ogni giorno ci sono guerre e sconfitte, ogni giorno morti e feriti sul lavoro, ogni giorno i disoccupati sperano nel miracolo di un lavoro onesto e sicuro, ogni giorno tanti poveri sono sfruttati, alcuni massacrati, alcuni bruciati come qualche settimana fa a Legnano e a Gallarate. Ogni giorno però ci ubriachiamo di illusioni e di chiacchiere, ogni giorno di scuse e di stanchezza.
Ci sembra che sia poca la speranza e quella poca è nelle mani di qualcuno, privilegiato, solo, incapace di regalare qualcosa di nuovo.
Signore, abbiamo bisogno della speranza che urli e impaurisca la morte. Abbiamo bisogno di credere che la fedeltà cambi qualcosa come tu hai cambiato in molti cuori la rassegnazione in fiducia, la debolezza in operosità, l’egoismo in solidarietà.
Signore, ti chiediamo di capire la fatica degli altri e le loro sofferenze, ti chiediamo di sostenerci perché non ci scoraggiamo, ti chiediamo di avere coraggio nel seguirti.
Signore,
quelli di oggi sembrano tempi cupi, di indifferenza, rassegnazione,
smobilitazione. La tua vita e la tua morte, invece, ci spingono a scoprire
possibili e concreti spazi di impegno, di azione e di responsabilità. Aiutaci a
saper andare controcorrente e a tenere viva la speranza.
Per questo ti preghiamo
Signore, è difficile oggi tenere viva nel lavoro la dimensione umana. La gente subisce, si lamenta, ma non combatte più. La filosofia dominante è “salviamo il salvabile” cioè il posto di lavoro e non più le condizioni, i diritti, i rapporti, la dignità. Insegnaci a reagire. Per questo ti preghiamo
Signore, la tua croce ci ricorda i tanti crocifissi di oggi, le persone sconfitte,
umiliate, che vorremmo toglierci dalla mente. Donaci la fede per credere sempre
che la civiltà di un paese si misura dalla attenzione che sa offrire alle
persone in difficoltà.
Per questo ti preghiamo
Signore,
aiuta la Comunità cristiana a vigilare, sensibilizzare, suggerire soluzioni
possibili e dignitose per i poveri di oggi. Fa che il giubileo ci renda
pellegrini verso tutti i luoghi della sofferenza.
Per questo ti preghiamo
Vorrei suggerirvi alcune domande. Una prima domanda la esprimo così: quando si parla di croce che cosa mi viene in mente? Forse i fastidi della vita, quelli che chiamiamo le croci, forse la pazienza che mi è tanto necessaria nelle prove, ma forse anche, ed è molto più giusto, l’amore di Dio per me, la certezza di essere perdonato, la forza della passione e morte di Gesù che mi salva.
Abituiamoci a usare questa parola “croce” non solo per i fastidi e le pesantezze piccole o grandi della vita, ma anzitutto per dire: Dio ci ha tanto amato, Dio ha dato per me suo figlio, Gesù è morto per salvarci, Gesù ci ama, ci perdona e ci fa risorgere.
Una seconda domanda che è molto attuale: come guardo ai crocifissi di questo mondo, ai poveri, ai malati, agli emarginati, ai lebbrosi nel corpo e nell’anima, ai profughi e ai senza tetto, ai disperati e ai carcerati? Con fastidio? Volgendo la testa dall’altra parte? Magari anche con disprezzo? Oppure so guardare ai crocifissi di questo mondo con amore, con desiderio di consolare, di confortare, di condividere?
(Card. Martini)